
La legge di bilancio appena varata dal governo è, senza mezzi termini, la più piatta e rinunciataria degli ultimi anni. In un momento in cui l’economia italiana rallenta, i dazi americani mordono e le disuguaglianze crescono, l’esecutivo sceglie ancora una volta la strada dell’austerità. Tiene i conti in ordine, certo, ma senza un barlume di strategia per lo sviluppo. Il risultato è una manovra a impatto zero su consumi e PIL, e addirittura negativo sugli investimenti.
Molti diranno che i conti in ordine sono un valore in sé. Ma ridurre il deficit non basta se l’Italia continua a crescere meno della media europea. Con un’economia quasi ferma, il debito pubblico non scenderà mai in modo significativo. Finora il governo ha vissuto di rendita grazie al PNRR, senza il quale saremmo probabilmente già in recessione. Il problema è che non c’è alcuna visione per il futuro, quando i fondi europei termineranno.
Eppure, margini per una manovra più coraggiosa c’erano. La nuova governance economica dell’UE è restrittiva, ma non proibitiva. Con una revisione della spesa più selettiva e interventi veri contro l’evasione fiscale si poteva liberare spazio per politiche espansive. Si poteva agire sui sussidi ambientalmente dannosi, razionalizzare gli incentivi alle imprese e ampliare la base imponibile dell’IRPEF. Tutte misure che avrebbero richiesto scelte politiche difficili, certo, ma che avrebbero dato un segnale di discontinuità.
Invece il governo ha scelto la via più confusa: chiedere un contributo “volontario” alle banche. Una misura pasticciata, che non ha nulla a che vedere con una vera tassa sugli extraprofitti. È la tassazione “à la carte”, cucita su misura per una singola categoria e ingiusta verso tutti gli altri contribuenti. Rimangono poi due domande inevase: che certezza avranno le entrate di un contributo “volontario”? E se le banche decideranno di pagare, chi garantirà che non scarichino il costo sui correntisti?
Il gettito servirà, almeno in teoria, a finanziare il taglio dell’IRPEF per il ceto medio. Un obiettivo condivisibile, ma con risorse insufficienti: 2,8 miliardi annui a fronte dei 25 miliardi di tasse aggiuntive dovute al fiscal drag. E senza un rafforzamento dei servizi pubblici, il beneficio è puramente simbolico. A cosa serve uno sconto fiscale se poi gli italiani devono pagarsi la sanità privata perché gli ospedali pubblici non ce la fanno?
Proprio la sanità è la cartina di tornasole di questa manovra. Lo stanziamento è molto lontano dai bisogni reali: nei prossimi tre anni ci saranno diecimila assunzioni di medici e infermieri in meno rispetto al previsto, e molte regioni sono costrette ad aumentare l’addizionale IRPEF. Di conseguenza, le liste d’attesa si allungano e sempre più persone rinunciano a curarsi.
Sui salari, si procede con misure episodiche: la detassazione degli aumenti contrattuali e delle ore di lavoro notturno o festivo va bene, ma sono solo pannicelli caldi. Il governo ha affossato il salario minimo e ignora il tema dell’equo compenso per gli autonomi. Servirebbe un intervento strutturale per sterilizzare il drenaggio fiscale e restituire ai lavoratori parte dei 25 miliardi che hanno perso, ma anche su questo fronte tutto tace.
Il capitolo pensioni conferma la distanza tra le promesse e la realtà: il governo Meloni doveva “smontare” la Fornero, invece l’età pensionabile aumenterà per tutti, tranne che per una minoranza di lavoratori.
Sul versante industriale, infine, si annuncia un sostegno da 8 miliardi, ma spalmato su tre anni. Confindustria ne chiedeva 8 all’anno. Gli incentivi all’innovazione sono utili, ma non bastano: le politiche industriali restano la Cenerentola della manovra, prive di una visione strategica di lungo periodo.
A completare il quadro, l’aumento delle spese militari: 3,5 miliardi in più solo nel 2026, una cifra superiore a quanto destinato al taglio IRPEF o alla sanità. È l’effetto dell’accordo NATO che lega gli Stati europei, con la Meloni in prima fila, ai diktat di Trump. Una corsa agli armamenti senza una vera politica di difesa europea rischia di sottrarre risorse preziose a investimenti produttivi e sociali.
Nel complesso, questa legge di bilancio fotografa un Paese che si rassegna alla stagnazione. L’Italia avrebbe bisogno di una scossa: più crescita, più lavoro, più equità. Il governo, invece, sceglie la strada della rinuncia.