
Mark Carney, Primo Ministro canadese, nel suo recente discorso a Davos ha offerto una candida riflessione sulla profonda trasformazione delle nostre democrazie contemporanee. In sostanza il suo messaggio, che ha catturato l’attenzione internazionale, è stato interpretato come un’esortazione a collaborare a un nuovo ordine mondiale che richieda un equilibrio migliore tra valori e realismo.
La vera domanda che dobbiamo porci oggi, è la seguente: stiamo vivendo la fine di un’era? Per essere più precisi, stiamo vivendo la fine di un’era definita dal neoliberismo, una stagione della storia politico-economica in cui il sistema di governo che esiste da 45 anni sta crollando, dimostrando di non poter più sopravvivere?
Molti sono inclini a ritenere che dietro la profonda crisi attuale, ci sia in realtà il fallimento del neoliberismo. Il progetto dello Stato minimo ci ha tradito proprio perché ha creato un livello di disillusione, disordine e conflitto sociale che non siamo più in grado di gestire.
Il neoliberismo è stato creato dopo la seconda guerra mondiale, come deliberata costruzione. È emerso come risposta politica alla visione dello Stato sociale del dopoguerra. Tale visione era guidata soprattutto da Lord John Maynard Keynes. Paradossalmente, Keynes morì proprio all’alba della grande stagione della ricostruzione politica ed economica della fine degli anni quaranta e della battaglia ideologica che accompagnò tale stagione.
La battaglia delle idee era tra la visione del mondo di Keynes e quella di Friedrich Hayek e Milton Friedman. Hayek fornì il quadro politico; Friedman plasmò la dottrina economica. Fondamentalmente, era un progetto concepito per limitare lo Stato, in particolare opponendosi alle sue funzioni normative.
Hayek riteneva che il governo minacciasse la libertà. Opponeva qualsiasi forma di pianificazione pubblica. La sua visione del mondo era profondamente influenzata dagli eventi europei che aveva vissuto come austriaco e che lo avevano costretto all’esilio dalla Germania nazista. Riteneva che ogni azione dello Stato portasse alla coercizione ed era convinto che i nazisti fossero socialisti; in fondo, la parola era nel nome del partito. In questo contesto, sosteneva che le attività di tutti gli Stati fossero ridotte al minimo.
La visione di Hayek fu poi ulteriormente articolata da Milton Friedman, il quale riteneva che i mercati esprimessero il libero arbitrio e fossero il sistema attraverso cui le persone potevano votare: la loro spesa era l’espressione di come desideravano vivere. Riteneva che la massima libertà di scelta dei consumatori definisse una società libera. Ignorava la disparità di reddito, ricchezza e potere: il fatto che alcune persone avessero poche o nessuna risorsa finanziaria (il che, quindi, non dava loro alcuna possibilità di votare in questo sistema da lui preferito) era un inconveniente marginale che Friedman ignorò.
Di conseguenza, sia Hayek che Friedman non si sono accorti – o più probabilmente hanno deliberatamente ignorato – il fatto che i mercati non sono neutrali. I mercati distribuiscono il potere in base alla ricchezza e, dato che la ricchezza non è mai stata diffusa in modo naturalmente equilibrato, i mercati non possono riflettere l’uguaglianza della libertà. Sono, infatti, edificati sulla disuguaglianza e progettati per preservarla. Questo è il tacito fondamento del neoliberismo.
La Mont Pelerin Society fu fondata nel 1947 da Hayek e Friedman in un hotel sulle pendici del Mont Pelerin in Svizzera, da cui il nome della società. Tale società fu istituita per opporsi al consenso postbellico che si basava sul ruolo dello Stato nel garantire coesione e stabilità a coloro che avevano combattuto per la libertà contro il fascismo. La Mont Pelerin Society cercò di creare una visione del mondo completamente diversa. Col senno di poi, riconosciamo oggi che tale visione era ancorata ad un sistema statuale che riflette chiaramente i principi ideologici del fascismo.
Tale progetto all’inizio ebbe scarso impatto. Ciò non sorprende: chi era tornato dal fronte non era interessato al ritorno dell’influenza del mercato e del potere della ricchezza. Ne avevano visto le conseguenze negli anni ’30. Tuttavia, Hayek e Friedman, insieme ai loro sostenitori finanziari (istituti di credito e grandi gruppi industriali), avevano una strategia a lungo termine.
