
La lettura di un divertente elzeviro a firma di Massimo Gramellini pubblicato sulla prima pagina del Corriere della Sera del 2 luglio scorso mi dà occasione di ritornare su un tema sul quale già in passato, su queste stesse pagine, mi era parso opportuno intrattenermi: quello della necessità, per il nostro sistema scolastico, di un ritorno alla valorizzazione del merito attraverso una più incisiva verifica dei risultati conseguiti all’esito di un percorso formativo teso a trasmettere agli studenti, in particolare della scuola superiore, non soltanto un adeguato livello culturale ma soprattutto una maggiore disponibilità al sacrificio, al lavoro e alla vita di comunità.
L’articolo cui facevo cenno prende in giro gli imbarazzanti strafalcioni in cui sono incorsi taluni ‘maturandi’ nel corso delle prove dell’esame di maturità che si sono appena concluse. Segno di un allarmante abbassamento del livello culturale di coloro che accedono ai più elevati livelli della formazione, integrando un deficit che si trascina ovviamente nel corso degli studi universitari che hanno dovuto subire col tempo un analogo abbassamento di livello.
S’impone, in proposito, di constatare il dato (non solo statistico) per il quale l’esame di maturità è diventato in questi ultimi anni poco più di un rito di passaggio formale. I tassi di promozioni sono infatti prossimi al 100%, anche perché la prova finale non si presta più a valutare il vero merito.
Ottenere il diploma è diventato un traguardo quasi automatico e necessitato. Il meccanismo dei crediti scolastici accumulati nei cinque anni garantisce quasi sempre un punto di partenza blindato prima ancora di aprire i libri a giugno. L’esame orale, un tempo temuto come un rigoroso banco di prova, viene spesso affrontato con il minimo sforzo necessario per confermare un voto già acquisito.
La narrazione ufficiale parla di “valutazione delle competenze”, ma la realtà dimostra che da tempo è stata messa in piedi una macchina burocratica che, nel segno di un’incomprensibile idea pseudo-egalitaria, punta, in definitiva, a consentire di andare avanti a tutti, indipendentemente dal merito. Si tratta di una forma di appiattimento verso l’alto che, svalutando il faticoso impegno di chi studia con dedizione, trasmette il messaggio che i risultati si ottengano quasi per inerzia.
D’altra parte è oramai percezione comune che in tutte le attività sia invalsa la convinzione che i risultati si possano conseguire anche in assenza totale di talento, di competenza e, soprattutto, di sacrificio.
In una società nella quale, per banalissimo esempio, un cantante può avere enorme successo anche se stonato o una persona può avere successo nel mondo dello spettacolo televisivo senza saper fare nulla (per non parlare del fenomeno avvilente di chi ottiene enormi risultati economici e non solo in ragione di quanti ‘seguaci’ può vantare in rete diffondendo sulle piattaforme del web stupidaggini o banalità), la cosa non può certo meravigliarci più di tanto.
La filosofia (o, meglio, l’ideologia) sottesa a questo modello di società è molto semplice quanto devastante: tutti possono fare tutto, anzi, tutti devono poter fare tutto, indipendentemente dal talento e dalla capacità acquisita con il sacrificio e l’applicazione.
Tornando alla riflessione sulla scuola, chi fa il mio lavoro non può fare a meno di sottolineare le conseguenze di questo approccio sul percorso universitario degli studenti
Sui banchi dell’università il voto di maturità perde tendenzialmente ogni valore. Nei corsi a numero aperto, le matricole si scontrano bruscamente con la realtà: esami complessi come Analisi matematica, Fisica o Diritto Privato non ammettono promozioni per inerzia e la mancanza di basi e di un metodo di studio solido porta spesso a pesanti rallentamenti e abbandoni.
Le carenze nelle competenze di base (logica, comprensione del testo, scrittura) costringono molti atenei a istituire corsi di recupero per colmare le lacune lasciate dalla scuola. Sennonché, alla fine, l’assurdo sistema di distribuzione delle risorse alle università, la cui maggiore componente è legata al tasso di avanzamento degli studenti nel loro percorso, genera un circolo vizioso assai dannoso per la collettività.
Insomma,un esame di maturità che non valuta le vere capacità non aiuta gli studenti ma li illude.
Sarebbe auspicabile un sistema che, di là dai proclami, premiasse davvero il merito e certificasse le competenze reali. Solo così si potrà garantire un passaggio più costruttivo e onesto verso il mondo accademico e professionale.
Per trasformare l’esame di maturità da semplice formalità a un vero strumento di orientamento e selezione basato sul merito, il dibattito pedagogico e istituzionale propone diverse soluzioni, non tutte, però, perseguibili agevolmente e, tra l’altro, non tutte sicuramente utili.
Le proposte in campo per rendere la prova più rigorosa e coerente con gli studi successivi sono svariate.
Una prima di esse consisterebbe nell’affidare la formulazione della seconda o di una terza prova scritta dell’esame direttamente a una rete di atenei.
Un siffatto sistema avrebbe l’obiettivo di valutare le competenze specifiche richieste per l’accesso ai diversi percorsi di laurea (es. logica e matematica per le facoltà STEM, comprensione critica per quelle umanistiche) e potrebbe funzionare come un vero “ponte” che certifica se lo studente possiede i prerequisiti minimi per non fallire al primo anno di università.
