Dallo smartphone all’identità digitale


Con sempre maggiore velocità e incidenza, l’uso dello smartphone ed il ricorso all’identità digitale si rilevano a pieno titolo parte integrante del nostro fare quotidiano, ma ciò, non tanto per una scelta consapevole, frutto di una prudente e ponderata valutazione, quanto per un sempre più diffuso “timore” di non rimanere al passo con i tempi, ovvero sentirsi isolati e estromessi dalla vita sociale.

Era il 1973 quando Martin Cooper di Motorola, nell’effettuare la prima telefonata con il prototipo del DynaTAC, dispositivo che pesava oltre 1 kg, dava inizio a quel processo di innovazione che risulta scandire la nostra quotidianità: con il telefonino si lavora, si salutano gli amici, si legge la posta elettronica, si dà un’occhiata alle ultime notizie e poi con gli immancabili social network si condividono contenuti, immagini e video della nostra esistenza.

Se il cellulare è oggi uno strumento utilissimo e inseparabile, che ci accompagna fattivamente fornendoci supporto per ricordare password e appuntamenti, o metterci in contatto con i nostri cari, favorire la realizzazione di quelle innumerevoli attività che solo qualche anno fa avrebbero richiesto tempi di esecuzione attualmente non più giustificati, lo stesso dispositivo risulta troppo spesso motivo di preoccupazione, considerato che da un utilizzo moderato si passa ad una vera e propria dipendenza, tale da azzerare ogni rapporto interpersonale. È il caso dei più giovani, che da un impiego eccessivo dello smartphone, creato da adulti per adulti, vengono a subire devastanti effetti per la loro salute fisica e mentale. Evidenti, in tal senso, ne sono le varie ripercussioni, dall’obesità ai disturbi dell’attenzione, alla depressione, ai problemi alla vista, ecc.

In tale contesto, nel richiamare le Circolari del Ministero dell’Istruzione e del Merito, che limitano l’uso dei cellulari in classe, da cui l’ultima, la 3392 del 16 giugno 2025, che vieta dallo scorso 1° settembre l’utilizzo degli smartphone nelle scuole secondarie di secondo grado, si aggiunge ora una proposta bipartisan della Senatrice Lavinia Mennuni (FdI) con la Deputata Marianna Madia (Dem), che hanno presentato un disegno di legge all’esame dell’8^ commissione del Senato, volto a tutelate i minori nell’uso del web, prevedendo, in particolare, che l’attivazione di account sui social network e sulle piattaforme di condivisione dei video sia consentita ai minori solo dal quindicesimo anno di età. Età, quest’ultima, già prevista da tempo in Francia, ma ancora lontana dai 16 anni fissata in Australia per l’utilizzo dei social. In Inghilterra, invece, dove i gruppi “no phone” hanno notevole rilevanza, e dove da tempo è stato bandito del tutto il cellulare dalle scuole, di chiaro rilevo è la voce della fondatrice di Ergo Educational (servizio di supporto accademico specialistico online), Susan Lowndes Merques, che sottolinea (Panorama n. 42 dell’8 ottobre 2025): “Capisco bene che in un mondo globalizzato sia irrealistico e miope ignorare il valore della tecnologia, anzi, la mia stessa attività si avvale di tali strumenti. Tuttavia, i bambini con un cervello in fase di sviluppo hanno bisogno di connessioni umane per imparare in modo efficace. I dati sono chiarissimi: l’edtech è nella migliore delle ipotesi poco efficace, e nella peggiore, dannosa per l’educazione degli studenti. Credo che consentire, o addirittura agevolare, l’uso del cellulare nelle scuole equivalga a promuovere la degenerazione del loro cervello”.

Se da una parte si punta, quindi, a limitare nelle scuole l’uso degli smartphone, pur nella consapevolezza che non è possibile fermare l’utilizzo delle nuove tecnologie quali indispensabili strumenti a supporto di una società sempre più interconnessa, dall’altra, con l’intervento dell’intelligenza artificiale, ci troviamo al centro di una prossima rivoluzione, che potrebbe trasformare lo studio in qualcosa di facile, rapido e leggero.

Con l’intelligenza artificiale si mira ad un apprendimento personalizzato, che, grazie all’aiuto di un tutor capace di identificare le varie lacune da colmare, verrebbe a individuare per ogni singolo studente i più appropriati moduli didattici, questi ultimi da affrontare secondo ritmi e metodologie accuratamente calibrati alle singole individualità. Tutto dipende dallo studente, che potrà scegliere liberamente tra momenti di lavoro o di pausa, ovvero a quali materie dare la precedenza, rimanendo nel contempo sempre attivo e motivato.

Secondo i suoi fautori, l’intelligenza artificiale permetterà non solo di migliorare i risultati, grazie a un più elevato livello di apprendimento, ma anche di favorire una maggiore inclusione, il tutto se, chiaramente, messa a “completa” disposizione di coloro che ne facciano richiesta.   

Non mancano, tuttavia, anche le critiche di chi vede nell’intelligenza artificiale uno strumento per aggirare le regole, permettendo all’utilizzatore di trovare scorciatoie, ovvero qualcuno che faccia i compiti al posto suo, senza considerare che in assenza di elaborazioni il cervello dimentica velocemente.

La tecnologia è in continua e rapida evoluzione. Nell’immediato c’è già l’intelligenza artificiale che arriverà a breve a pensare come gli umani. Ciò porterà indubbiamente grandi vantaggi, ma anche svantaggi da limitare e correggere. La speranza è che la legislazione possa mantenere il passo a tutela delle fasce più deboli e delle nostre “facoltà mentali”, tenendo sempre al centro l’uomo, che deve saper governare e non subire la corsa del progresso tecnologico.

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