
Con la conclusione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza si chiude una delle più importanti stagioni di investimento pubblico della storia repubblicana. Dopo il Piano Marshall, l’Italia non aveva mai avuto a disposizione una simile leva finanziaria per modernizzare infrastrutture, sostenere la transizione energetica e digitale e rafforzare la competitività del sistema economico.
L’Italia è il Paese che ha raggiunto il più elevato livello di avanzamento del Piano tra gli Stati membri dell’Unione europea. Sono già state erogate nove rate per un totale di circa 166 miliardi di euro, pari a oltre l’85% della dotazione complessiva del Piano. Una parte rilevante dei progetti è stata completata e molte riforme hanno visto la luce.
Il PNRR ha consentito di accelerare interventi che il Paese attendeva da anni: dalla digitalizzazione della pubblica amministrazione al nuovo Codice degli appalti, dal rafforzamento delle infrastrutture tecnologiche del Paese fino agli investimenti nella scuola, nella ricerca, nell’innovazione e nel rafforzamento delle infrastrutture tecnologiche del Paese.
Ma il punto, oggi, non è stabilire se il Piano sia stato un successo o un insuccesso. La vera domanda è un’altra: cosa resterà del PNRR quando termineranno le risorse straordinarie europee?
Per l’industria delle tecnologie rappresentata da ANIE questa domanda assume un significato particolare. Le imprese della filiera elettronica ed elettrotecnica hanno sostenuto l’attuazione del Piano fornendo le tecnologie che hanno reso possibile la trasformazione del Paese: reti elettriche intelligenti, impianti per le energie rinnovabili, sistemi di accumulo, automazione industriale, tecnologie per il building, infrastrutture ferroviarie, digitalizzazione e sicurezza delle reti.
Il PNRR ha favorito una crescita significativa di questi mercati, permettendo alle imprese di investire in nuovi impianti, aumentare la capacità produttiva, innovare i processi, assumere personale qualificato e rafforzare la propria presenza nelle filiere europee.
Questo patrimonio rappresenta probabilmente il risultato più importante del Piano. Per la prima volta dopo molti anni si è creato un circolo virtuoso tra domanda pubblica, investimenti privati e sviluppo industriale.
Le grandi trasformazioni che il Piano ha contribuito ad avviare non si esauriscono nel 2026. La decarbonizzazione, l’elettrificazione dei consumi, la digitalizzazione delle reti, l’automazione industriale, l’intelligenza artificiale e la sicurezza delle infrastrutture sono processi destinati a svilupparsi ancora per molti anni. Ma hanno bisogno di continuità, programmazione e di una politica industriale stabile.
Il rischio, altrimenti, è che una domanda straordinaria si trasformi rapidamente in un rallentamento degli investimenti, mettendo in difficoltà proprio quelle imprese che hanno creduto nella crescita del Paese e hanno investito per aumentare capacità produttiva e occupazione.
Esiste poi un secondo tema che merita particolare attenzione: quello della qualità dei risultati.
Il vero giudizio arriverà soltanto nei prossimi anni, quando sarà possibile capire se gli investimenti avranno prodotto cambiamenti permanenti oppure effetti destinati a esaurirsi con la fine dei finanziamenti.
La stessa pubblica amministrazione ha tratto beneficio da questa esperienza. Molte amministrazioni hanno rafforzato competenze e capacità di coordinamento. Ma quanto di questo miglioramento sopravvivrà senza le risorse straordinarie del Piano?
Allo stesso modo rimangono aperte altre questioni decisive per la competitività del Paese.
La prima riguarda il capitale umano. Nessuna trasformazione tecnologica può consolidarsi senza un investimento altrettanto forte nelle competenze. Gli ITS Academy rappresentano uno strumento fondamentale per ridurre il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro qualificato, ma i risultati conseguiti finora restano inferiori alle esigenze del sistema produttivo. L’industria continua a registrare una crescente difficoltà nel reperire tecnici specializzati, progettisti, installatori e figure STEM. È un limite che rischia di rallentare gli investimenti tanto quanto la disponibilità di risorse finanziarie.
La seconda riguarda la digitalizzazione. Il PNRR ha certamente innalzato il livello dell’infrastrutturazione digitale del Paese. Ma le reti, da sole, non bastano. Servono servizi innovativi, diffusione delle tecnologie nelle imprese, formazione continua, competenze digitali e un quadro regolatorio stabile che favorisca gli investimenti privati. La trasformazione digitale non si misura nella quantità di fibra installata, ma nella capacità di aumentare la produttività del sistema economico.
Infine, occorre interrogarsi sulla governance. Il modello di forte regia centrale ha consentito di raggiungere gli obiettivi concordati con la Commissione Europea, ma non può diventare l’unica risposta alle esigenze di sviluppo del Paese. La crescita richiede una collaborazione stabile tra Stato, territori e sistema produttivo, valorizzando le competenze industriali e riducendo i divari territoriali che ancora caratterizzano molte aree del Paese.
Per questo il “dopo PNRR” non può essere affrontato come la semplice conclusione di una stagione straordinaria. Deve rappresentare anche l’inizio di una nuova stagione di politica industriale che continui a generare innovazione ed occupazione, accompagnando la crescita delle filiere industriali assicurando certezze normative, semplificazione amministrativa e continuità di investimenti.
Il successo del PNRR, in definitiva, non sarà misurato solo dalla quantità di risorse spese, ma anche dalla capacità di lasciare un Paese più competitivo per gli investimenti fatti e più attrattivo per quelli che si faranno.