
Di recente il presidente di Confindustria Orsini ha ribadito con chiarezza che, perdurando la guerra, l’attuale crisi del Golfo potrebbe trasformarsi nella peggiore crisi energetica della storia. In realtà, più che in una crisi energetica, potrebbe trasformarsi in una memorabile crisi trasversale in grado di aggredire tutti i principali gangli vitali delle economie. Infatti, il mix costituito dalla riduzione della produzione di gas e petrolio, abbinato alla chiusura dello stretto di Hormuz, non incide solo sulle bollette energetiche di aziende e famiglie, ma colpisce duramente l’agricoltura che, oltre a subire una lievitazione dei costi di trasporto, ha un disperato bisogno dei fertilizzanti prodotti nel Golfo. A questo proposito, non bisogna scordare che il 40% del costo dei prodotti alimentari è composto da fertilizzanti e trasporto. Ma colpisce anche il comparto dei semiconduttori e dei chip che necessitano per il loro funzionamento di gas quali Azoto ed Elio prodotti per quasi il 40% in Qatar. Dunque, una crisi caratterizzata da una inflazione da offerta, contro la quale le manovre restrittive sui tassi ben poco possono fare, salvo tentare di rallentare il successivo contagio tra i diversi settori. Da riflettere, inoltre, sul fatto che l’aumento del costo delle fonti tende a scaricarsi sui prezzi nell’immediato, mentre gli effetti di un eventuale aumento dei tassi agisce nel medio termine. Paradossalmente, in questo caso, gli effetti di una politica restrittiva potrebbero manifestarsi in presenza di una inflazione già calante con la conseguenza di deprimere ulteriormente una economia già in stagnazione.
Ora, in uno scenario delicato quale quello sin qui descritto, diventa di fondamentale importanza che il sistema finanziario rimanga immune da qualsiasi crisi di sfiducia al fine di non correre il rischio che uno scenario potenzialmente a rischio di stagflazione (inflazione + stagnazione) degeneri rapidamente in uno scenario di tipo SIF, ossia caratterizzato da Stagflazione + Instabilità Finanziaria.
Il problema è che negli USA, seguendo una tradizione ormai consolidata, si stanno creando proprio i presupposti per generare questa instabilità finanziaria. Più in particolare, sta montando un forte allarme sui Fondi USA di private credit, spesso emanazione dei giganti della finanza americana, che hanno iniziato a finanziare direttamente le aziende insinuandosi negli spazi lasciati liberi dalle banche divenute più prudenti nella concessione del credito dopo crisi del 2008. Si tratta di un settore da quasi 2000 mld di dollari (erano 280 nel 2014), ma che potrebbe arrivare, secondo Moody’s, a 4000 mld di dollari entro il 2030. Ciò detto, il problema è sorto quando, nella necessità di dover alimentare continuamente un meccanismo molto redditizio, i fondi hanno abbassato la guardia sul merito creditizio delle aziende target. In questo modo il meccanismo non si è inceppato, ma sicuramente è divenuto più vulnerabile ad improvvisi shock esogeni o al fattore “S” (Sentiment), inteso come le ansie, le preoccupazioni, le elucubrazioni dei mercati e degli investitori. E, infatti, puntualmente, il mix esplosivo composto da incertezza geopolitica globale, dall’eccessiva concentrazione degli impieghi nel comparto software minacciato dall’avvento dell’AI, nonché da crescenti dubbi sulla qualità delle imprese finanziate, ha innescato una ondata di richieste di riscatto da parte dei sottoscrittori dei fondi che ha fatto suonare campanelli di allarme in mezzo mondo.
Ora, il punto delicato è cercare di capire se anche in Europa esiste, magari sotto la cenere, un rischio sistemico connesso ai fondi di private credit. La risposta non può che essere negativa per almeno 3 motivi:
1) è vero che il comparto si è sviluppato notevolmente in Europa negli ultimi anni, ma è cresciuto in maniera strutturale, in armonia con il credito bancario. Dunque, una evoluzione del credito alle imprese, non una occasione speculativa da sfruttare al meglio come accaduto negli USA;
2) proprio in quanto non dominato da logiche speculative, i fondi europei hanno diversificato i loro interventi privilegiando le aziende industriali radicate nel territorio rispetto alle aziende ad altissima redditività, ma più vulnerabili ai bruschi mutamenti dell’high tech. Tanto è vero che è raro trovare fondi europei di private credit che abbiano concentrazioni verso l’IT oltre l’1% del portafoglio;
3) su queste aziende, anche grazie alla presenza di incisivi controlli della vigilanza, i fondi effettuano di norma una scrupolosa analisi di merito creditizio.
Più in particolare, in Italia, i fondi si muovono sulla base di una sequenza virtuosa caratterizzata da:
1) attenta individuazione dell’azienda target e accurata analisi di merito;
2) intervento con un fondo chiuso quindi non soggetto all’alea dei riscatti anticipati spesso derivanti dall’attuale incertezza generalizzata;
3) finanziamento con le risorse dei sottoscrittori del fondo senza necessità di richiedere alle banche liquidità aggiuntiva con lo scopo di esaltare la redditività dell’operazione.
A titolo di esempio, ANTHILIA SGR, attiva in Italia anche nel comparto del private credit, è appena intervenuta sulla Segafredo Zanetti, primario gruppo internazionale del caffè, convogliando sui progetti di sviluppo dell’azienda oltre 25 milioni di Euro.