
Dazi USA, l’incertezza come nuova certezza nei commerci mondiali
I nuovi dazi introdotti dall’Amministrazione statunitense segnano il passaggio paradigmatico da un sistema basato sulla stabilità ad una nuova geografia in cui gli equilibri commerciali sono precari e delineano scenari caratterizzati da una inconsueta incertezza.
I dazi non rappresentano solo una tassa che grava sulle importazioni, ma diventano soprattutto uno strumento – non nuovo in assoluto ma nuovo nei valori assoluti e nella trasversalità con cui viene utilizzato – di riassetto dei rapporti di forza e di nuovi equilibri, ancora da costruire.
A sei mesi dal Liberation Day, i primi cambiamenti nel commercio internazionale
A poco più di un semestre dall’annuncio da parte del Presidente Trump nel Liberation Day dei nuovi dazi imposti dagli Stati Uniti, qualcosa, per quanto di parziale e forse precario, si può osservare:
- Nel primo trimestre del 2025 si è assistito ad una forte accelerazione dell’import USA, con incrementi da praticamente tutti i principali partner commerciali, coerentemente con l’obiettivo di anticipare le importazioni e aumentare le scorte prima dell’introduzione dei nuovi dazi (cd. frontloading).
- Nei mesi successivi non si è registrato però un crollo delle importazioni statunitensi, bensì un rientro sui livelli che avevano caratterizzato l’ultima parte del 2024.
- Nel periodo aprile–luglio 2025 sono crollate le importazioni USA dalla Cina ma sono cresciute le spedizioni in arrivo da altre economie asiatiche, in ipotesi spiegabili da possibili “triangolazioni” di prodotti cinesi.
- La Cina ha compensato la forte riduzione dell’export verso gli Stati Uniti attraverso maggiori vendite anche nell’Unione Europea, esponendo i settori industriali europei al rischio di dover competere con l’afflusso di produzioni cinesi a basso costo.
- Penalizzata anche dal deprezzamento del dollaro nei confronti dell’euro, l’Unione Europea ha accusato una riduzione delle esportazioni verso gli Stati Uniti.
Domande macro, risposte di settore e di filiera
Le prime letture macro, sintetizzando quadri e dinamiche molto differenti, acquisiscono senso nei doverosi approfondimenti di settore, dal momento che le conseguenze dell’introduzione di questi dazi statunitensi – in buona sintesi su tutti e per tutti – vanno necessariamente perimetrate nelle caratteristiche delle singole filiere e nelle risposte dei player operanti nel settore, sia dal lato dell’offerta che della domanda. Chi si farà carico dei nuovi dazi? I consumatori, spendendo di più per lo stesso prodotto o riducendo la quantità o la qualità dei prodotti consumati? Le imprese esportatrici o quelle importatrici riducendo i margini? Se esistono delle prime risposte a queste domande si trovano nelle caratteristiche delle singole filiere e dei singoli mercati.
Nelle prossime righe, qualche considerazione sul mercato del vino e più specificatamente su quello che gli Stati Uniti importano dal resto del mondo. E in larga misura dall’Italia.
Le importazioni statunitensi di vino, ovvero le esportazioni di vino italiano
Quello americano, rappresenta il principale mercato di destinazione dei vini italiani, con una quota complessiva nel 2024 del 23,8% sul totale dell’export in valore. Al tempo stesso, con circa 350 milioni di litri esportati negli USA per un valore di quasi 2 miliardi e 400 milioni di dollari nel 2024, l’Italia è il primo Paese da cui gli Stati Uniti importano (circa i due terzi del quantitativo totale di sparkling wines e circa un terzo dei vini fermi importati dagli USA provengono dall’Italia).
Nessun impatto negativo sulle quantità di vino importate dagli USA, per ora
E cosa sta succedendo oggi con l’introduzione dei nuovi dazi da parte dell’Amministrazione statunitense, peraltro in una fase in cui il rafforzamento dell’euro nei confronti del dollaro già penalizza le imprese esportatrici?
- Nei primi sette mesi del 2025 gli Stati Uniti hanno aumentato le importazioni di vino: +16% per i vini sparkling e +4% per i fermi imbottigliati rispetto agli stessi sette mesi del 2024. Un risultato ascrivibile soprattutto alla crescita tendenziale del primo trimestre dell’anno (quindi spiegabile col già citato frontloading), che non è stata per ora sterilizzata dalla performance del periodo maggio-luglio.
- Anche per i vini italiani si registrano valori migliori in questa prima parte del 2025 rispetto al 2024 con una quota sul totale delle importazioni statunitensi (sui quantitativi), che per i vini italiani è pari al 66,4% per gli sparkling e al 32,3% per i fermi.

E i prezzi? E la qualità?
Ma prima ancora che alterare e avere un impatto sui consumi e sui flussi commerciali – prima se non altro in ordine di tempo e di causa-effetto – i dazi hanno un effetto sui prezzi. Semplificando, chi paga il dazio? I consumatori statunitensi? Le imprese importatrici erodendo i loro margini? Quelle che esportano? Un dato, tutto da confermare nei prossimi mesi e da complementare con altre fonti, ci dice intanto che il valore unitario – calcolato come rapporto tra valore in dollari delle importazioni di vino e quantitativi importati – sia in diminuzione. Per gli sparkling wines, ad esempio, il valore unitario medio del totale delle importazioni USA è stato di 8,89 $/litro nel trimestre maggio-luglio 2025, a fronte di 9,05 $/litro nel primo trimestre del 2025 e di 9,46 $/litro del 2024 a livello di totale vini sparkling importati. In riduzione anche il valore relativo agli sparkling italiani e flessioni sui valori unitari osservabili anche per i fermi.

Per quanto lineari e coerenti, si tratta di segnali che vanno tuttavia verificati nel tempo e che peraltro possono essere spiegati sia dal fatto che sia cambiata la selezione dei prodotti importati dalle aziende americane, a discapito della qualità media e con l’obiettivo di evitare aumenti dei costi per il consumatore, sia dal fatto che siano diminuiti i prezzi del vino praticati dagli esportatori, e conseguentemente i loro margini.
La sfida per le imprese italiane tra difesa della leadership e il rischio di perdita di redditività
Per ora quindi il mercato americano sembra mostrare segnali di tenuta sul fronte dei quantitativi importati, sebbene una necessaria verifica andrà fatta nei mesi a venire quando potrebbe attenuarsi l’effetto dell’accumulo di scorte del primo trimestre dell’anno. Allo stesso tempo, come visto, si osservano dei segnali di flessione dei valori medi per litro sia per i vini esportati dall’Italia che per i vini complessivamente importati dagli Stati Uniti. Ed in questo scenario in divenire, per i vini italiani andrà valutato se la leadership sul mercato statunitense, tuttora confermata, sarà mantenuta “sacrificando” i prezzi e a costo quindi di una perdita di redditività e valore.