
Cominciamo con il dire cosa non è questa riforma costituzionale.
Non è innanzitutto una riforma della giustizia. Non risolverà alcuno dei problemi della giustizia. Non si occupa di ridurre la durata dei processi, di stabilizzare i precari della giustizia, di fare un piano strategico delle assunzioni di magistrati e personale amministrativo che negli uffici giudiziari manca anche oltre il 50%, non si occupa della situazione drammatica delle carceri italiane, non si interessa della giustizia civile, non risolve i problemi causati dal processo penale telematico che non funziona e che molti problemi sta creando nelle Procure, non serve per spendere meglio i fondi del PNRR. E potrei continuare.
Smettiamo, inoltre, di chiamarla separazione delle carriere, perché con la separazione delle carriere con c’entra nulla. La separazione delle funzioni e quindi delle carriere si è già ottenuta con l’introduzione del codice del 1988 e poi con la riforma Cartabia del 2022. A questo proposito parlano i fatti: meno di 30 persone hanno cambiato di ruolo lo scorso anno. Al più, ed a tutto concedere, sarebbe stata sufficiente una legge ordinaria che avesse previsto due concorsi pubblici distinti per un unico ordine giudiziario e a Costituzione invariata.
In realtà, qui siamo di fronte ad una vera e propria separazione delle magistrature che non ha eguali in nessuna democrazia europea.
Occorre, quindi, da subito interrogarsi sulle vere ragioni che sono alla base della riforma.
Se non era necessaria, perché una riforma costituzionale?
Perché le ragioni della riforma, i veri obiettivi, sono altri: indebolire la magistratura, trasfigurare il Consiglio Superiore della Magistratura introducendo il sorteggio e così trasformare l’organo di autogoverno presidio dell’indipendenza della magistratura, in un organo burocratico privo di autorevolezza. I togati che faranno parte del CSM, infatti, verranno estratti a sorte fra tutti i più di 9000 magistrati in servizio. Non si tratta solo di una rinuncia all’esercito della democrazia che si basa sulla scelta responsabile e non sulla sorte, ma di uno smantellamento dell’organo costituzionale i cui membri non avranno autorevolezza e che più facilmente soggiaceranno alla pressione della politica.
La riforma ha l’obiettivo preminente, quindi, di normalizzare la magistratura, punendola per aver esercitato le prerogative che le assegnano la Costituzione e le fonti europee. Basti citare a questo proposito la proposta di legge a prima firma Almirante del 1971 che assume come principio fondamentale il fatto che i magistrati devono agire secondo la volontà di chi vince le elezioni.
Circostanza questa ribadita, sia dal ministro Nordio (che ha detto di non capire il no di Schlein alla riforma perché oggi serve a loro e domani a noi quando governeremo), che dalla Presidente del Consiglio (la riforma della giustizia e quella della Corte dei conti sono necessarie per limitare l’intollerabile invadenza della magistratura), che dal sottosegretario Mantovano (la riforma serve per riequilibrare il potere della politica rispetto alla magistratura).
Va in questa direzione anche la previsione dell’Alta Corte disciplinare che riguarda solo la magistratura ordinaria e che è – unico caso nel nostro ordinamento – giudice di prima e di seconda istanza. I magistrati saranno poi i soli cittadini italiani che non potranno ricorrere in Cassazione avverso le decisioni che li riguarderanno.
Chi oggi guarda con favore a questa riforma, deve interrogarsi prima di tutto su quelli che saranno gli effetti che la stessa produrrà e che sono alla base del nostro NO più determinato.
La riforma, infatti, incide inevitabilmente su alcuni fondamentali principi costituzionali.
In primo luogo sulla separazione dei poteri. I nostri padri e madri costituenti hanno previsto che dei tre poteri, quello giudiziario, servisse a porre limiti agli altri due e che per questo fosse autonomo e indipendente, proprio per esercitare al meglio questa delicata funzione. Per tale ragione è stato previsto il CSM come alto organo di governo della magistratura, che ha appunto il compito di garantire autonomia e indipendenza ad ogni singolo magistrato.
In secondo luogo, alcuni, ritengo in buona fede, affermano che la riforma serva per rendere uguali le parti del processo. Al di là del fatto che questo non è possibile nei fatti perché il pm è il procuratore della Repubblica e l’avvocato è il procuratore dell’imputato, si determinerà una eterogenesi dei fini. Non è vero che con la riforma si rafforzerà il giudice rispetto al pm. Avverrà esattamente il contrario: saremo di fronte ad un pm avvocato dell’accusa schiacciato sulla polizia (un super poliziotto), valutato dai suoi colleghi sulla base delle condanne (agirà sulla base di una obbligazione di risultato e non più di mezzi) e con un proprio CSM che lo difenderà rispetto a quei giudici che oseranno assolvere l’imputato. Evidente quindi che siamo di fronte ad un rischio serio di vedere ridursi pesantemente le garanzie degli imputati.
Non solo, per quanto la riforma non preveda esplicitamente (e certo non avrebbe potuto farlo, pena la manifesta illegittimità costituzionale) che il pm finisca poi sotto l’esecutivo, nei fatti questo avverrà attraverso le leggi ordinarie che disciplineranno il “nuovo status” del pm.
Vale la pena sottolineare poi che la riforma, quando sarà a regime e prevederà una frammentazione dei CSM in tre parti, costerà ulteriori 72 milioni di euro.
La riforma riguarda inoltre tutti i magistrati e non solo quelli che si occupano del penale. Solo un giudice del lavoro indipendente e autonomo è in grado di tutelare i diritti dei cittadini in casi delicati di incidenti sul lavoro che riguardano grandi aziende partecipate dallo Stato e solo un giudice civile autonomo e indipendente potrà pronunciarsi sulla richiesta di una persona di poter morire dignitosamente, solo per fare alcuni esempi.
Questa riforma, infine, non arriva da sola ma è il primo step per lo smantellamento della Costituzione. Lo stesso ministro Nordio in una delle sue ultime interviste è arrivato addirittura a spiegare che non ha voluto discutere della riforma costituzionale di cui ci occupiamo con i parlamentai perché aveva fretta di chiuderla per far posto alla riforma del premierato.
Quindi in estrema sintesi, non si tratta di giustizia e neppure di carriere dei magistrati, ma di una riforma che colpisce al cuore la nostra Costituzione e la nostra stessa democrazia.