Dalle carceri si misura il grado di civiltà di un Paese


François-Marie Arouet, meglio noto come Voltaire, con la sua celebre affermazione “Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una Nazione”, si poneva gli stessi interrogativi che oggi, dopo quasi tre secoli, ci troviamo ancora ad affrontare, ovvero come migliorare il pessimo stato delle nostre prigioni, considerato che una pena detentiva non può, e non deve, rilevarsi contraria allo stesso concetto di umanità.

Dopo oltre una trentina di provvedimenti di clemenza, tra amnistie e indulti, che solo nel 2006 e nel 2013 hanno permesso di far uscire rispettivamente oltre venticinquemila e diecimila detenuti, lo stato delle nostre carceri continua a essere caratterizzato da un diffuso sovraffollamento, ritenuto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, una vera e propria emergenza sociale.

Le carceri italiane, suddivise tra Case circondariali, per i detenuti in attesa di giudizio, e Case di reclusione, per i detenuti condannati definitivamente, a cui si aggiungono le Case di lavoro e le Colonie agricole, registrano oggi una presenza di quasi 63.000 persone a fronte di circa 46.700 posti disponibili. Un sovraffollamento che, peraltro, non si rileva omogeneo su tutto il territorio nazionale, ove singoli istituti, come a Brescia e Taranto, hanno finanche superato la soglia del 200%.

Lo scorso 22 luglio il Consiglio del Ministri ha dato il via libera ad un importante piano di edilizia penitenziaria, con l’obiettivo di creare e recuperare 15.000 posti detentivi, di cui 1.427 nel 2025, 5.914 nel 2016, 3.310 nel 2027 ed i restati 5.000 in un arco temporale di 5 anni. In merito, la premier Giorgia Meloni ha sottolineato: “Abbiamo varato un piano straordinario di interventi che ci farà avere già oggi e con il termine dei lavori nel 2027, circa diecimila nuovi posti detentivi, con un investimento complessivo di oltre 750 milioni di euro. E stiamo lavorando per aggiungere altri cinquemila posti in modo da colmare l’intero divario che c’è fra presenze e posti disponibili”.

Il piano, come illustrato dal Commissario Straordinario all’Edilizia Penitenziaria, Marco Doglio, e che prevede la collaborazione tra lo stesso Commissario,  il Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria, il Dipartimento per la Giustizia Minorile e il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha tra i punti principali: la creazione di diecimila posti in più; celle modulari da montare e smontare in tempi rapidi; misure alternative per i circa diecimila detenuti a fine pena che, condannati per reati minori, si siano distinti per buona condotta; la possibilità per i tossicodipendenti di scontare la pena residua in apposite “strutture certificate di comunità”, come indicato dal Ministro della giustizia Carlo Nordio.

Premesso che “i tossicodipendenti sono persone da curare più che criminali da punire”, come puntualizzato dallo stesso Guardasigilli, “la soluzione del problema del sovraffollamento delle carceri è per noi priorità, ma è un problema che non può essere risolto con la bacchetta magica perché si è sedimentato negli anni”; l’importante, prosegue Nordio, è non intervenire con una “liberazione incondizionata che suonerebbe una resa da parte dello Stato”.

Il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, sottolinea come: “Nelle carceri ci sono 16.000 persone che scontano pene o residui di pane fino a due anni e quindi un provvedimento di indulto risolverebbe questa condizione di sovraffollamento. Le altre persone che resterebbero in carcere seguirebbero un percorso di detenzione più dignitoso. Questa è l’unica soluzione immediatamente efficace”.

In tale contesto di interventi non si devono, peraltro, trascurare, né la significativa carenza di personale di polizia, atteso che delle previste 41.000 unità ne sono attualmente in sevizio solo 36.000, né la rilevante mancanza che si riscontra fra gli altri ruoli dell’amministrazione penitenziaria, ovvero fra il personale medico e paramedico. Negli istituti italiani si accerta in media la presenza di un educatore ogni 80 detenuti e di un agente di polizia ogni 1,8 detenuti, con picchi di oltre 200 detenuti per educatore, come nel caso di Taranto, oppure di un agente di polizia ogni 3,8 detenuti come nel caso di Reggio Calabria.

È chiaro come questa situazione, non solo non favorisce il mantenimento di un adeguato stato di tranquillità collettiva, ma amplifica il quasi “naturale” fattore di stress insito nella condizione carceraria. A tutto ciò consegue come nelle carceri italiani, dove per ogni suicidio messo in atto si contano almeno 25 tentativi sventati e/o non riusciti, si siano registrati nel 2024 ben 91 suicidi e 33 da gennaio a maggio 2025.

E richiamando quanto recentemente avvenuto nel carcere di Valle Armea a Sanremo, ove un detenuto, in evidente stato confusionale, è salito sul tetto ed un altro ha appiccato un incendio nel reparto di isolamento, Vincenzo Tristaino, segretario regionale del Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria) Liguria, ha sottolineato “La situazione del carcere di Valle Armea è ormai al limite e questi episodi ne sono la drammatica conferma. Il personale della Polizia penitenziaria è sottoposto a carichi di lavoro insostenibili, con turni che spesso superano le 12 ore consecutive. A fronte di una capienza regolamentare di 223 posti, i detenuti presenti sono circa 260, gestiti da appena 155 unità operative quando ne servirebbero almeno 185. Non si può più tergiversare, è necessario intervenire con urgenza per deflazionare la popolazione carceraria e potenziare l’organico in servizio“.

Detto ciò, non resta che auspicare che il nuovo piano strutturale del Governo Meloni per riorganizzare le carceri italiane riesca finalmente a mettere in atto quanto troppo spesso rimasto sulla carta, considerato che la tutela della dignità umana è un principio fondamentale, che riconosce l’inviolabilità e il valore proprio di ogni persona, indipendentemente dalle sue peculiarità e/o condizioni. Da qui, il rispetto di ogni individuo, la protezione dai maltrattamenti e la promozione di condizioni di vita dignitose, tali da garantire l’accesso ai diritti fondamentali e alle pari opportunità.

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