Il caso di Bologna e
la natura politica del CSM


L’attuale controversia sulla nomina del procuratore aggiunto a Bologna, dove il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) sembra preferire un profilo con numerosi incarichi fuori ruolo rispetto a uno dedito esclusivamente alla giurisdizione, non è un incidente isolato, ma il sintomo di un sistema strutturale. Questa vicenda ha innescato una reazione senza precedenti, con decine di magistrati che denunciano un’ingiustizia, mentre alcuni consiglieri reagiscono tacciando tale protesta di “interferenza politica”. In realtà, questa tensione mette a nudo la vera essenza del CSM: un organo che, lungi dall’essere puramente tecnico, opera secondo logiche prettamente politiche.

Esistono molteplici esempi del “premio” accordato all’esercizio di funzioni diverse da quelle proprie del magistrato, tra i più recenti e noti quello di Raffaele Cantone mandato a dirigere la procura della Repubblica di Perugia provenendo dall’ANAC e quello di Giovanni Melillo che, dopo essere stato fuori ruolo alla Presidenza della Repubblica e poi al Ministero della Giustizia, ha assunto la guida della procura nazionale antimafia prevalendo su Nicola Gratteri che aveva svolto esclusivamente funzioni giudiziarie.

Vi sono poi magistrati che entrano in politica subito dopo l’esercizio di incarichi importanti, come per l’appunto quello di Procuratore Nazionale Antimafia, quasi che lo scranno parlamentare ne sia appendice necessaria, in tale senso depongono i casi di Pietro Grasso, Franco Roberti e Federico Cafiero De Raho.

Volete magistrati sottomessi alla politica?

Con questo slogan (intimidatorio) il Comitato per il No, guidato dall’ANM, ha ottenuto la vittoria del No al referendum.

È rimasta, imperdonabilmente, nascosta agli elettori la vera domanda: volete una magistratura politicizzata?

Eccovela.

Nomine come elezioni: il superamento del diritto amministrativo

Il cuore del problema risiede nel fatto che il CSM è un organo elettivo e, per sua stessa natura, le decisioni che è chiamato a prendere risultano spesso più politiche che tecniche. In questo contesto, le nomine dei dirigenti non seguono i binari tipici di una procedura dominata dal diritto amministrativo, che dovrebbe basarsi su parametri oggettivi e meritocratici legati alla funzione svolta. Al contrario, esse somigliano a vere e proprie elezioni, dove il peso delle correnti e le sensibilità degli schieramenti prevalgono sulla valutazione tecnica del curriculum giudiziario. I consiglieri non agiscono come funzionari neutrali, ma come rappresentanti di correnti scelti dall’assemblea dei magistrati, portando questa “politica interna” a determinare l’andamento della carriera dei colleghi.

La legittimazione del sistema attraverso il referendum

Questa trasformazione del CSM in un’arena politica è stata, paradossalmente, difesa dalla magistratura stessa. Sia i magistrati che oggi firmano appelli per la giustizia, sia i consiglieri che gridano allo scandalo, hanno in gran parte sostenuto il NO al referendum sulla riforma dell’organo. Quella scelta è stata motivata dal timore di finire “sotto la politica” esterna, ma ha avuto l’effetto di blindare il sistema attuale: un CSM politico che seleziona la classe dirigente attraverso meccanismi fiduciari. Chi ha votato per mantenere lo status quo ha accettato che il CSM continuasse a esercitare un ampio potere discrezionale, preferendo la rappresentanza delle correnti all’astratta neutralità del sorteggio o di criteri tecnici stringenti.

Il “fuori ruolo” come moneta di scambio politica

La politica non “invade” la magistratura dall’esterno; piuttosto, vi entra attraverso il meccanismo normato dei fuori ruolo. Il Testo Unico sulla Dirigenza Giudiziaria codifica questo primato della politica sulla tecnica:

  • Indicatori di attitudine: L’esperienza organizzativa maturata presso Ministeri o enti pubblici (incarichi fiduciari della politica) è considerata un indicatore “costitutivo” delle attitudini direttive (Art. 7).
  • Marginalizzazione della giurisdizione: L’effettivo lavoro in aula per dieci anni è ridotto a mero “elemento preferenziale a parità di condizioni” (Art. 35), rendendo di fatto la carriera giudiziaria subordinata ai rapporti maturati nei palazzi del potere.

I dati confermano l’efficacia di questa “corsia politica”: magistrati che restano fuori ruolo anche per oltre 20 anni tornano spesso con gradi superiori o incarichi di vertice, venendo premiati per la loro vicinanza al potere esecutivo o legislativo piuttosto che per i processi celebrati.

Il “magico mondo” dei fuori ruolo: i dati delle Camere Penali

Non è la politica esterna a “invadere” la magistratura; è la magistratura stessa che ha istituzionalizzato l’ingresso della politica nei propri percorsi di carriera attraverso il meccanismo dei fuori ruolo. Un recente documento dell’Unione delle Camere Penali Italiane, significativamente intitolato “Il magico mondo dei fuori ruolo”, documenta con estrema precisione la portata del fenomeno:

  • 818 magistrati hanno svolto almeno un incarico fuori ruolo.
  • 383 magistrati (quasi la metà del totale) sono rimasti fuori dalla giurisdizione per oltre 5 anni.
  • 94 magistrati sono stati fuori ruolo per un periodo compreso tra i 10 e i 15 anni.
  • 14 magistrati per un periodo tra i 15 e i 20 anni.
  • 5 magistrati hanno superato i 20 anni di assenza dalle aule, con un record che raggiunge i 27 anni.

Questi numeri descrivono un sistema in cui l’allontanamento dai tribunali non è una parentesi, ma una scelta di carriera premiante. Al termine di questi incarichi fiduciari presso Ministeri o altri organi politici, i magistrati rientrano spesso con promozioni automatiche (come la nomina in Cassazione) o ottengono incarichi direttivi di vertice, venendo valorizzati proprio per la rete di relazioni costruita fuori dai tribunali.

Una crisi di identità dell’indipendenza

In conclusione, il paradosso finale è che tutto questo avviene in nome della difesa dell’indipendenza della magistratura. Tuttavia, se l’indipendenza significa che un magistrato può accettare incarichi politici e poi essere preferito dal CSM a chi ha fatto giurisdizione, allora il concetto stesso è stato svuotato di significato. La colpa di questa deriva non risiede nella politica esterna, ma nella scelta consapevole dei magistrati di mantenere un CSM politico, che oggi si limita a riflettere allo specchio le conseguenze di quel voto: un organo dove la nomina è diventata un atto elettorale e la giurisdizione un elemento accessorio.

È il risultato del referendum, strenuamente difeso dal comitato per il No. Tutto come prima.

Eccentrico lamentarsene oggi con petizioni politiche contro decisioni politiche.

Nicola Saracino

Magistrato Corte d’Appello a Roma

Registrato al Tribunale di Roma il 19/09/2018, n. 155
Direttore: Roberto Serrentino

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