Riforma della magistratura e referendum


Le grandi masse si sono staccate dalle ideologie tradizionali, non credono più in ciò in cui prima credevano. La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.” (Antonio Gramsci – I Quaderni del carcere – 1929/1935)

Non pare sacrilego accostare le parole scritte da Gramsci negli anni del fascismo dello scorso secolo, nel contesto di un raffinato ragionamento sulla cd. “crisi di autorità”, all’epoca che stiamo attraversando, di grandi contrapposizioni ideologiche sul senso e sul destino dell’esperimento di riforma istituzionale in atto. 

La crisi di autorità di cui vogliamo parlare è quella di un potere dello Stato sul quale sta per esprimersi il giudizio insindacabile del corpo elettorale.     

Come noto, l’Associazione Nazionale Magistrati è contraria alla riforma costituzionale della Magistratura, e ha scelto di intervenire attivamente nel dibattito in corso, costituendo un Comitato ad hoc, al fine di convincere i cittadini a votare No quando saranno chiamati ad esprimersi sul referendum confermativo di prossima calendarizzazione.

La scelta di campo è coerente con la contrarietà manifestata dalle Correnti della Magistratura a tutti e tre i punti della riforma: 1) separazione delle carriere; 2) sorteggio dei consiglieri superiori; 3) Alta Corte disciplinare.

Resta sullo sfondo la posizione assunta da una minoranza, che pure vanta una modesta rappresentanza in ANM, il cui punto programmatico identitario, l’introduzione del sorteggio dei membri del CSM, coincide, nel suo nucleo essenziale, con una delle tre novità che la riforma si propone di introdurre.

A chi ignorasse le ragioni di tale opzione, ufficialmente minoritaria, non è ultroneo rammentare il fatto che, secondo i suoi sostenitori, non esiste indipendenza esterna della magistratura dagli altri Poteri dello Stato senza indipendenza interna dei singoli magistrati dalle correnti che oggi tengono saldamente in pugno le dinamiche consiliari.

L’opzione è, inoltre, ancorata alla reiterata negazione, contenuta in numerose pronunce della Corte Costituzionale, di qualsivoglia rappresentatività “politica” del CSM.

Ciò che, però, trapela nel dibattito pubblico è solo il No manifestato dai gruppi associativi di maggioranza, con buona pace del pluralismo delle idee che, nel contesto dell’associazionismo giudiziario, avrebbe costituito, forse, la smentita più convincente all’immagine di casta che ci si prefigge di sfatare.

La scelta del nome “Comitato a difesa della Costituzione”, tradisce l’ambizioso intento di presentarsi agli elettori nella veste di garante delle prerogative costituzionali.

Una prima contraddizione emerge all’evidenza, ove si valuti che del pacchetto di norme che ci si propone di preservare fa parte anche quella che ne consente la revisione (art. 138), sia pure con una procedura “rafforzata”, nella quale, in mancanza di larghe intese parlamentari, la parola spetta, in ultima analisi, all’elettore.

Attraverso il Comitato per il No la magistratura associata intende accreditarsi presso l’elettorato alla stregua di un interlocutore qualificato sul merito della riforma e sulle sue insidie, in forza dell’autorevolezza e della credibilità che sarebbe giusto riservare ai tecnici della materia.

Sennonché, a complicare la faccenda vi è il fatto che l’avvocatura, interlocutore altrettanto qualificato sui temi della Giustizia, ha deciso di assumere una posizione esattamente opposta a quella dell’ANM.

La sua componente maggiormente sensibile alla separazione delle carriere, tema clou della riforma, ha assunto, attraverso l’Unione Nazionale Camere Penali, l’impegno eguale e contrario di sostenere pubblicamente le ragioni del Si.

Di tale anomalia, che pone i soggetti del processo su posizioni contrapposte, non è ancora percepibile compiutamente la portata deflagrante, benché l’ingravescenza dei toni del confronto lasci già distintamente intravvedere la strada senza ritorno che si è inteso imboccare.

Il primo, e forse l’unico, effetto demolitivo della riforma potrebbe rivelarsi, infatti, al traguardo, l’irreparabile frattura identitaria venutasi a creare nel mondo dei giuristi.

Né si è assistito, finora, ad alcun concreto gesto dialogante.

È nota la polemica sulla destinazione degli uffici giudiziari a luoghi di celebrazione delle manifestazioni che hanno tenuto a battesimo il Comitato per il No, cui gli avvocati lamentano di non essere stati invitati, benché i Tribunali siano indubbiamente anche “Casa loro”.

A dirla tutta, l’Avvocatura pare pervasa da una più sana disomogeneità.

Molti sono, tra gli avvocati, quelli contrari alla riforma, non essendo per ciò solo tagliati fuori dal dibattito interno alla categoria.

Un avvocato (Enrico Grosso) presiede addirittura il Comitato per il No.

L’AIGA (Associazione Italiana Giovani Avvocati) ha scelto di rendersi, nella fase referendaria, “disponibile a iniziative di informazione e divulgazione, con l’obiettivo di far conoscere i contenuti del testo senza condizionare l’elettorato ma favorendo un confronto basato su elementi giuridici” (comunicato stampa del 30 Ottobre 2025).

