
Negli ultimi anni si sono registrate, sia a livello locale che a livello nazionale, profonde trasformazioni nel mondo del retail, del turismo e del terziario. Sono nate forme nuove di commercio e di turismo, sono cambiati i gusti, i bisogni e i modi di soddisfarli, sono incrementati i servizi e le nuove professioni.
Sono cambiati anche i comportamenti di acquisto dei consumatori, che sempre più vogliono sperimentare nuove esperienze su più canali, on line e off line.
Per questo i negozi tradizionali, ma anche le altre forme distributive e di servizi, hanno dovuto e dovranno sempre più cambiar pelle, trovare nuove offerte e relative modalità per adeguarsi a tali cambiamenti, innovandosi, specializzandosi, cercando di stare al passo con i tempi e di accrescere le proprie competenze, pur con la certezza che il futuro non sarà né del negozio fisico, né del solo digitale, ma di chi saprà integrare al meglio le due realtà.
In relazione a ciò cambia anche il modo di fare rappresentanza delle nostre Associazioni di categoria, che dovranno acquisire nuove competenze e più attuali modelli di leadership e di lobby: dovranno sempre più cercare nuovi equilibri, ponendosi come soggetto proattivo o propositivo al fine di rappresentare e tutelare nelle sedi pubbliche decisionali gli interessi legittimi delle imprese associate per potere garantire il soddisfacimento delle loro esigenze, ma anche animate dal principio di utilità e del mantenimento di quei forti valori non solo economici, che contribuiscono ad alimentare la nostra vita sociale.
È questo il messaggio culturale che le Associazioni di rappresentanza devono e dovranno trasmettere, mediando le diverse realtà rappresentate, che presentano molto spesso interessi spesso conflittuali, nell’ottica, sempre, del perseguimento del bene comune.
A tal proposito e, soprattutto partendo dalla riflessione sull’attuale generalizzata crisi ideologica, sulla crisi del “senso di appartenenza” a Gruppi organizzati e sul fatto che oggi la società è sempre più caratterizzata da un forte senso di individualismo, alcune domande sorgono spontanee: in che modo le Associazioni, pur sostenendo gli interessi delle categorie rappresentate, svolgono anche un’importante azione “pubblica” e sociale?; in che modo gli interessi privati si integrano con gli interessi pubblici nell’ambito di un territorio?
Da sempre associarsi è stata la risposta ad un’esigenza intrinseca dell’essere umano. Già nel Medioevo si affermarono le Corporazioni, consociazioni che raccoglievano gli operatori di una specifica attività, ne tutelavano la prosperità e garantivano interventi unitari presso le autorità di governo, promuovendone una legislazione favorevole con l’obiettivo di favorire anche il benessere della comunità. Le Associazioni dei mestieri sono state da sempre nodi di aggregazione fondamentali: nell’Europa settentrionale le corporazioni (o Arti) avevano sia un’importante funzione economica, ma anche politica e sociale, così come le gilde, associazioni di mutua assistenza.
Da allora, nel corso della storia si sono alternati diversi Gruppi di interessi, di lobby che, così come le definisce Andrea Pritoni, cercano di valorizzare le attività dei loro componenti, portando avanti certe rivendicazioni nei confronti di altri Gruppi sociali. Le Organizzazioni di Rappresentanza sono coalizioni di interessi; sono, usando un’espressione derivante da Marx, dispositivi di alienazione politica, di mandato volontario in base al quale il mandante delega il mandatario a rappresentare i propri tornaconti. In questa loro azione, però, vanno incontro a diversi dilemmi.
Cito, ad esempio, il Paradosso di Olson (1965), che mette in evidenza le tensioni tra interessi individuali e collettivi e il Paradosso di Arrow (1951), secondo cui è impossibile ordinare gli interessi individuali in un interesse collettivo, che è sempre qualcosa di diverso rispetto alla somma degli interessi individuali.
Dunque, la logica dell’influenza verso l’esterno, tipica della lobby istituzionale, rischia di mortificare le differenze ed esaltare gli elementi di omogeneità, a discapito delle specificità.
È una sorta di dilemma del prigioniero della rappresentanza: la tensione tra interessi individuali e collettivi o generali , nel caso degli imprenditori, è “acutizzata” dal fatto che questi ultimi non solo hanno la possibilità di non partecipare all’azione collettiva, ma hanno anche l’opportunità , soprattutto se controllano imprese di grandi dimensioni, di agire da battitori liberi (free riders), ossia di intraprendere strategie individuali per perseguire i loro interessi, così da migliorare la loro posizione di mercato a danno di coloro che invece adottano strategie collettive.
In altri termini, vi sarebbe l’impossibilità di ordinare gli interessi individuali in un interesse collettivo che ne rifletta esattamente le diversità di preferenze interne e l’interesse collettivo è sempre qualcosa di diverso dalla somma degli interessi individuali.
La sfida delle Associazioni pertanto è, e sarà, quella di perseguire un circolo virtuoso, che sintetizzi e medi le varie posizioni nel raggiungimento di un beneficio mediano comune alla collettività e alla singola impresa, superando questi paradossi e creando, secondo Stefano Zan, nuovi interessi intesi non come somma algebrica dei singoli, ma istituzioni autonome e nuovi costrutti sociali.
In questa direzione esse hanno una forte responsabilità sociale, possono contribuire cioè, attraverso la loro azione di leadership, ad intervenire su temi quali la sostenibilità, lo sviluppo della comunità locale, le relazioni sociali e la rigenerazione di un territorio.
Oggi questa missione richiede una presenza ancora più attenta. Le imprese affrontano sfide profonde: dai costi crescenti alla transizione digitale, fino alla necessità di bilanciare residenzialità e turismo. In questo scenario, la rappresentanza non può essere reattiva, ma deve anticipare i problemi. Per questo dialoghiamo costantemente con le istituzioni su temi cruciali: sicurezza e legalità, presupposti fondamentali per la libertà d’impresa, mobilità e urbanistica, poiché cantieri, parcheggi e accessi determinano la tenuta delle attività, promozione turistica, per generare accoglienza e opportunità diffuse.
Rappresentare significa difendere, garantire la continuità delle nostre imprese, ma soprattutto accompagnare verso il futuro. Questo perché dove le imprese resistono, la comunità vive; dove chiudono, si indebolisce il tessuto civile. Per noi la prossimità ha un valore concreto: è il modo in cui migliaia di imprese tengono vive le comunità, garantendo servizi, relazioni e sicurezza, è elemento portante della qualità della vita stessa.
In risposta alla domanda iniziale, dunque, le Associazioni di rappresentanza possono svolgere, in collegamento alla funzione stessa delle imprese associate, un importante ruolo sociale, che va oltre la tutela di interessi individuali, attraverso la realizzazione di Reti associative, con le proprie esperienze e le proprie competenze, capaci di colmare quel vuoto ideologico che tanto caratterizza la realtà contemporanea; per arrivare a quella che Stefano Zamagni chiama un’economia umanizzata fondata sul principio di sussidiarietà sociale, in cui accanto allo Stato, al mercato e al Terzo settore si sviluppino sempre più forme integrate e/o ibride, che alcuni studiosi definiscono come Quarto settore.
Le Associazioni (senza scopo di lucro), come le nostre Organizzazioni, sono e saranno sempre più parte di questo processo, contraddistinte da un forte senso di responsabilità sociale e con una forte ricaduta in termini di indotto economico sociale, sempre più specifico e misurabile in varie forme di rendicontazioni, in cui si potrà valutare il valore (il vero lucro prodotto), in termini di reinvestimento nei confronti di un intero territorio.