Le ragioni che mi spingono, le stesse che determinano i penalisti italiani a votare sì, si fondano su concetti semplici e basilari che noi operatori quotidiani nelle aule di giustizia abbiamo maturato constatando le criticità del “sistema”. In questa campagna referendaria, che purtroppo sta degenerando in toni inaspettatamente sorprendenti, si sono da più parti evocati personaggi e richiami storici, cercando di fornirne una prospettazione del tutto fuorviante.
Ritengo che questo metodo non sia affatto corretto ed anzi, dobbiamo basarci sull’esperienza quotidiana con riscontri che abbiamo costantemente e che ci inducono a votare sì a questo referendum. Ciò significa portare finalmente a compimento quella riforma rimasta sospesa, un po’ come da tradizione italiana, del processo accusatorio che non si è ancora perfezionato dal 1989 ad oggi. Votare sì non è altro che tendere a quel completamento naturale del processo penale rimasto incompiuto da quasi quarant’anni. È fondamentale l’importanza di questo percorso che finalmente porterà alla reale ed effettiva separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. E per la sicurezza e la tranquillità di tutti, l’articolo 104 della Costituzione, così come riformulato, testualmente ribadisce l’assoluta autonomia ed indipendenza sia dei giudici che dei pubblici ministeri.
Dobbiamo fermarci al dato tecnico e giuridico che la norma, come auspicabilmente riformata, testualmente prevede. Non è affatto corretta la deriva che i sostenitori del no paventano con drammatici e pericolosi destini. Tutto questo non è assolutamente scritto nella nuova norma costituzionale, né conducente a ciò che si tende a sostenere. Non dobbiamo assolutamente dare una lettura politica e strumentale della norma, ma è necessario che tutti i cittadini facciano una riflessione e una valutazione di natura squisitamente tecnica e giuridica, scevra da indicazioni politiche, al di là della fede e del colore politico che ciascuno di noi può avere. È sicuramente una riforma che porterà una sostanziale ed effettiva parità delle parti del processo accusatorio e quindi tra pubblico ministero ed avvocato, rendendoli equamente distanti dal giudice, figura terza ed imparziale, assolutamente super partes.
Questa piena autonomia si potrà raggiungere solamente con una effettiva divisione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, andando definitivamente ad eliminare quella unicità derivante dall’unitarietà della categoria che ad oggi, come una cerniera, si cementa nella scelta delle promozioni, delle carriere, dei trasferimenti e finanche del disciplinare, che inevitabilmente va ad influenzare e non implausibilmente inquinare. Ed è proprio in questo modo che possiamo raggiungere quella completa autonomia ed indipendenza assolutamente necessaria per uno Stato moderno, civile e democratico quale l’Italia deve essere.
Altro punto fondamentale sono le modifiche che riguardano il Consiglio Superiore della Magistratura, che non è un organo di rappresentanza politica ma di garanzia costituzionale a composizione mista), introducendo il metodo del sorteggio (soluzione tra l’altro proposta e auspicata da moltissimi magistrati ) per l’elezione dei suoi componenti, sia tra quelli interni che per i laici. Qui è necessario partire dalla crisi che ha colpito l’intero sistema della magistratura dopo l’esplosione del noto “caso Palamara”, a seguito del quale, però, la magistratura stessa non ha tirato fuori degli anticorpi efficaci ed allora il metodo del sorteggio può essere l’unico antidoto alle correnti che hanno determinato l’implosione del sistema stesso.
Credo fermamente che attraverso queste modifiche nel massimo rispetto proprio della nostra costituzione, si possa raggiungere quel livello di civiltà processuale imperniata di una vera cultura giurisdizionale degna del nostro Paese da sempre culla della civiltà giuridica.
A poche settimane dal voto, bisogna riportare il confronto referendario su un piano tecnico, evitando inutili e sterili scontri, che vanno inevitabilmente a danneggiare il già problematico sistema giustizia.
La Camera Penale di Roma, unitamente alle altre 128 camere penali di cui l’Unione delle Camere Penali Italiane si compone, sta portando avanti questa battaglia che non è di categoria, ma di principio.
Una battaglia di libertà e di civiltà giuridica che portiamo avanti da anni.
La separazione delle carriere è la riforma di cui l’Italia ha bisogno per una giustizia davvero imparziale e libera da qualsiasi condizionamento.
Solo un giudice indipendente, come prevede la Costituzione, può garantire i diritti di tutti. È questa, in fondo, la prima e solida ragione del nostro Sì.
Dieci buone ragioni per dire sì alla separazione delle carriere e per una giustizia più giusta, terza e credibile
1. Un giudice terzo è la prima garanzia di libertà
Perché senza un giudice terzo non ci può essere il necessario riequilibrio del potere del Pubblico Ministero.
2. Ruoli diversi, stesse garanzie
Due carriere diverse, una sola giustizia al servizio delle persone.
3. Per un processo davvero equo, ad armi pari
Solo la parità delle parti garantisce i diritti di tutti.
4. Come in tutte le democrazie liberali
L’Europa separa i ruoli, l’Italia deve colmare il ritardo.
5. Una giustizia che fa paura non è giusta
Chi crede nello Stato deve poter credere anche nella sua giustizia.
6. Separare per difendere autonomia e indipendenza del giudice.
L’autonomia si protegge distinguendo i ruoli, non confondendoli.
7. Sorteggio dei componenti del CSM: più trasparenza e meno correntismo
La giustizia deve rispondere ai cittadini, non ai gruppi di potere.
8. Il Presidente della Repubblica, garante dell’equilibrio e dell’unità della giustizia
Il Capo dello Stato resta il custode della Costituzione e della libertà dei cittadini.
9. Un’Alta Corte per una giustizia che risponde a tutti
La giustizia deve essere trasparente nei confronti dei cittadini, non rendere conto solo a se stessa.
10. Una battaglia di libertà, non di potere
È la riforma di chi crede nella Costituzione e nella giustizia come servizio ai cittadini.