Ai giovani avvocati fanno da contraltare, con piglio più schierato, i “Giovani Magistrati”, una neoformazione che vive sui social media, fresca di legittimazione assembleare, divenuta, in pochi mesi, uno strumento nuovo di zecca di divulgazione del tradizionale pensiero associativo dominante.

Non è possibile, allo stato, prevedere come andrà a finire. I sondaggi restituiscono proiezioni più o meno equilibrate rispetto alle diverse posizioni. Ma si hanno già elementi per azzardare, alla luce del dato sopra evidenziato, una prima non confortante previsione.

La circostanza che i due protagonisti qualificati del confronto (magistratura ed avvocatura) si siano posizionati su versanti opposti – già di per sé – costituisce elemento di forte incertezza in termini di capacità di orientamento del voto, ed è destinata inevitabilmente ad oscurare le ragioni tecniche di fondo dei sostenitori delle posizioni contrapposte.

Pur potendo contare sull’endorsement di intellettuali di grido e di note testate editoriali, la parte più “coinvolta” pare, allo stato, quella maggiormente esposta a questo rischio.

Sul punto della separazione delle carriere la magistratura associata avversa la riforma con la nota argomentazione secondo cui il pubblico ministero, separato dalla magistratura giudicante, è destinato ad essere assoggettato al potere esecutivo.

Poco rileva il fatto che la prospettiva sarebbe un pessimo affare per chi l’ha concepita, perché, si sa, le maggioranze parlamentari sono variabili, e i governi cambiano ad ogni legislatura.

Poco rileva anche la mancanza di riscontro normativo della tesi, se è vero come è vero che l’art. 104, così come riscritto, non contiene traccia letterale dell’adombrato rischio.

Quel che conta è la forza di suggestione dell’argomento, tale da indurre l’elettore a dubitare di tutte le argomentazioni, e a scegliere, tra le due opzioni, quella, più tranquillizzante, della conservazione dello status quo.

La strategia non farebbe una piega, se non si considerasse il fatto che l’altro soggetto qualificato della discussione sostiene argomentazioni diametralmente opposte, sintetizzabili nel ragionamento secondo cui, in un sistema processuale moderno di tipo accusatorio, quale è quello vigente, i cittadini debbono poter fare affidamento sulla terzietà del giudice rispetto all’accusa e alla difesa, offuscata, nella situazione attuale, dall’appartenenza del giudice e del P.M. al medesimo bacino giudiziario.

Chi scrive ha, in altre occasioni, rispetto a questo punto, manifestato timori diversi da quelli tipici della propaganda correntizia, incentrati sulle insidie insite nello sdoppiamento del CSM, e nell’innesto della riforma Nordio sulla riforma verticistica delle Procure, realizzata col Decreto Legislativo 106/2006, con prevedibili effetti di esasperazione dei suoi effetti, in termini di fondazione di un nuovo polo di potere.

Preme, piuttosto, in questa sede, evidenziare che, rinunciando a trovare dei punti condivisi con l’avvocatura, la magistratura associata sta probabilmente contribuendo ad aumentare il suo distacco dal corpo sociale, già inaugurato dalla stagione del pubblico dominio delle sue disgrazie interne.

Tra le argomentazioni contrapposte, l’opinione pubblica finirà, infatti, per essere naturalmente indotta a ritenere maggiormente persuasive quelle provenienti da una parte terza, tecnicamente attrezzata al pari dell’antagonista, per la semplice ragione che quelle spese dalla magistratura sono “interessate”.

Sbagliano quanti ritengono che la partita si giocherà sull’indice di gradimento del governo in carica.

Il cittadino medio – che, vincendo la disaffezione all’esercizio della democrazia diretta, deciderà, in primavera, di votare – diffida tanto dei politici quanto dei magistrati, e orienta il voto in base al livello di allerta dell’impatto che la modifica legislativa avrà rispetto ai suoi diritti.

La riforma limiterà le mie libertà?

Se la risposta è sì, vincerà il fronte del No.

Ma il discorso si complica se a dire il contrario sono gli avvocati, cui si ricorre quando occorre affrontare una questione di rilevo processuale.

Vedere, del resto, la discesa in campo della magistratura è rappresentazione che stupisce.

L’equilibrio fissato dalla Costituzione impone che i poteri si riconoscano reciprocamente” (Intervento del Procuratore generale della Cassazione, dott. Luigi Salvato, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2025).

Un potere dello Stato che si organizza mettendo in piedi un Comitato per contrastare il legittimo esercizio delle prerogative di un altro Potere dello Stato può risultare incomprensibile al comune sentire, e rischia di abdicare alla limpidezza delle sue argomentazioni, poiché contrasta con il principio della separazione dei Poteri, e il suo agire mal si concilia col corollario che di quel principio è anche la premessa, ovvero che a ciascun Potere compete ciò che la Costituzione gli consente.

Qualcuno ha detto che, con le sue scelte, l’ANM si è trasformata in un soggetto politico per orientare il voto.

Magari no. Ma il dado è tratto. La posta in gioco è alta.

Non alta fino al punto, però, da giocarsi, in un sol colpo, tutta la reputazione.

Natalia Ceccarelli

Magistrato, membro del Comitato Direttivo Centrale dell’Associazione Nazionale Magistrati

Registrato al Tribunale di Roma il 19/09/2018, n. 155
Direttore: Roberto Serrentino

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