Cervelli in fuga. Che fare?


L’apparenza spesso inganna. È questa la “triste” conclusione alla quale si giunge quando si analizzano gli ultimi dati pubblicati dall’ISTAT in merto all’occupazione nel nostro Paese. Se l’istituto di statistica, facendo riferimento a quanto accertato relativamente al mese di novembre 2025, viene infatti a rilevare un incremento su base annua di 179.000 unità lavorative, pari ad un più 0,7%, da cui una tendenza positiva per il mercato del lavoro con una diminuzione della disoccupazione, non si può in alcun modo trascurare il crescente, e ormai strutturale, numero di giovani che intraprendono la via dell’estero per inseguire un posto di lavoro.

Tra il 2011 ed il 2024 sono stati 630 mila i giovani che hanno deciso di lasciare l’Italia ed affrontare un’avventura fuori confine, attratti, fra l’altro, da migliori opportunità di lavoro, una superiore qualità della vita, una maggiore efficienza dell’amministrazione pubblica e dei servizi pubblici in genere, il tutto determinando una significativa perdita di valore in termini di “capitale umano” per circa 160 miliardi di euro, come rilevato dal Rapporto CNELL’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati”.

In Italia i laureati, come sottolineato da Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, sono troppo pochi e troppo poco pagati, e significativo si rileva in tal senso il numero di quelli che nel triennio 2022-2024 hanno lasciato il nostro Paese, raggiungendo la considerevole soglia del 42,1%.

L’Italia si colloca al 31° posto su 38 Paesi OCSE per attrattività nei confronti dei lavoratori altamente qualificati, considerato che a fronte di 9 under 34 che fuoriescono dal nostro Paese, un solo coetaneo proveniente da una delle principali economie avanzate decide di intraprendere la strada inversa.

Regno Unito (26,5), Germania (21,2%), Svizzera (13,03%), Francia (10,9%) e Spagna (8,2%) sono le mete più ambite dai nostri giovani, i quali spesso percepiscono il lavoro, non come fonte di soddisfazione e realizzazione, ma come possibile causa di malessere e frustrazione, sia individuale che collettivo.

GALLUP, istituto statunitense di ricerca e analisi dell’opinione pubblica, nel suo recente report “State of the Global Workplace 2025”, stigmatizza che solo il 6% dei lavoratori italiani si ritiene coinvolto e motivato nel lavoro, e uno su cinque non risulta condividere nemmeno gli obiettivi aziendali.

A livello europeo il tasso medio di coinvolgimento dei lavorati si attesta al 13% (21% a livello globale), con i Paesi nordici, quali Svezia, Danimarca e Finlandia, che fanno registrare i valori più significativi, sia grazie ai beni e servizi offerti per migliorare benessere e conciliazione vita-lavoro, sia attraverso un’appropriata politica organizzativa che ne valorizza la partecipazione. Tra i Paesi con il più basso livello di motivazione spiccano, invece, Grecia, Francia, Italia e Ungheria, accompagnato da un cronico stress legato al lavoro, frutto di un esaurimento emotivo, fisico e mentale, una ridotta efficacia legata ad un’eccessiva e prolungata esposizione a pressioni lavorative, carichi sproporzionati, scarsa autonomia e leadership inadeguata.

GALLUP mette, poi, in evidenza come quasi la metà dei lavoratori europei dichiari di vivere in una quotidiana situazione di tensione con significative ripercussioni sulla salute fisica e psicologica, quale risultante di una carente politica comunitaria volta a salvaguardare e migliorare il benessere lavorativo. Determinante sarebbe, quindi, riservare la massima priorità ed attenzione al tema della qualità del lavoro e del capitale umano, considerato che, se solo si riuscisse ad incrementare fino al 70% il livello di coinvolgimento emotivo della forza lavoro, l’economia mondiale potrebbe registrare un aumento di produttività di oltre 9.500 miliardi di dollari, pari a circa il 9% del prodotto interno globale.

Nel nostro Paese che, come noto, registra un incremento della prospettiva di vita ed un conseguente invecchiamento medio della popolazione, i giovani costituiscono quindi una risorsa rara e preziosa, da cui lo stimolo di tutta una serie di misure atte a contrastare la loro fuga, quali, sgravi e agevolazioni fiscali, supporto all’imprenditorialità, creazione di un ambiente più meritocratico e non burocratizzato, programmi per la valorizzazione delle competenze.

Come affermato, invece, dal Rettore dell’Università Bocconi, Francesco Billari, “La bassa produttività della nostra economia e una competizione che spesso si gioca più che altro sul costo del lavoro, spiegano in parte il fatto che i salari italiani restino bassi. Ma in Italia si aggiunge una grande enfasi, derivata da un mondo che in realtà non c’è più, sull’anzianità lavorativa. Così passa l’idea che quando uno entra nel mondo del lavoro possa farlo a qualsiasi livello di retribuzione, anche prossimo allo zero, e magari venire aiutato dalla famiglia di origine per lungo tempo, perché tanto poi, piano piano, con l’anzianità si andrà su. È una vecchia idea, quasi da posto fisso.” “A volte” – prosegue Billari – “qui in Italia c’è davvero l’idea che i giovani debbano pagare pegno per il solo fatto di essere tali: Sei ancora troppo giovane, devi metterti in coda”.

Secondo il Presidente del CNEL Renato Brunetta, bisogna agire su salari, costo della vita, innovazione e ricerca per invertire il trend. Occorre poi intervenire anche sui “criteri per l’accesso ai bandi pubblici, la crescita dimensionale delle imprese, i contratti di stage e apprendistato, per riportarli alle loro funzioni originarie” ,e per migliorare la qualità della vita, è “fondamentale promuovere la conciliazione tra tempo di lavoro e tempo libero con indispensabili servizi pubblici di livello per le famiglie nell’ambito educativo”.

Significative si rilevano le sfide ancora da affrontare, tra queste, la mancanza di opportunità rispetto alle competenze, la percezione di un sistema precario con scarsa possibilità di crescita e dalla poca meritocrazia, un considerevole divario salariale, un evidente disallineamento tra il sistema educativo e le necessità del mercato, ma il tempo scorre, anzi corre e bisogna agire in fretta.

Non resta, quindi, che puntare con determinazione sui nostri giovani, supportandoli con strumenti sempre più adeguati e l’impegno da parte dell’intero contesto sociale nell’interesse del Paese, muovendo dalle famiglie, per proseguire con le scuole e per tutta la durata della loro vita lavorativa. Solo così sarà possibile invertire la triste tendenza dei “cervelli in fuga”.

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