Sull’uso del contante
un tentativo di prelievo


Originariamente inserita tra gli emendamenti della Legge di bilancio 2026, la proposta di un nuovo “balzello” in materia di pagamenti in contanti ha avuto vita breve. Non è chiaro se per la levata di scudi da parte delle opposizioni, ovvero per l’esiguità del possibile gettito ad essa riconducibile.

Si trattava di un’imposta di bollo in misura fissa, pari ad Euro 500, da applicarsi sulle transazioni in contanti superiori ad Euro 5.000 fino al limite massimo di Euro 10.000.

Nella storia sono stati diversi gli interventi susseguitisi dal 2002 (introduzione dell’Euro) con i vari governi indipendentemente dallo schieramento politico, che hanno modificato il limite all’utilizzo di monete e banconote.
Si è infatti passati:

  • dalla stretta del 6 dicembre 2011 voluta dall’allora esecutivo guidato da Mario Monti, che fissò l’asticella a 1.000 Euro (ex art. 12, D.L. n. 201/2011, convertito nella L. n. 214/2011), quest’ultima inferiore di ben Euro 11.500 rispetto al precedente limite di Euro 12.500;
  • ai 3.000 Euro introdotti a partire dal 1° gennaio 2016 (ex art. 1, co. 898, L. n. 208/2015 – Legge di stabilità 2016) dal governo Renzi;
  • poi ai 2.000 Euro del periodo 1° luglio 2020 – 31 dicembre 2021, di cui al Collegato fiscale alla Legge di bilancio 2020, (ex art. 18, D.L. n. 124/2019, convertito nella L. n. 157/2019);
  • fino all’incremento ad oggi previsto nel limite di Euro 5.000, introdotto dall’attuale governo Meloni (ex art. 1, comma 384 e ss., L. n. 197/2022 – Legge di bilancio 2023).

A partire dal 1° gennaio 2023 è quindi divenuto obbligatorio, in caso di operazioni superiori a Euro 4.999,99, l’uso di forme di pagamento tracciabili, quali carte di credito o di debito, ovvero bonifici.

Il nuovo limite di Euro 10.000, come inizialmente proposto, sarebbe coinciso con il valore fissato dal Consiglio dell’Unione Europea nel quadro della normativa antiriciclaggio. Detta soglia, sostenuta anche dal Parlamento Europeo per evitare possibili arbitraggi tra Paesi confinanti, avrebbe potuto, una volta recepita da tutti i Ventisette, favorire anche una più efficacie armonizzazione delle diverse legislazioni nazionali.

In merito, non è ultroneo ricordare la persistente rilevanza del contante in un panorama di pagamenti sempre più digitali, atteso che dai numerosi studi finora condotti, nel registrarsi comunque un graduale passaggio verso le operazioni elettroniche, lo stesso contante emerge ancora fortemente radicato nell’ecosistema dei pagamenti dell’area euro, mantenendo agli occhi dei consumatori un’affidabilità e un’importanza fondamentali.

L’uso del contante, pur mostrando una certa contrazione, dal 59% nel 2022 al 52% nel 2024, risulta essere ancora dominante in 14 su 20 Paesi dell’area Euro, e ciò non solo nelle transazioni di piccolo importo.

Secondo i suoi promotori, il nuovo prelievo sull’uso del contante avrebbe rappresentato un chiaro disincentivo per i pagamenti in contanti superiori ai 5.000 Euro, per quanto il limite fosse stato elevato fino a 10.000 Euro.

Se è evidente come l’importo fisso di 500 Euro avrebbe costituito un significativo aggravio per i pagamenti di poco superiori ai 5.000 Euro, con l’approssimarsi di questi al limite superiore (Euro 10.000) il suo impatto sarebbe stato chiaramente meno incidente, e comunque un “incentivo all’illegalità, non alla crescita”, come scrive in una nota il presidente dei senatori PD, Francesco Boccia. Analogo giudizio è stato espresso dal deputato AVS, Angelo Bonelli, secondo cui “Portare la soglia a 10mila euro non ha nulla a che vedere con la modernizzazione del Paese: è un favore diretto agli evasori, un incentivo all’economia in nero, un passo indietro nella lotta all’illegalità”.

Come emerge da una recente analisi pubblicata su Il Sole 24 Ore, la nuova imposta di bollo avrebbe avuto l’obiettivo di bilanciare, in ottemperanza alle richieste dell’Unione Europea, il contrasto al riciclaggio e all’economia sommersa, con la volontà di non penalizzare oltremodo l’uso del contante, divenendo, ove opportunamente monitorato, anche un ulteriore valido strumento a disposizione dell’Agenzia delle Entrate. Le relative operazioni, infatti, sarebbero state soggette a rendicontazione con apposizione di un contrassegno fisico sulla stampa cartacea della fattura/ricevuta, onde comprovare l’avvenuto assolvimento dell’imposta. Una copia della fattura/ricevuta corredata da detto contrassegno sarebbe poi rimasta al fornitore del bene o del servizio, per consentire i possibili futuri controlli da parte della stessa Agenzia.

Non c’è stato, quindi, nemmeno il tempo di attendere la sua entrata in vigore per verificare se la nuova imposta, come ideata dal governo Meloni, fosse stata effettivamente in grado di incentivare gli scambi commerciali, ovvero contrastare fenomeni di riciclaggio ed il sommerso, o ancora rilevarsi un ulteriore strumento in mano agli evasori nell’economia nera.

Nel sottolineare come il reddito netto medio delle famiglie italiane sia stato nel 2023 pari a circa 37.500 Euro, poco più di 3.000 Euro al mese, si può concludere che invece di instituire una nuova imposta nel tentativo di combattere l’illegalità ed il sommerso, sarebbe più opportuno, non solo ottimizzare l’uso di quanto già a disposizione, magari con un più efficacie ricorso agli strumenti informatici, ma anche tentare di far accrescere la consapevolezza di una necessaria e condivisa contribuzione alla spesa pubblica, tale da innescare un’inversione di tendenza nei confronti di una ormai troppo spesso consueta propensione all’evasione.

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