In pensione sì, ma da quando?


Se è vero, come disse Mussolini il 2 ottobre 1935 in occasione dell’inizio della guerra d’Etiopia, che gli Italiani sono un popolo di eroi, santi, poeti e navigatori, è altrettanto vero che oggi il nostro Paese è il più anziano dell’Unione Europea con un invecchiamento demografico sempre più rapido e consolidato.

L’età media della popolazione italiana ha raggiunto nel 2025 i 49,1 anni. A fronte di 100 giovani (sotto i 15 anni), si registrano 165 persone con 65 anni o più (complessivamente pari a 14,57 milioni) con gli ultraottantenni (saliti a 4,6 milioni) che risultano stabilmente sopravanzare i bambini sotto i 10 anni.

Per scongiurare un poco auspicabile sorpasso del monte pensioni nei confronti dell’insieme dei contributi versati correntemente dalle nuove generazioni, si è così assistito negli ultimi anni ad un susseguirsi di interventi legislativi volti a cambiare i requisiti e l’età pensionabile, Tra questi la nota Legge Fornero, approvata nel dicembre 2011 quale parte del D.L. “Salva Italia”, che ha, non solosancito il passaggio definitivo dal sistema retributivo a quello contributivo,ma anche definito il meccanismo chelega l’aumento della speranza di vita alla pensione di vecchiaia, eliminando la vecchia pensione di anzianità.

Se, quindi, per il solo 2026 rimane immutato il requisito anagrafico, l’esigenza di risparmiare sulla spesa previdenziale, uno dei capitoli più pesanti del bilancio pubblico, ha spinto il Governo ad intervenire sul sistema pensionistico attraverso una ponderata azione “al rialzo”.

Come infatti chiarito dall’Inps, tenuto conto di quanto stabilito dalla Legge di bilancio 2026 e dalle norme che legano i requisiti per il pensionamento all’aspettativa di vita, dal 2027 per poter andare in pensionesarànecessario aggiungere un ulteriore mese, che diventeranno tre nel 2028.

Ciò significa che, dal prossimo anno, per avere accesso alla pensione di vecchiaia bisognerà attendere il raggiungimento di67 anni e un mese, mentre per quella anticipata saranno necessari 42 anni e undici mesi di contributi per gli uomini, e un anno in meno per le donne.

Ad oggi non sono previsti aumenti per il 2029, anche se dalle ultime proiezioni della Ragioneria generale dello Stato un nuovo incremento sembra altamente probabile.

In tal modo, l’entrata in pensione si rileva strettamente legata al meccanismo di adeguamento dalla speranza di vita,introdotto dalla riforma Dini del 1995 e poi perfezionato dalla Monti-Fornero del 2011, e ciò sulla scorta dell’innalzamento della vita media della popolazione italiana, accertata dall’Istat.

Come stabilito dalla Legge di Bilancio 2018, nel meccanismo di adeguamento:

  • si dovrà fare riferimento alla media dei valori registrati nei singoli anni del biennio di riferimento, rispetto alla media dei valori registrati nei singoli anni del biennio precedente;
  • gli adeguamenti (a partire dal 2021) non potranno essere superiori a 3 mesi, con recupero dell’eventuale eccedenza in occasione degli adeguamenti successivi;
  • eventuali variazioni negative andranno recuperate in occasione dei successivi adeguamenti, grazie alla compensazione con gli incrementi che deriverebbero da tali adeguamenti;
  • per talune specifiche categorie di lavoratori addetti a mansioni lavorative usuranti o particolarmente gravose, è prevista l’esclusione dall’adeguamento all’incremento della speranza di vita per la pensione di vecchiaia e il pensionamento anticipato.

In buona sostanza, attraverso il meccanismo di adeguamento, si è deciso di procrastinare l’età del pensionamento, tenuto conto che ad una crescente aspettativa di vita avrebbe fatto seguito un analogo incremento del periodo di corresponsione della pensione.

Se è, quindi, chiaro l’intento dell’Esecutivo che, nell’ottica di far quadrare i conti, è nuovamente intervenuto per allontanare l’uscita dal lavoro, è altrettanto evidente come tale decisione, venendo direttamente ad incidere sulla sfera privata dell’uomo, più che del lavoratore, sarebbe potuta essere maggiormente condivisa, magari con un piccolo “ritocco” all’assegno mensile, il tutto sempre nella considerazione che un sistema pensionistico efficiente dovrebbe essere in grado di garantire alle future generazioni un valido supporto economico, direttamente proporzionale ai contributi da queste versati nel corso della loro vita lavorativa.

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