Iniziarono cercando di promuovere la loro ideologia come espressione del buon senso e allo stesso tempo, per attirare il capitale verso la dottrina neoliberale, si costruirono strumenti finanziari specifici. Le offshore companies sono solo uno dei tanti esempi. L’uso dei paradisi fiscali è stato un meccanismo economico molto efficace per promuovere il valore della dottrina neoliberale tra le élites finanziarie. I paradisi fiscali non sono solo un esercizio di pensiero liberista, ma anche uno strumento per moltiplicare la ricchezza delle élites, indebolendo la capacità di governo democratico. Quest’ultimo aspetto in particolare era attraente perché riduceva il commercio equo e le opportunità di una giusta tassazione (per non parlare della tassazione progressiva). Di conseguenza, si sono premiati, incentivandoli, i peggiori istinti dell’avidità affaristica del capitale.
Il neoliberismo non poteva funzionare in un mondo in cui l’economia del dopoguerra soddisfaceva i bisogni dei cittadini e lo Stato sociale liberava dall’insicurezza. Quando occupazione ed investimenti pubblici erano in piena crescita, non c’era alcuna prospettiva per il neoliberismo.
Sino a quando non arrivarono gli anni ’70.
I profitti esponenziali delle élite, sollecitati dal boom degli idrocarburi, trasformarono il panorama economico mondiale. Il keynesismo non è morto di vecchiaia. È stato destabilizzato dal potere e dalla geopolitica, nonché dall’incapacità di sviluppare una risposta adeguata per affrontare i nuovi squilibri creati dall’aumento del valore del petrolio, a partire dal 1973.
Il neoliberismo colse l’opportunità e Ronald Reagan e Margaret Thatcher furono i portavoce più combattivi di una nuova narrativa che si dimostrò molto efficace e, in quanto semplicistica, facilmente comprensibile dal grande pubblico. Il messaggio più sonoro era che i governi avevano fallito, un ritornello che rapidamente divenne popolare.
Il neoliberismo intraprese quindi un percorso di decostruzione. Spazzò via il consenso del dopoguerra. Il welfare divenne dipendenza. La regolamentazione divenne burocrazia. Il sindacato divenne il nemico. La rete di sicurezza su cui le persone avevano fatto affidamento fu trattata come un sistema di usa e getta. L’avidità fu riproposta come una virtù concorrente all’espansione dei mercati. La ricchezza divenne prova di merito. L’indigenza, prova del fallimento.
Il mondo degli affari ha smesso di essere un partner sociale dello Stato, trasformandosi in una macchina per l’estrazione di rendite. Il profitto è diventato misura di virtù imprenditoriale e scuole di business sono state promosse per diffondere il neoliberalismo, diventando un’industria a sé stante che con il tempo ha sostituito ogni altra scuola di pensiero che non fosse allineata.
Paradossalmente, ciò contraddiceva Freedman, che aveva sostenuto che il dialogo e lo scambio di idee fossero alla base di un sano mercato libero. In realtà era consentito un unico quadro economico.
Dal punto di vista politico, Trump costituisce l’espressione più esultante del corso storico neoliberista. La sua carriera include un numero incalcolabile di processi per bancarotta, truffa, frode fiscale, molestie sessuali, nonché la elezione per due volte a capo di quel paese che più di ogni altro ha celebrato le virtu’ del neoliberismo. Infatti, i ministri più influenti dell’attuale amministrazione Trump sono essi stessi elementi di vertice del capitalismo americano o, per meglio dire, al servizio del capitalismo americano, delle sue banche e conglomerati tecnologici. Sono quindi al governo per servire se stessi, non lo stato. Le responsabilità ministeriali sono state trasformate in fonte di profitto economico per chi le occupa, non un servizio pubblico. Il governo non è più al servizio dei cittadini. Non è neanche al servizio del capitale. Il governo è il capitale. In altre parole: il trionfo del sogno di Freedman.
Il discorso di Carney ci dice che per molti, questo non è un sogno ma un incubo e il mondo deve svegliarsi per affrontare il mostro che ha creato.
Saremo in grado di affrontarlo, evitando una conflagrazione? Se gli eccessi contemporanei del neoliberismo dimostrano che la sua parabola sta volgendo al termine, cosa lo sostituirà? Cosa prenderà il posto del neoliberismo mentre crolla sotto il peso dei propri eccessi?
Le opzioni non sono molte: o più riforme (in senso sociale) o più autoritarismo (in senso politico). È questo il bivio al quale ci troviamo. Siamo in un momento in cui o si sceglie l’una o l’altra opzione; non ci sarà davvero altra scelta. Le nuove élite tecno-finanziarie desiderano che lo Stato sia presente in senso oppressivo, ma assente nel senso di contribuire a qualsiasi soluzione regolamentata per proteggere gli interessi di tutti i cittadini. Dobbiamo decidere: vogliamo scegliere un governo basato sulla giustizia e sul diritto, o sul denaro e sul potere? Queste sono letteralmente le alternative che abbiamo davanti.
