Come si abbia a fuggire l’odio e il disprezzo:
da Macchiavelli
a Trump all’Iran


In una vecchia storia scozzese, una mattina d’inverno uno smarrito viaggiatore arriva in un pub di un remoto villaggio e chiede al gestore del locale come arrivare da lì ad Aberdeen. A cui il gestore, stupito, risponde: “Beh, signore, se stessi cercando di arrivare ad Aberdeen, non partirei proprio da qui.”

Lo sconcertante analfabetismo diplomatico dell’amministrazione americana, il crescente caos politico al suo interno, la corruzione fuori controllo ai vertici della Casa Bianca e l’evidente deterioramento dello stato mentale del presidente, sono alcune delle cause della attuale guerra in Iran, che il Congresso non ha approvato, pochi americani hanno sostenuto e l’opinione pubblica mondiale fatica ancora ad oggi a comprendere. Un immaginifico fallimento politico/militare che passerà alla storia come una fondamentale svolta nel tramonto dell’egemonia americana e nella ridefinizione degli equilibri politici internazionali.

Nella cacofonia di propagande belliche contrapposte, una conclusione è oggi fuori discussione: il conflitto ha rafforzato le fazioni più estremiste nel governo iraniano, offrendo loro un controllo decisivo sull’economia mondiale attraverso il dominio dello Stretto di Hormuz. La leadership iraniana, sempre più dominata da militari intransigenti, identifica la propria sopravvivenza con quella della nazione e considera i sacrifici degli iraniani comuni come un atto necessario di patriottismo. In genere, un popolo attaccato militarmente è vittima di un nemico che intende sconfiggerlo. Il popolo iraniano – la vera, grande vittima di questa incomprensibile guerra – è tre volte vittima: di Israele (principale architetto del conflitto), degli Stati Uniti (principale veicolo militare) e dei propri leader (principali beneficiari).

È quindi difficile mascherare il fallimento americano nel piegare l’Iran alla propria volontà, nonostante la formidabile potenza combinata degli apparati militari statunitensi e israeliani. Non solo la Repubblica Islamica è sopravvissuta, ma ha rafforzato la repressione domestica e la propria influenza nella regione. Anche quei paesi della regione che l‘Iran ha bombardato, cercano ora di riallacciare i propri rapporti con Tehran, consapevoli della necessità strategica di concordare una forma di coabitazione con l’Iran come precondizione per la ripresa della economia regionale, gravemente danneggiata dal conflitto.

Agli Stati Uniti non restano oggi altre opzioni se non diverse versioni di fallimento. Iran non è l’Iraq, non è l’Afghanistan, non è il Libano, non è la Libia, non è la Siria, non è lo Yemen. È il diciassettesimo paese più grande al mondo, con una superficie paragonabile a quella dell’Europa occidentale. È una civiltà millenaria con una popolazione attuale di quasi 90 milioni di persone – dieci volte quella di Israele. Le sue risorse militari, insieme alle alleanze con Cina e Russia, ne fanno un avversario formidabile.

Se Trump cede alle principali richieste dell’Iran, tra cui un massiccio sollievo finanziario e la sovranità sullo stretto, avrà sacrificato il principio vitale della libertà di navigazione. Avrà anche rafforzato un avversario determinato, aprendo il campo a futuri conflitti. La leadership dell’Iran non solo utilizzerà le nuove entrate per ricostruire programmi missilistici, droni e difese aeree del paese, ma utilizzerà anche il suo controllo di Hormuz come leva su altre dispute, tra le quali il Libano, le relazioni con altri stati del Golfo e i futuri negoziati nucleari. L’alternativa dell’escalation militare degli Stati Uniti, tuttavia, è ancora peggiore. Avendo già colpito più di 13.000 obiettivi in Iran, è improbabile che gli Stati Uniti possano risolvere l’impasse con ulteriori bombardamenti.

Sei mesi dopo l’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, il conflitto si è cristallizzato in una forma di immobilità strategica. Nessuna delle parti può vincere in modo decisivo e Washington non ha la capacità – o la volontà politica – di ottenere una vittoria militare indiscussa. Il risultato è un equilibrio instabile: un doppio blocco nello Stretto di Hormuz dove gli Stati Uniti tentano di impedire che tutto precipiti, pur non riuscendo ad offrire alcuna soluzione. La logica dello stallo è brutale ma chiara. I costi di cedere alle richieste dell’avversario sono insostenibili e la priorità della politica statunitense oggi non è più vincere rapidamente ma evitare il peggior scenario possibile.