Altro suggerimento al vaglio delle istituzioni è quello di ritornare a commissioni composte esclusivamente da docenti provenienti da altri istituti, guidate da un presidente esterno, con l’obiettivo di eliminare il “filtro affettivo” dei professori interni, che tendono a essere benevoli per premiare il percorso storico dello studente (che pure, in ogni caso, deve avere il suo valore) anziché la prova finale, ripristinando la terzietà e l’autorevolezza della valutazione.
Ancòra, si propone di ricalibrare il peso dei crediti scolastici. Ridurre drasticamente il peso del “credito scolastico” accumulato negli ultimi tre anni (attualmente molto elevato) a favore dei punti assegnati durante le prove d’esame, consentirebbe di evitare che gli studenti arrivino all’esame di maturità già matematicamente promossi, indipendentemente da come svolgeranno gli scritti e l’orale. Ciò potrebbe contribuire a mantenere alta la tensione intellettuale e uno stimolo virtuoso a dimostrare il proprio valore.
Ma la vera rivoluzione risiederebbe nella abolizione del valore legale del titolo di studio, svincolando il diploma (e anche la laurea) dal suo valore assoluto nei concorsi pubblici o nell’accesso universitario.
Tra gli effetti positivi di questa soluzione potrebbe esserci quello di spingere le università a selezionare gli studenti esclusivamente in base alle competenze dimostrate nei test d’ingresso, responsabilizzando la scuola, il cui prestigio dipenderebbe dalla reale preparazione dei diplomati e non dalle percentuali di promozioni. Inoltre, questa rivoluzione consentirebbe di mettere in competizione il sistema consentendo anche di selezionare la classe docente sulla base del medesimo criterio meritocratico giacché ogni attore della formazione, anche le università, punterebbe a ingaggiare i docenti più bravi e dediti, in quanto, come si diceva, il prestigio della istituzione rimarrebbe legato ai risultati che si conseguono sul piano della preparazione dei discenti.
Sennonché ci si rende ben conto che l’abolizione del valore legale del titolo di studio è la proposta meno praticabile, perché richiederebbe una complessa riforma che incontrerebbe una fortissima resistenza sindacale e politica. Nondimeno avviare un dibattito pubblico su questo aspetto potrebbe rappresentare un passo avanti verso la (ri)costruzione di un sistema più adeguato.
Sembra, in ogni caso, conducente anche un confronto con quanto avviene in altri contesti europei nei quali la valorizzazione del merito pare godere di maggiore considerazione presso l’opinione pubblica. Sul punto giova ricordare che, mentre l’Italia punta storicamente su un esame la cui prova orale si mostra estesa e multidisciplinare, il resto d’Europa adotta sistemi più rigidi, standardizzati e strettamente legati all’accesso universitario.
Non è detto, ovviamente, che si tratti di modelli da preferire al nostro ma sembra doveroso conoscerne i meccanismi per consentirci di mutuarne, se utile, taluni positivi aspetti.
Il sistema francese, ad esempio, si fonda su prove scritte nazionali e anonime. Gli studenti affrontano prove specifiche sulla base delle materie di specializzazione scelte nel biennio. Il voto del Bac è fondamentale, ma l’ammissione alle facoltà universitarie avviene tramite la piattaforma nazionale Parcoursup, che analizza l’intero percorso scolastico e i voti del triennio, rendendo inutile oltre che sostanzialmente impossibile superare l’esame per “inerzia”.
Anche in Germania l’esame è molto selettivo e il voto finale dell’Abitur (che va da 1 a 6, dove 1 è il massimo) è composto per due terzi dai voti presi negli ultimi due anni di scuola e per un terzo dalle prove d’esame (quattro o cinque, quasi tutte scritte e nazionali). Questo voto finale genera un punteggio complessivo bloccato: le facoltà universitarie più ambite (come Medicina o Legge) impongono un Numerus Clausus, escludendo chiunque non abbia ottenuto il massimo dei voti all’Abitur.
Nel sistema inglese, poi, non esiste un esame di maturità generale. Gli studenti si preparano negli ultimi due anni solo su 3 o 4 materie specifiche collegate alla facoltà che intendono frequentare. Le prove sono interamente predisposte e corrette da enti d’esame esterni indipendenti (come Cambridge Assessment o Edexcel) e le università del circuito più accreditato formulano offerte condizionate: uno studente viene ammesso solo se ottiene esattamente i voti richiesti (es. tre “A”) in quelle specifiche materie.
Insomma. Per allineare il nostro esame agli standard dei maggiori paesi europei non ci sarebbe neppure bisogno di scomodare il passato; quel passato che per le generazioni che lo avevano sostenuto prima del ’68 alimentava, perfino a distanza di molti anni, incubi notturni e ricordi di una prova che esigeva uno sforzo di preparazione immane su programmi vastissimi. Basterebbe coltivare in concreto quell’idea, del resto fatta propria dalla nostra Costituzione, secondo cui a taluni traguardi accedono i capaci e i meritevoli, senza lasciare indietro nessuno ma facendo sì che tutti comprendano il valore del dovere, dell’impegno e del sacrificio.