
Il dovuto rispetto della dinamica democratica impone di prendere atto della netta vittoria del “no” nel referendum del 22 e 23 marzo. Il popolo si è espresso e il risultato non si discute: la riforma costituzionale dell’ordinamento giurisdizionale proposta dal Governo e approvata dal Parlamento è andata incontro a una sonora bocciatura.
Peraltro, chi ha creduto nelle ragioni del “sì” non per opzione politico-ideologica ma perché riteneva la riforma idonea a contrastare alcune gravi storture dell’attuale assetto ordinamentale della giurisdizione, non può non avvertire il sapore amaro di una storica occasione sprecata.
Indubbiamente, il testo della Riforma presentava alcune imperfezioni, come l’asimmetria tra il sorteggio della componente togata e quello della componente laica ovvero il difetto di coordinamento tra le nuove attribuzioni riconosciute all’Alta Corte e le preesistenti competenze del CSM. Sebbene la naturale e indispensabile sede attuativa avrebbe potuto agevolmente superarle, i sostenitori del “no” hanno saputo abilmente sfruttarle, rappresentando l’inevitabile generalità del testo costituzionale come un pericoloso “salto nel buio” e trasformando un dato connaturale alla normazione di principio in un’efficace arma contro la riforma.
Più in generale, bisogna riconoscere che, sul piano strategico, gli oppositori della riforma sono stati assai più abili dei suoi propugnatori e che la narrazione dei primi è risultata di gran lunga più efficace. Sul piano comunicativo, vincente si è rivelato l’assai massiccio ricorso al “benaltrismo”. Si è ripetuto ossessivamente che la riforma non avrebbe risolto nessuno dei problemi quotidiani della giustizia, a cominciare dalla durata dei processi. E ciò sebbene si trattasse di un’elementare trovata propagandistica. Del resto, la riforma non era una ricetta per la conduzione della quotidiana prassi giudiziaria ma affrontava i grandi problemi della familiarità tra accusatore e giudice, della partitocrazia correntizia nella gestione delle carriere dei magistrati e della giustizia disciplinare domestica, ossia deficit strutturali che condizionano negativamente le fondamenta del sistema giustizia e della cui soluzione, fuori da un’ottica di corto respiro, sarebbero chiari i benefici anche in termini di efficienza.
E se, indubbiamente, è più facile aggregare il consenso “contro” piuttosto che quello “per”, il primo ha beneficiato sia di talune oggettive circostanze politiche sia di alcune scelte strategiche compiute nell’uno e nell’altro campo.
Sul versante del “no” si è registrata una fortissima mobilitazione di tutte le forze avverse all’attuale maggioranza politica, le quali, anche per l’esigenza della leader del principale partito di opposizione di marcare strettamente la sua principale alternativa alla guida del c.d. “campo largo”, si sono compattate in un blocco granitico.
Il fronte del “sì”, invece, si è presentato frammentato e gravemente contraddittorio.
Non è mancato chi, valutando positivamente la riforma e vedendo in essa un’occasione per ridare credibilità alla magistratura, sottraendola al giogo delle correnti e della politicizzazione, si è speso “nel merito”. Tuttavia, la campagna per il“sì” è stata egemonizzata da una retorica populista che, avulsa dai suoi contenuti reali, ha sbandierato la riforma come una sorta di clava contro parte se non contro tutta la magistratura indistintamente, così alimentando le ragioni dei fautori del “no” e favorendone di fatto la presa sull’opinione pubblica. Taluni, forse incapaci di cogliere la positiva portata innovativa della riforma o comunque poco convinti dalla medesima, hanno ritenuto di guardare oltre il referendum, prefigurando ulteriori passi da compiere all’indomani della consultazione, ancorché in nessun modo collegati alla riforma, quali la responsabilità civile dei magistrati o la sottrazione della polizia giudiziaria alla direzione funzionale del pubblico ministero, così intimorendo buona parte dell’elettorato e dando fuoco alle polveri della propaganda del “no”, incentrata su una rappresentazione della riforma, assai seducente quantunque avulsa dal merito, come primo passo di una deriva antidemocratica.