La paralisi è involontariamente divenuta la scelta meno dannosa per gli Stati Uniti per evitare una umiliante sconfitta, o una intensificazione militare che non possono permettersi. Il vero rischio oggi è che Teheran, messa alle strette, decida di reagire non con flessibilità diplomatica ma con risposte militari. Una strategia disperata che potrebbe trascinare l’intera regione in un nuovo ciclo di violenza e costringere Washington a un coinvolgimento più diretto di quanto desideri.

La breve parentesi diplomatica di giugno – un memorandum che prometteva la riapertura dello Stretto e un accordo più ampio entro 60 giorni – si è dissolta prima ancora di diventare reale. L’Iran non ha aperto completamente il passaggio principalmente a causa dei confusi e bellicosi ultimatum americani. La fiducia reciproca, già minima, è svanita. Da allora, entrambe le parti hanno ripiegato sulla pressione economica. Washington punta a logorare l’economia iraniana; Teheran destabilizza il mercato globale dell’energia per costringere gli Stati Uniti a rinunciare alle richieste più aggressive.

In realtà il blocco ha un prezzo altissimo, che gli Stati Uniti non riescono più a nascondere. La chiusura dello Stretto alimenta l’inflazione e fa salire i prezzi della benzina, un tema politicamente sensibile mentre si avvicinano le elezioni di metà mandato. Inoltre, la macchina militare statunitense, pur potente, non è immune all’usura: munizioni critiche esaurite, organici militari sotto pressione, costi crescenti e un’opinione pubblica sempre più ostile ad un conflitto che non comprende.

Entrare in guerra privi di finalità definite è come navigare a vista in un oceano di cui non si conoscano le correnti: prima o poi la navigazione porta a destinazioni indesiderate. La più grande sfida per gli americani è quella causata da sé stessi, dal momento che sino ad oggi, la Casa Bianca non è riuscita a stabilire con chiarezza i propri obiettivi strategici in Iran. Forse perché una sola parte ha obiettivi chiari in questa guerra: Israele. Washington, al contrario, riesamina costantemente ciò che è disposta a tollerare politicamente. Anche se si è cercato di proclamare (contro ogni evidenza) che la devastante operazione militare sarebbe stata sufficiente per una rapida vittoria, in realtà la guerra ha prodotto l’effetto opposto. All’amministrazione americana non resta oggi che accettare una fragile stasi, mantenendo un blocco sostenuto da periodici attacchi nel tentativo di limitare la capacità dell’Iran di destabilizzare lo stretto.

Nelle ultime decisioni sembra che Washington abbia nuovamente cambiato tattica: ora ritiene che le nuove sanzioni siano sufficienti a costringere il regime iraniano a sedersi al tavolo dei negoziati in una posizione più debole. È vero che gli Stati Uniti sono riusciti a garantire un flusso minimo attraverso lo Stretto di Hormuz negli ultimi giorni, sufficiente a evitare uno shock petrolifero o un collasso economico globale. Ma questi non erano certo gli obiettivi proclamati dagli Stati Uniti quando hanno iniziato la guerra ed oggi l’Iran chiede un prezzo molto più alto di quanto aveva proposto all’inizio dei negoziati.

Gli iraniani sono consapevoli di dover affrontare un ulteriore deterioramento dell’economia interna, già gravemente indebolita dalla guerra e afflitta da problemi strutturali preesistenti, come evidente dalle manifestazioni di dicembre e gennaio in tutto il paese. Cionondimeno, la pressione economica sino ad ora non ha modificato il calcolo strategico di Teheran o le eventuali negoziazioni. Questo non significa che l’Iran non stia cercando una via d’uscita; piuttosto attende che gli Stati Uniti tornino al Memorandum d’Intesa, o almeno offrano qualche tipo di concessione. Al momento appare improbabile che Teheran ceda alla pressione statunitense o modifichi il proprio approccio in risposta alle sanzioni.

