
Sicuramente i nostri conti pubblici appaiano oggi molto più sostenibili rispetto alla situazione di qualche anno fa. E questa evoluzione risulta evidente guardando al nostro deficit che, secondo le previsioni della Commissione Europea, si stabilizzerà dal 2026 sotto il target del 3%, al miglioramento del giudizio di tutte le Agenzie di Rating, allo spread sui nostri titoli sovrani che si è stabilizzato intorno ai 70 bp, ma che, secondo il Financial Times, ha ulteriori margini di discesa fino a quota 50/60 bp.
Tuttavia, poiché in economia i miracoli sono rari e, nel caso italiano, le risorse finanziarie disponibili piuttosto scarse, la necessità di consolidare i conti pubblici ha imposto di rinunciare nella legge di bilancio a quegli stimoli finanziari “booster” in grado di imprimere all’economia accelerazioni immediate, ancorché spesso di corto respiro.
Il che, però, ha fatto accendere un forte riflettore sulle prospettive della crescita italiana che, anche secondo le Previsioni d’Autunno della Commissione Europea, non appaiono eclatanti. Più in particolare, l’Italia dovrebbe crescere dello 0,8% sia nel 2026 che nel 2027 contro una crescita media dell’Eurozona oscillante tra l’1,2% e l’1,4%.
Dunque, non certo una situazione da allarme rosso, ma sicuramente un dato che non può essere trascurato e sul quale bisognerà intervenire.
E una delle direttrici più interessanti su cui muoversi per dare uno scossone al nostro PIL utilizzando interventi strutturali e non stimoli a rapido riassorbimento è proprio quella che riguarda l’export del Made in Italy. I dati lo dimostrano: siamo il quarto Paese esportatore al mondo con un export che, nonostante l’enorme incertezza geopolitica imperante, si è attestato nel 2024 a circa 624 mld; nei primi dieci mesi del 2025 l’export italiano è cresciuto in valore rispetto allo stesso periodo del 2024 del 3,4%; il nostro comparto agroalimentare ha raggiunto a maggio 2025 il record di 70 mld di Euro di export.
Ciò premesso, è tuttavia importante sottolineare che la partita dell’export è diventata oggi molto più complessa e difficile rispetto al passato. Infatti, i dazi imposti da Trump hanno inserito in un delicato sistema di vasi comunicanti il virus dell’incertezza che ha modificato tutti gli equilibri interni. Basterà ricordare, a questo proposito, il rischio che le merci cinesi non più esportabili verso gli USA a causa dei dazi vengano dirottate verso l’Europa con conseguente pressione sul tessuto produttivo e commerciale europeo.
In questo contesto per l’Italia, particolarmente esposta verso gli USA, due aspetti diventano fondamentali: la diversificazione dei mercati di sbocco e la creazione di una filiera allargata.
Per quanto riguarda il primo punto, le nostre aziende, più che concentrarsi sul rafforzamento delle quote di mercato nell’ambito dei classici Paesi di sbocco, dovranno necessariamente puntare sull’ampliamento del numero dei Paesi target. In quest’ottica SACE, l’Export Credit Agency partecipata dal Ministero dell’Economia, ha individuato, una decina di “Mercati del futuro”. Più in particolare, si tratta di Paesi, selezionatitra i mercati prioritari del Piano per Export elaborato dal Ministero per gli Affari Esteri, con elevato potenziale di sviluppo e quindi in grado di assorbire quote crescenti del nostro export. Tra questi spiccano, ad esempio, Emirati ed Arabia Saudita che hanno evidenziato negli ultimi 15 anni tassi di crescita medi annui dell’export italiano del 5,7% e del 6,2%, ma anche paesi asiatici, quali Corea del Sud, Singapore e Malaysia oltre, naturalmente a Cina ed India. Da non trascurare, a questo proposito, che questo impegno di SACE, deriva anche dal fatto che si tratta di Paesi “affamati” non solo del made in Italy tradizionale, ma anche di un export ad alta intensità tecnologica che può riguardare il settore aereo spaziale, la robotica, il settore dell’agritech, nonché lo smart building caratterizzato da elevati standard ambientali.
Il secondo punto riguarda invece il fatto che la descritta necessità di guardare a questi “Mercati del Futuro”, si scontra con uno scenario geo politico sempre più incerto ed in continua trasformazione. Di conseguenza, per raggiungere l’obiettivo, diventa fondamentale che la classica filiera produttiva, costituita da aziende leader e dalle PMI, si trasformi in una filiera allargata che vada a comprendere oltre alle aziende, anche quei soggetti istituzionali in grado di supportare le imprese stesse in tutto il processo di internazionalizzazione. Ci si riferisce qui a CdP, SIMEST, ICE eSACE, senza, ovviamente, trascurare il supporto offerto dalle nostre rappresentanze diplomatiche all’estero. In questo contesto, ad esempio, SACE, oltre ai tradizionali interventi di natura finanziaria-assicurativa sull’export, sta intensificando gli sforzi per far conoscere alle nostre imprese i citati mercati di sbocco ad elevata potenzialità e per favorire il business matching anche grazie alla propria rete degli uffici di rappresentanza situati all’estero.
E se, effettivamente, la filiera allargata consentirà alle nostre aziende di muoversi su nuove rotte, l’auspicio del ministro Tajani di raggiungere nei prossimi anni i 700 mld di export sarà un obiettivo del tutto raggiungibile.