La maggioranza politica ha vissuto l’insanabile contraddizione dovuta al varo di una riforma fortemente “garantista” affiancatasi a una politica quotidiana segnata da “pacchetti sicurezza” a ripetizione, dalla moltiplicazione dei reati e dall’inasprimento delle pene, ispirata a finalità repressive urlate, ancorché spesso destinate a restare puramente simboliche e cartolari, in attuazione di un “panpenalismo” di fatto destinato a privare di ogni credibilità gli atti di fede liberale del Ministro Nordio.
La promozione di una riforma garantista con slogan buoni per la pancia del Paese, evocativi della necessità di controllare i giudici per punire più duramente “immigrati illegali, pedofili, stupratori, spacciatori”, ha determinato un’insolubile impasse.
In tale situazione paradossale va probabilmente rintracciata la ragione di fondo della fragilità del “sì”: per una strana e singolare congiuntura, alla quale non appaiono estranee le dinamiche interne alla magistratura associata, una maggioranza ispirata da pulsioni securitarie ha varato in via definitiva una riforma profondamente garantista e volta a rafforzare l’indipendenza dei singoli magistrati dai potenziali condizionamenti interni ed esterni. Non è un caso che a favore del “sì” si siano espresse le voci più autenticamente liberali e sensibili alle esigenze garantistiche di diversi fronti culturali e politici mentre e che, di contro, frange significative del centrodestra, inclini a considerare la giurisdizione come servente rispetto alla funzione di governo e agli obiettivi politici di quest’ultimo, abbiano mostrato una significativa freddezza verso i contenuti della riforma.
Vere trionfatrici dalla consultazione referendaria sono state senza dubbio l’Associazione Nazionale Magistrati e le sue tradizionali correnti interne. Al grido “difendere la Costituzione”, sono riuscite in pieno a conservare intatto il nucleo profondo del proprio potere, fondato sulla possibilità di designare in esclusiva, secondo sistematici programmi a lungo termine, la composizione del CSM e, correlativamente, di condizionare politicamente l’amministrazione dei magistrati, e assicurato dal sistema elettoralistico di selezione dei componenti dell’organo di governo autonomo.
Laddove i partiti di opposizione erano finora sembrati totalmente impotenti, la magistratura associata, assistita da una macchina propagandistica rivelatasi altamente efficiente, è riuscita a mettere all’angolo la premier Giorgia Meloni.
E tuttavia, nell’indicare gli effetti della vittoria del “no”, non può dirsi che quest’ultima sembri aver fatto centro: almeno fino alla naturale scadenza della legislatura, gli italiani “si terranno” l’attuale Governo Meloni, con la maggioranza politica che lo sostiene, e “si terranno” altresì le storture del sistema giustizia che la riforma prometteva di contrastare.
E invero, sul tappeto restano intatti i problemi del deficit di terzietà del giudice, della gestione correntocratica del governo autonomo dei magistrati e di una giustizia disciplinare elettiva di natura domestica. E non c’è dubbio che tali problemi, essendo stati elettoralmente sublimati in virtù, oggi appaiono ancora più difficili da contrastare.
È vero che non mancano le manifestazioni di buoni propositi provenienti da ogni settore, compresa la magistratura associata. Ma la sensazione è quella del déjà-vu: altisonanti dichiarazioni di intenti e proclami di autoriforma destinati a sfociare, secondo il classico schema del conservatorismo reazionario, in sostanziale immobilismo.
La speranza, ovviamente, è quella di essere smentiti ma la possibilità che il “sistema” possa andare incontro a un reale cambiamento strutturale, dopo essere stato consacrato dal voto popolare, assume le vesti di una vera e propria utopia.