Evidentemente gli Stati Uniti stanno cercando di ottenere, attraverso un progetto di soffocamento economico intensificato, ciò che non sono riusciti a raggiungere con sei mesi di violenti attacchi militari. Tale progetto presuppone tuttavia che gli Stati Uniti possano imporre al resto del mondo le proprie direttive. Difficile immaginare come possano riuscire in tale intento proprio nel momento in cui le relazioni americane con il resto del mondo sono divenute apertamente coercitive e transazionali. La conseguenza è che un numero crescente di Paesi sceglie oggi di ignorare le richieste (o, le gesticolazioni minacciose) di Trump, preferendo coalizioni alternative. Teheran non è isolata come gli americani continuano a raccontarci: Cina, Russia e molti altri Paesi che commerciano con l’Iran non sostengono le sanzioni unilaterali degli Stati Uniti.

Poiché i leader iraniani considerano il tentativo di strangolare economicamente il Paese come un’altra forma di guerra, l’ultima strategia americana comporta due rischi: se fallisce, l’unica opzione rimasta è tornare all’escalation militare e se funziona, potrebbe spingere l’Iran a intensificare le proprie azioni per fratturare il blocco navale statunitense. In entrambi i casi, difficilmente produrrà ciò che l’amministrazione americana sembra desiderare, ovvero usare le sanzioni come alternativa alla guerra. È improbabile che l’Iran, già bersaglio di molte migliaia di sanzioni, si arrenda per qualche altra misura aggiuntiva. Più verosimile è che il Paese risponderà nel tempo intensificando i suoi attacchi contro le navi nel Golfo Persico e contro gli alleati degli Stati Uniti, il che potrebbe provocare un’ulteriore serie di bombardamenti americani.

Quale potrebbe essere quindi la più plausibile strategia di uscita della Casa Bianca? Quasi tutti i maggiori esperti di Iran (non molti sono rimasti nel Dipartimento di Stato a causa di purghe e dimissioni) concordano che l’unica soluzione consista nella rinegoziazione dell’accordo delineato nel Memorandum d’Intesa di giugno. Un nuovo accordo sui principali parametri del memorandum (che in realtà erano già stati ampiamente concordati proprio nell’ imminenza del bombardamento iniziale dello scorso febbraio) darebbe agli Stati Uniti una parvenza di vittoria, indebolirebbe i falchi della Repubblica Islamica e rassicurerebbe la comunità internazionale sulla sospensione del programma nucleare in Iran.

Il Memorandum inoltre contiene una clausola essenziale: la revoca di tutte le sanzioni statunitensi contro l’Iran. Tale revoca certamente limiterebbe il dominio economico del potente Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). Un nuovo tipo di coinvolgimento economico tra il mondo esterno e l’Iran indurrebbe una graduale evoluzione politica e sociale: l’Iran continuerebbe ad essere una repubblica islamica ma di natura molto diversa.

Non si tratta certo di un obbiettivo facilmente raggiungibile, sia per la totale assenza di fiducia iraniana verso l’attuale diplomazia americana, che per la crescente (e nefasta) penetrazione dell’IRGC nel sistema politico e nell’economia iraniana. Cionondimeno, a fronte della catastrofe attuale, il consenso internazionale è che il Memorandum resta l’unica opzione per una soluzione stabile e non militare. Opzione che naturalmente presuppone che gli Stati Uniti e i loro partner siano guidati da una amministrazione diplomaticamente competente, capace di esercitare coerenza negoziale e pazienza strategica.

Macchiavelli sostiene che la condizione ideale per il Principe è di essere amato e temuto; la condizione peggiore è di essere odiato e temuto (ovvero: come devastare un paese, impoverire la sua popolazione e l’economia mondiale, allo stesso tempo rafforzando un regime che si sostiene di voler rovesciare). In un memorabile capitolo del “Principe”, Macchiavelli delinea le virtù che definiscono il rispetto di una popolazione per il proprio leader e la longevità del suo regno.

Si tratta del capitolo XIX: “Come si abbia a fuggire l’odio e il disprezzo”.

Paolo Lembo

docente presso L'Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica di Milano e presso l’Istituto Sciences Po di Parigi, già capo missione per l’ONU e Direttore Generale WGEO

Registrato al Tribunale di Roma il 19/09/2018, n. 155
Direttore: Roberto Serrentino

© Copyright 2024 | Dimensione Informazione
Tutti i diritti riservati

Privacy Policy Cookie Policy Cambia preferenze

Contatti:
Viale Giuseppe Mazzini, 134 - 00195 Roma
Telefono: 06.37516154 - 37353238
E-mail: redazione@dimensioneinformazione.com