
I cittadini saranno presto chiamati al referendum per dire sì o no alla riforma (costituzionale) della magistratura appena approvata dal Parlamento.
Serve, infatti, l’avallo del popolo quando la maggioranza riformatrice non sia schiacciante.
Di cosa si tratti è ormai noto, anche per via dei numerosi articoli già apparsi su questa rivista:
- separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici;
- estrazione a sorte dei magistrati che comporranno i due Consigli Superiori della Magistratura (distinti per giudici e pubblici ministeri);
- istituzione di un’Alta Corte, esterna al CSM, quanto agli illeciti disciplinari.
Favorevoli o contrari è, adesso, una questione di conta.
A differenza del referendum abrogativo, va ricordato, non serve il raggiungimento di un quorum di elettori; la consultazione sarà valida a prescindere dal numero di votanti (art. 138 Cost.).
Del resto, è diversa la funzione delle due consultazioni popolari: il referendum abrogativo tende ad eliminare una legge vigente; quello consultivo ad esprimere eventuali contrasti verso una riforma già approvata dal Parlamento sia pure con maggioranza, per così dire, non schiacciante.
Si approssima, quindi, la “campagna” referendaria nella quale si contrapporranno i sostenitori della riforma e coloro che la avversano.
Tra questi ultimi si sono collocati i magistrati, attraverso la loro associazione di categoria, l’ANM.
O meglio, la maggioranza dei magistrati.
Non può dimenticarsi, per restare in tema di referendum, che quello, informale e meramente conoscitivo, svoltosi tra le toghe qualche tempo fa, aveva visto più del 40% dei votanti esprimersi in senso favorevole al sorteggio del CSM, proprio uno dei capisaldi della riforma in itinere.
Ma, si sa, in democrazia vince la maggioranza.
E tra le toghe è maggioranza quella che avversa la riforma costituzionale della magistratura (non della Giustizia, concetto molto più impegnativo).
Sta di fatto che questa maggioranza, non silenziosa, si è costituta in Comitato referendario proprio per sostenere le ragioni del “no”.
L’iniziativa è presentata sul sito dell’ANM in questi termini:
“A difesa della Costituzione e per il No al referendum”. Nasce il Comitato che avrà il compito di dar attuazione a quanto deciso dall’assemblea dell’Associazione nazionale magistrati in vista della consultazione che si terrà nel 2026 sul disegno di legge costituzionale a prima firma Nordio.
Il Comitato, come recita lo statuto, ha “come scopo immediato quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi derivanti dalla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere e sull’importanza di preservare l’attuale sistema di garanzie dei diritti dei cittadini e quindi di promuovere la vittoria del no al referendum costituzionale”.
Potrà inoltre decidere di partecipare ad ogni iniziativa culturale, mediatica e di informazione sul referendum. Il Comitato è aperto a tutti i cittadini ma non a esponenti di partito o a ex politici. Secondo lo Statuto, infatti, possono diventare soci del comitato “esponenti, in quiescenza, della magistratura ordinaria, amministrativa e contabile, professori e ricercatori universitari, esponenti dell’avvocatura, dell’associazionismo e della società civile e cittadini che condividano integralmente le finalità del comitato”.
“In nessun caso possono diventare soci del comitato persone che abbiano o abbiano avuto incarichi in partiti politici o in associazioni con esplicite finalità elettorali o di sostegno a partiti politici o abbiano svolto o svolgano in maniera non occasionale attività in partiti politici o associazioni con esplicite finalità elettorali o di sostegno a partiti politici”.
Ora, se il Comitato nasce con l’evidente finalità “politica” di avversare la riforma già approvata in Parlamento (sia pure a maggioranza non dei due terzi), perché mai tutta questa diffidenza verso gli esponenti di “partiti” politici?
Forse per un formale – e simmetrico – rispetto della legge (art. 3.1.h d.lgs. 109/2006) che, in armonia con l’“invito” costituzionale (art. 98, co. 3 Cost.), impedisce l’iscrizione dei magistrati a partiti politici: neppure i politici si iscrivano, allora, al Comitato costituito dai magistrati.
Sia come sia, la valenza politica dell’iniziativa non può essere messa ragionevolmente in dubbio da alcuno.
La giurisdizione e la sua organizzazione non è tema che riguardi i soli magistrati, riguarda tutti.
È politica.
Ovvio che se si mette mano alla sanità sarà bene ascoltare i medici, così come gli architetti per l’urbanistica.
Ma se i medici e gli architetti si costituissero in “Comitato” per dire direttamente la loro ai cittadini, quest’attività perderebbe il connotato tecnico per assumere, invece, quello politico.
Ed è quello che sta per accadere.
Al di là delle intenzioni, l’accostamento della magistratura alle forze politiche contrarie alla riforma costituzionale sarà inevitabile.
Del resto, manca (fortunatamente) una norma che vieti ai magistrati di “far politica”, divieto a tal punto generico da schiudere la via a qualsiasi ritorsione ipotizzabile.
Perché generico e scivoloso è il concetto stesso del “fare politica”; anzi i magistrati (la loro maggioranza) rivendicano la pretesa di dominare la “politica della giurisdizione”, come se i medici pretendessero una sanità fatta a misura loro e non dei pazienti.
Il sorteggio dei componenti dei due CSM (quello dei giudici e quello dei pubblici ministeri) non mina l’autonomia della magistratura e solo chi ipotizza che le sia attribuito il compito di “governare”, anziché amministrare, la giurisdizione può evocare la lesione del principio democratico: dove sarebbe il popolo nelle scelte affidate a dei tecnici? Chi vince il concorso ed è “eletto” dai colleghi non rappresenta il popolo ma fazioni (o frazioni) della corporazione.
I cittadini, allora, sappiano ragionare con la loro testa e non con quella dei magistrati.
Riflettano se per loro è meglio che l’accusatore sia, in termini di carriera, strettamente collegato al proprio giudice.
Il referendum riguarderà la riforma in blocco, non si voterà su singoli temi.
Non è una riforma perfetta, specialmente sul tema disciplinare si poteva e si doveva fare di più e meglio.
Escluso ogni rimpianto per l’attuale giudice disciplinare elettivo (politico?) incardinato nel CSM, l’Alta Corte che decide da sé sulle impugnazioni contro le proprie sentenze è idea piuttosto eccentrica e poco rassicurante sul piano delle garanzie, insomma un giudice sin troppo “speciale” contro il divieto dell’art. 102 Cost.