Uno Stato moderno, trasparente e rappresentativo non è il nemico, ma il facilitatore. Uno Stato feudale, corrotto e ingiusto è il nemico, è l’ostacolo.
I mercati esigono leggi, richiedono l’applicazione delle norme, necessitano di infrastrutture efficaci e trasparenti. Il profitto deve essere generato all’interno di quadri normativi rigorosi. I contratti devono dipendere dai tribunali e dalla loro legittimità, per contribuire ad una crescita economica socialmente sana. Il neoliberismo ha sottratto i benefici dello Stato fingendo che lo Stato fosse intrinsecamente superfluo; anzi, nocivo.
Molti sono disillusi perché ritengono che non c’è nulla che possa sostituire uno Stato responsabile nel fornire l’assistenza di cui hanno bisogno, l’istruzione che richiedono, le opportunità di lavoro essenziali, l’assistenza sanitaria da cui dipendono e una dignitosa pensione che si spera di ricevere dopo anni di lavoro. Le persone normali non tollerano gli abusi. Disprezzano chi evade le tasse. Non credono alla crescente pressione creata dall’estrazione di rendite e aborriscono la legittimità concessa ai più affluenti, perché si rendono conto delle amare conseguenze di un sistema di privilegi riservati esclusivamente alle elites.
Occorre ripensare le infrastrutture fiscali, concentrandoci sui profitti straordinari non solo perché abbiamo bisogno di risorse finanziarie da spendere, ma anche perché, se non lo facciamo, non riusciremo a ridurre le disuguaglianze che hanno indebolito la coesione della nostra comunità e, in ultima analisi, la sua stabilità. La teoria monetaria moderna determina con chiarezza che riscuotere le tasse dai cittadini per alimentare i bilanci statali non è l’unico scopo della tassazione: è naturale espressione di una società equa, dove l’economia sia al servizio di tutti i cittadini e non solo degli affluenti.
Dobbiamo ricostruire una politica di risanamento ambientale, iniziando con un’azione immediata per affrontare l’emergenza climatica ed ecologica, riformando la nostra economia in modo che possa operare entro limiti ecologici sicuri. La creazione di un quadro giuridico per far rispettare questi limiti è un primo passo fondamentale, e lo sviluppo di un piano più dettagliato su come ridurre le emissioni e proteggere gli ecosistemi fragili è l’imperativo politico più urgente del nostro tempo.
Ma la sostenibilità deve andare di pari passo con il compito più ampio di affrontare le crescenti disuguaglianze. Occorre affrontare decisamente le disuguaglianze di opportunità, abbracciando cambiamenti di vasta portata nel nostro sistema educativo, dall’ampliamento dell’istruzione nella prima infanzia, alla riforma dei programmi scolastici, agli investimenti nei nostri educatori, insegnanti e professori. Occorre raddoppiare i nostri sforzi per affrontare le radicate disuguaglianze razziali e di genere. Occorre investire nel nostro sistema sanitario pubblico non solo per proteggere la nostra salute, ma anche per consentire a ogni cittadino di contribuire pienamente al progresso economico della propria comunità.
Il nostro obiettivo finale è quello di costruire una società non solo più equa, ma soprattutto più umana, in cui anche i lavoratori meno retribuiti siano trattati con dignità e rispetto e in cui ciascuno di noi abbia una reale opportunità di trovare un lavoro che possa essere fonte di creatività, senso di comunità e realizzazione personale.
Proprio come gli anni ’80 hanno visto il trionfo del neoliberismo sul compromesso socialdemocratico del dopoguerra, viviamo un’altra era di transizione, o “rottura” come ha detto Carney, un periodo di intense dispute ideologiche, il cui esito definirà lo spirito delle nostre comunità e la forma delle loro politiche pubbliche per le generazioni a venire.
Nonostante tutte queste sfide, questo momento rappresenta un’opportunità per andare oltre il neoliberismo e avviare la società sulla strada della giustizia, dell’equità, della libertà e dell’uguaglianza. In definitiva, spetterà a noi, a ciascuno di noi, costruire una società libera ed giusta in cui riconoscere in ogni volto che ci circonda, non un minaccioso concorrente, ma semplicemente un membro della nostra grande famiglia umana.