L’ANM, il Comitato Direttivo Centrale,
le mie dimissioni


Sono note le mie recenti dimissioni dal Comitato Direttivo Centrale dell’Associazione Nazionale Magistrati.

Sono noti anche i motivi, rimbalzati sui social e sui giornali nei giorni immediatamente successivi. Senza voler indugiare sulle ragioni della mia rottura, mi pare il caso, però, di soffermarmi sugli effetti di “viralizzazione” del messaggio che tale scelta ha originato, decisamente oltre la mia volontà e le mie intenzioni.

Mi sono chiesta, infatti, le ragioni della spasmodica condivisione del testo del mio intervento, scritto all’alba dello stesso giorno in cui è stato pronunciato.

E la più verosimile risposta che mi sono data è che, in esso, è stata, forse, sublimata la delusione collettiva, e, al tempo stesso, quel testo ha funzionato come una sorta di consolazione, una coperta di Linus ad uso dei giuristi che avevano creduto fino in fondo alla Riforma, e che hanno accettato il responso delle urne con la soddisfazione data dalla sfrontatezza di chi ha rinfacciato al fronte opposto di aver giocato con un mazzo di carte truccate.

Truccate dalla manipolazione, dalla pretermissione del testo della legge, dallo sviamento dell’attenzione sul contesto.

Nella lunga notte della sconfitta – e prima del fisiologico riposizionamento degli interlocutori del confronto in più diplomatiche posture – le mie dimissioni sono diventate un valido supporto emozionale, o, se si vuole, un premio di consolazione per quanti sul testo della legge avevano concentrato tutto il ragionamento.

Miracoli della comunicazione, che si è appropriata di un gesto personale, trasfigurandone il significato letterale. 

A proposito di comunicazione …

Qualche mese fa scrivevo su questa rivista che il voto referendario delle grandi masse sarebbe stato orientato, in prevalenza, dal livello di allerta dell’impatto che la modifica legislativa avrebbe avuto rispetto alla sfera delle libertà del singolo elettore.

Detto in parole semplici, la paura avrebbe determinato l’esito del voto.

I miei amici in ANM devono avermi letto (anche se non lo ammetteranno mai) o, più semplicemente, ho un talento inconsapevole nel campo della comunicazione.

Di lì a poco, infatti, l’associazione dei magistrati ha esordito nella campagna referendaria con dei suggestivi manifesti 6×3, nei quali ha chiesto all’elettore: “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?”.

Una domanda di questo tipo non potrebbe mai essere posta in un’aula di Tribunale, essendo destinata a cadere sotto la scure della inammissibilità, in quanto palesemente suggestiva.

Domanda suggestiva è quel quesito che viene formulato in modo tale da suggerire la risposta desiderata o da influenzare il testimone, fornendo informazioni non ancora emerse.

Nel caso di specie, la risposta desiderata era ovviamente “No”, e la forza di suggestione era rappresentata dalla falsa prospettazione – del tutto assente nel testo della legge di riforma – della sottoposizione della magistratura al potere esecutivo.

Centrato il colpo della falsa suggestione, poco hanno potuto quanti si sono, poi, affannati a dire che il messaggio era falso (si parlava di giudici e non di pubblici ministeri), fuorviante e del tutto avulso dal dato normativo.

L’associazione dei magistrati, abbracciata ormai la filosofia del chissenefrega, è andata avanti per la sua strada, senza nemmeno sforzarsi di respingere l’accusa di pubblicità ingannevole, ben consapevole del fatto che, con i noti manifesti, aveva sortito l’unico effetto desiderato: quello, cioè, di ingenerare nell’elettore un sentimento di paura e diffidenza rispetto alle modifiche costituzionali da approvare.

E qui viene il bello.

Anziché azzardarsi a partecipare al confronto con la parte avversa, si è chiusa a testuggine, rifiutando i confronti televisivi di spessore, nominando rappresentante esterno del proprio comitato un avvocato che non sarà ricordato per l’incisività del suo contributo dialettico, sospendendo le riunioni del parlamentino (ndr.: Comitato Direttivo centrale), nelle quali rischiavano di essere palesate le strategie, le ingenti somme e le strumentazioni utilizzate.

E intanto finanziava sondaggisti e siti web per una capillare e mirata opera di diffusione del messaggio fuorviante.

Siamo più forti in Calabria? Ok, concentriamoci sulla Puglia.

E il Veneto come va? Maluccio … diamoci dentro con Tik Tok.

Se un decimo di tale accanimento fosse stato messo in atto dalla Politica, che pure quella riforma l’aveva elaborata, saremmo qui a interrogarci sul contenuto da imprimere alle leggi di attuazione, anziché sulle ragioni della bocciatura referendaria.

Ma la Politica ha commesso un errore imperdonabile.

Confidando nella forza incontestata del mandato elettorale, ha sottovalutato i magistrati che si organizzano per difendere lo status quo.

Ha identificato male l’avversario, assimilandolo a quei compassati tontoloni che amministrano la giustizia nelle aule di tribunale, talvolta svogliatamente, il più delle volte in grande affanno sulle carte.

Ha omesso di considerare che quelli che gestivano la campagna erano, invece, dei furbacchioni iperattivi, che, zitti zitti, stavano tramando per imprimere una sonora umiliazione a chi aveva osato progettare la riforma della magistratura senza interpellarli.

Bravi, sono stati bravi, non c’è che dire.

Inutile negarlo.

Qualcuno ha parlato di cementazione ideologica delle diverse componenti della magistratura sotto il vessillo delle correnti progressiste.

Io, più semplicemente, penso che la prospettiva del pericolo imminente ha indotto tutte le correnti, anche le più moderate, a unire le forze nel perseguimento di un unico obiettivo, mandando in scena la più classica rappresentazione del solito italico machiavellismo. 

Al traguardo, però, resta un interrogativo, che assilla tutti quei magistrati che, come me, auspicavano un confronto leale sul testo effettivo della legge.

Chi vi ha autorizzato a spendere anche il mio nome per ingannare gli elettori?

Non io. E, cionondimeno, sento di aver contribuito all’inganno, in quanto parte di quella associazione.

Per questo, in fondo, mi sono dimessa.

Ma non lo dite in giro.

Nessuno capirebbe.

Natalia Ceccarelli

Consigliere Corte d'Appello di Napoli, già membro del Comitato Direttivo Centrale dell’Associazione Nazionale Magistrati

Registrato al Tribunale di Roma il 19/09/2018, n. 155
Direttore: Roberto Serrentino

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