
La Riforma costituzionale promuove una nuova visione del rapporto Stato/Individuo. Si passa dal sistema paternalistico, nel quale un pubblico ministero grazioso svolge, per obbligo non sanzionato (e impunemente disatteso) anche indagini a favore della persona indagata, a un sistema che libera il giudice dall’eroismo di smentire il pubblico ministero per le sue iniziative avventate.
La Riforma sottende la visione di individui che, singolarmente e collettivamente, pretendono responsabilità e professionalità dai magistrati, tutt’oggi bene attenti a difendere la propria indipendenza, grazie alla quale ritagliano, col verbo della tutela costituzionale, una zona di assoluta impunità per gli errori, gli atteggiamenti, le iniziative improvvide, dozzinali, avventurose.
La Riforma chiede ai magistrati di rinunziare ai privilegi in cambio dei … doveri! E come volete che questa preziosa categoria ne sia felice? Sarebbe come chiedere al Re se vuole la Repubblica, o la Monarchia. Risponderebbe: ma la Monarchia, vivaddio! Tutta la vita!
Una delle più insidiose obiezioni alla separazione delle carriere è che il percorso formativo comune indurrebbe nel pubblico ministero la “cultura della giurisdizione”, qualità morale per la quale il prosecutor eviterebbe accuse azzardate.
Un salto nel passato: 17 giugno 1983, rito inquisitorio: Enzo Tortora è arrestato, con l’accusa di associazione camorristica e traffico di stupefacenti. All’esito di mesi di carcere sarà mandato assolto con la formula più ampia, quattro anni dopo.
Torniamo al nostro presente, rito accusatorio: 23 gennaio 2019, Marco Sorbara, consigliere regionale è arrestato con l’accusa di concorso in associazione mafiosa. Dopo 909 giorni di carcere preventivo, sarà mandato assolto con formula piena nel 2024.
Per i Signori del “No” questo proverebbe che il sistema … funziona. Chi deve essere assolto trova, infine, il suo riscatto.
Ebbene no, Signori: questi sono clamorosi fallimenti della giurisdizione penale, che soltanto una categoria di egoistica autoreferenzialità può considerare … fisiologici.
Perché ciò accade?
Se pensiamo che le regole processuali funziono come l’algoritmo di un software, così da indurre nei protagonisti del rito penale comportamenti standardizzati, siamo lontano anni luce dalla realtà. I magistrati non sono super-individui, ma esseri umani con emozioni e regolarità psicologiche ed è gravissimo errore ignorarlo. Se si affida a un individuo il ruolo del pubblico ministero, si può stare certi che egli, al riparo dell’ombrello italiano dell’obbligo dell’azione penale, lo interpreterà nel senso del perseguimento accusatorio. Gli individui agiscono a seconda del ruolo che loro si affida.
Il potere di iniziativa penale è pervasivo, persino violento verso i propri simili. Il punto è che in Italia … non ha contrappesi. Sia l’azione del pubblico ministero meditata, con razionale previsione dei risultati; sia essa fondata su intuizioni, teoremi accusatori personalissimi e persino se infarcita di errori in fatto e diritto, che si sottraggano facilmente alla categoria della inescusabilità, si può essere certi che quel magistrato non risponderà mai delle conseguenze delle sue scelte. Dunque, perché dovrebbe meditare? Perché compiere lo sforzo di valutare una informativa di polizia giudiziaria, piuttosto che esserne pedissequo? Perché falsificare, come propone Marcuse, i propri convincimenti, per sottoporli prova di resistenza logica? Che cosa dovrebbe indurlo a riconoscere lealmente valore assolutorio alla tesi difensiva, posto che psicologicamente egli è, invece, portato a esaltare ciò che rinforza le sue convinzioni e ignorare ciò che le disconferma? Posto che non rischia nulla, qualunque cosa faccia?
