
Con 112 sì, 59 no e 9 astenuti il Senato della Repubblica ha approvato, in quarta lettura, la legge di riforma costituzionale volta alla separazione delle carriere dei magistrati. Spetterà ora ai cittadini, attraverso un referendum popolare, confermare o meno il dettato del nuovo art. 104 della Costituzione: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente”. Il magistrato sarà quindi chiamato a scegliere, in maniera irrevocabile all’inizio della propria carriera, se esercitare le funzioni di giudice o di pubblico ministero.
La proposta, considerata dall’attuale maggioranza una delle riforme istituzionali più rilevanti e che affonda le sue radici al dopo Tangentopoli, risulta agitare il dibattito pubblico, assistendo ad un significativo calo di fiducia verso le toghe ed una contrapposizione politica sempre più marcata.
Un crescente scetticismo si percepisce, infatti, nel vedere garantita una giustizia equa e tempestiva, dopo che scandali, infiniti tempi di attesa e mancate riforme hanno inciso fortemente sulla pubblica opinione.
Se il Presidente della Repubblica auspica la presenza di giudici credibili, senza ombre e sospetti, pronti ad affrontare le proprie responsabilità, sono purtroppo frequenti le vicende giudiziarie che coinvolgono magistrati, attesi i numerosi casi di malaffare che, nel minare la fiducia dei cittadini, risultano generare disillusione e forti dubbi sul valore e l’imparzialità della giustizia.
Questi i reati contestati ad alcuni magistrati, di cui alle sentenze emesse: rilevazione di atti coperti da segreto d’ufficio, firma apocrifa apposta su provvedimenti giurisdizionali, concussione, corruzione in atti giudiziari, falso in atto pubblico.
C’è quindi da chiedersi, quale imparzialità potranno garantire quei giudici che nel corso della loro carriera e nell’adempimento delle proprie funzioni, hanno subito una condanna per tali reati?
Se un magistrato è accusato di aver commesso un reato, è soggetto, come tutti i cittadini, a tre gradi di giudizio, ma nel frattempo sarà il CSM a decidere se radiarlo, sospenderlo, trasferirlo o lasciarlo al suo posto fino alla sentenza definitiva; serviranno, comunque almeno tre anni, ai sensi delle Legge Castelli: uno al ministero della giustizia e al Procuratore generale per promuovere l’azione disciplinare, uno allo stesso Procuratore generale per le richieste e uno alla sezione disciplinare del CSM per pronunciarsi, salvo poi possibili ricorsi o contro-ricorsi con relativo allungamento dei tempi. La sospensione da funzioni e stipendio è, peraltro, obbligatoria per il solo caso di arresto, risultando facoltativa quando il magistrato è sottoposto a procedimento penale.
Ci sono poi gli errori giudiziari, con conseguenti ingiuste detenzioni, che comportano un esborso a carico dello Stato di circa 26 milioni di euro l’anno, per un totale, tra il 2017 ed il 2024, di circa 220 milioni di euro. Per tali errori sono state avviate nello stesso periodo 89 azioni disciplinari, di cui solo 9 concluse con l’irrogazione di una sanzione.
La responsabilità civile dei magistrati è, peraltro, solo indiretta e molto raramente sfocia in provvedimenti volti alla refusione economica del danno prodotto. Su 644 azioni di rivalsa intentate tra il 2010 e il 2022, solo 8 di queste (poco più dell’1%) hanno visto i magistrati soccombere.
Il nostro sistema giudiziario, nel rilevarsi ormai troppo spesso incapace di rispondere in modo pronto ed efficace alle esigenze dei cittadini, appare quindi minato da eclatanti “errori” che colpiscono l’indipendenza e la neutralità, come il caso di quei magistrati che nella vicenda Eni-Nigeria sono stati condannati per aver nascosto atti a favore della difesa, il tutto in chiaro contrasto con il Codice, che prevede come l’accusa nel raccogliere prove non può limitarsi solamente a quelle a carico dell’imputato, ma, se sopraggiungono, deve acquisire anche quelle a suo discarico.
E allora, in tale contesto, il calo di fiducia verso la magistratura, ovvero la perdita di credibilità delle toghe, come quantificato dal Procuratore di Napoli, Nicola Gratteri “Siamo al 36 per cento di consenso, la fiducia è dimezzata, ma ce lo meritiamo”, può di fatto costituire l’ago della bilancia sull’esito del referendum per la separazione delle carriere?
O prevarrà un sentimento di rispetto verso un’istituzione che annovera nella stragrande maggioranza dei casi personalità dalla spiccata moralità e dall’alto profilo professionale?
A tutto ciò, occorre poi aggiungere anche una mancanza di orientamento verso il futuro assetto della giustizia, atteso che la complessità della materia ne viene ad alimentare una diffusa incomprensione.
Il voto dei cittadini appare, quindi, sempre più orientarsi verso una vera e propria scelta politica, ove gli elettori dei partiti di governo sono largamente favorevoli a questa riforma, mentre quelli dei partiti all’opposizione appaiono prevalentemente contrari e diffidenti.
Intervistato sul tema, il Guardasigilli Carlo Nordio ha dichiarato: “Che il referendum non diventi a favore o contro il governo, il parlamento, la maggioranza. (…) Se discutessimo, come auspico, in modo pacato, razionale e giuridico, l’esito sarà quello che vorranno gli italiani e non avrà effetti, né positivi né negativi, né nei confronti dei vincitori né degli sconfitti”.
Non resta che attendere sviluppi ed esiti.