Ecco il punto. Un sistema che attribuisce un potere invasivo al singolo funzionario, separandolo radicalmente dalla responsabilità, non solo non ne stimola la professionalità e meno che mai la “cultura della giurisdizione”; ma, al contrario, promuove cultura dell’arbitrio processuale. Se la professionalità del magistrato è presunta alla vincita del concorso, poiché le seguenti sette valutazioni sono affidate a un organo che promuove tutti allo stesso modo, chi se ne curerà?
Ora immaginiamo di essere Enzo Tortora, o Marco Sorbara: innocenti e in attesa del giudizio.
Il pubblico ministero che vedremmo entrare in aula, che magistrato crediamo debba essere? Quello che ha svolto le … indagini a nostro favore? Il … “primo difensore dell’imputato”?
Vedremmo un pubblico ministero motivato da una ostinazione accusatoria, che non vorrà perdere la faccia in aula, non vorrà mortificare il prestigio dell’Ufficio che rappresenta, non vorrà perdere credito professionale, avendo impiegato tempo, uomini e mezzi per costruire quell’accusa. Quale che sia il materiale probatorio raccolto e al di là di ogni possibile argomentazione difensiva, sarà un pubblico ministero che vorrà la nostra condanna, ad ogni costo: perché non sarà mai chiamato a rispondere delle proprie scelte, anche davanti alla più clamorosa assoluzione.
Alla domanda:
“Davanti a un simile pubblico ministero, che giudice vorreste?”
Credo nessuno risponderebbe:
“Un giudice che va a pranzo con il pubblico ministero per rito di colleganza, che ha un po’ la mentalità del pubblico ministero perché hanno una comune formazione, un giudice che attende valutazione, o la decisione disciplinare dei colleghi di corrente del pubblico ministero, che ha interesse a favorirlo per giochi di corrente, che, al pomeriggio, con il pubblico ministero andrà a discutere di questioni sindacali …”
Ecco l’importanza della terzietà. Quando è il giudice e solo il giudice che può salvarci da anni di carcere (in primo grado Tortora e Sorbara sono stati condannati a dieci anni di reclusione!), noi tutti vorremmo un giudice culturalmente e per categoria ordinamentale distante dal p.m. tanto quanto è distante da noi.
Un sistema con obbligo di azione penale imposto a un p.m. irresponsabile, in cui agisce un giudice, la cui terzietà è affidata al suo eroismo intellettuale e non alla regola ordinamentale, è tarato per produrre l’errore giudiziario.
Non mi riferisco soltanto gli errori alla ribalta della cronaca, ma a tutto il microcosmo polveroso degli errori quotidiani, i quali determinano una miriade di processi inutili, che gli imputati innocenti vivono come malattia inevitabile, grati al sollievo del proscioglimento, senza consapevolezza del danno subito!
Allora ben venga un CSM formato per sorteggio. Le valutazioni quadriennali di professionalità potranno essere spontanee, non imposte dal bisogno di non dispiacere amici di corrente, dal quale deriva valutazione positiva in massa per … interessata parità di trattamento.
Ben venga un sistema che pretenda professionalità, oggi presunta “juris et de jure”, tanto che vincere il concorso assicura la progressione economica sino alla VII valutazione a tutti, di default.
Ben venga l’Alta Corte, che sottrae il disciplinare a giurisdizione in cui l’incolpato si sceglie, mediante elezione, il giudice domestico, che dovrà giudicarlo.
La Riforma pone le basi affinché le professionalità separate e, dunque, chiare, possano essere pretese e ne possa, dunque, essere riconosciuto il difetto, con ogni conseguenza: a beneficio di una giustizia competente e per questo anche più celere.
Soltanto un sistema fondato sulla Responsabilità assicura Professionalità. Soltanto il magistrato pronto a dare prova di professionalità ha legittimazione a invocare l’Indipendenza come valore costituzionale della Comunità e non quale privilegio per sé stesso.
Il “Sì” è una sentita, quasi disperata, richiesta di ‘legalità’ all’azione della magistratura. Una richiesta di lealtà processuale, di convincimenti responsabili, di servizio inteso come dovere, di cui dare conto e non come potere che cala dall’alto per buon cuore.