Elettrotecnica ed Elettronica,
servono politiche di R&S
all’altezza delle sfide


All’interno del nuovo quadro programmatico delineato dal Competitiveness Compass della Commissione Europea e dalle raccomandazioni del Rapporto Draghi – che convergono nel richiamare l’urgenza di una politica industriale proattiva, basata su innovazione, autonomia strategica e sostenibilità – emerge con chiarezza il ruolo decisivo della Ricerca e Sviluppo quale leva strutturale per la crescita.

Ed è proprio sulla R&S che si misura uno dei divari più evidenti tra l’Italia e i principali Paesi avanzati. I dati preliminari Istat segnalano un contenuto incremento della spesa in R&S delle imprese italiane per il 2024: +1,2% rispetto al 2023, che dovrebbe valere circa l’1,4% del PIL, a confronto con i valori più elevati di Germania (3,1%) e Francia (2,2%) e ben superiori nei Paesi extra-UE che oggi guidano la crescita industriale nelle tecnologie chiave per il futuro industriale. Ancora più marcato è il gap nella componente privata, che in Italia incide per il 58% della spesa complessiva, lontano dal 66% europeo e ancor più dalle quote dei grandi competitor globali (81% negli Stati Uniti, 76% in Cina). Si tratta di una debolezza strutturale che limita la capacità del sistema industriale di sviluppare tecnologie proprietarie, valorizzare il capitale di conoscenze e innalzare la produttività, proprio mentre le transizioni verde e digitale richiedono investimenti consistenti, stabili e di lungo periodo.

All’interno di questo contesto, l’industria elettrotecnica ed elettronica rappresentata da ANIE Confindustria si distingue per una dinamica più virtuosa e per un ruolo di motore tecnologico che trascende i confini del settore. Al terzo posto tra i settori del manifatturiero nazionale per intensità di ricerca, dopo mezzi di trasporto e meccanica, registra fra i suoi associati una propensione all’innovazione ampia e diffusa: oltre il 79% delle imprese svolge attività di R&S intra muros, il 66% ha investito più del 2% del fatturato in innovazione negli ultimi anni e quasi il 60% prevede di aumentare ulteriormente la spesa nel prossimo triennio. A questa robusta attività interna si affianca una crescente apertura verso la R&S collaborativa: il 44% delle imprese è già impegnato in progetti extra muros, il 58% coopera con i fornitori e il 48% con università e centri di ricerca, confermando la transizione verso modelli di innovazione “aperta” e di filiera.

Con uno sguardo più ampio all’industria, la vivacità innovativa del nostro Paese trova una conferma significativa anche negli indicatori brevettuali. Secondo l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (UIBM), nel 2024 in Italia sono state depositate 10.148 domande di brevetto per invenzione industriale, dato che segna una crescita del 7,4% rispetto al 2023. Si tratta di un incremento significativo, che conferma il rafforzamento della capacità innovativa nazionale e indica una dinamica più sostenuta rispetto ai trend degli anni precedenti. Sul fronte europeo, le domande presentate dall’Italia all’European Patent Office nel 2024 sono state 4.853, dato che arriva dopo il record storico registrato nel 2023 – poco sopra quota 5.000.  

Pur sapendo che non tutti i brevetti si trasformano automaticamente in prodotti o processi di successo sul mercato, questi dati restano un segnale importante: misurano la capacità di generare conoscenza codificata, proteggere le soluzioni innovative e costruire un portafoglio tecnologico su cui innestare futuri vantaggi competitivi. Nonostante ciò, l’Italia si colloca ancora all’11° posto a livello globale per numero di brevetti, penalizzata da una crescita complessiva inferiore alla media UE e lontanissima da Paesi come la Cina che registrano incrementi annui a ritmi sostenuti.

Accanto alle opportunità, emergono fragilità sistemiche che rischiano di frenare la piena valorizzazione del potenziale innovativo nazionale. Da un lato permane un forte divario tra grandi imprese e PMI: le prime adottano strategie strutturate di collaborazione con poli tecnologici, centri di ricerca e università, mentre molte piccole e medie imprese si muovono prevalentemente attraverso un’innovazione “dal basso”, centrata sulla personalizzazione del prodotto e su miglioramenti incrementali, spesso senza le risorse per progetti di R&S strutturata.

La disponibilità di capitale umano qualificato in R&S rimane una delle principali criticità strutturali del sistema italiano. Secondo i dati preliminari Eurostat, nel 2024 gli addetti alla ricerca e sviluppo nelle imprese italiane rappresentano solo lo 0,8% degli occupati. Si tratta di un livello che, osservando l’evoluzione nell’ultimo decennio, è rimasto strutturalmente inferiore all’1% e che negli anni più recenti mostra un’ulteriore tendenza al ridimensionamento. Questo valore risulta inferiore sia alla media europea (1%), sia ai livelli registrati dai principali Paesi diretti competitor del nostro – Germania (1,3%) e Francia (1,1%) – mentre solo la Spagna presenta un dato più basso (0,6%). Ancora più distanti risultano Paesi come Svezia (1,9%), Austria, Finlandia e Paesi Bassi, che si attestano mediamente intorno all’1,5%. Allo stesso tempo, la mobilità tra mondo accademico e impresa in Italia si conferma debole, condizione che può ostacolare la circolazione delle competenze e rendere meno efficace il trasferimento tecnologico.

Un recente approfondimento curato dal Servizio Studi di ANIE indica con chiarezza alcune priorità di intervento per colmare questi gap. Anzitutto, è necessario semplificare e digitalizzare le procedure di accesso ai finanziamenti, riducendo i tempi di valutazione, erogazione e rendicontazione. Occorre poi garantire stabilità e prevedibilità alle misure fiscali, evitando modifiche frequenti o retroattive che ostacolano la pianificazione degli investimenti, e rafforzare il credito d’imposta per la R&S, anche tramite aliquote maggiorate per i progetti legati alle transizioni sostenibile e digitale. In una logica più strutturale, andrebbe adottata una visione “end-to-end” del ciclo dell’innovazione che accompagni le imprese dalla ricerca allo sviluppo sperimentale fino all’industrializzazione dei risultati, superando l’attuale frammentazione degli strumenti di sostegno. Parallelamente, è cruciale promuovere partenariati stabili tra imprese, università ed enti di ricerca – ad esempio attraverso laboratori congiunti pubblico-privati e piattaforme dedicate al trasferimento tecnologico – e favorire la mobilità dei ricercatori con percorsi di carriera ibrida e programmi in grado di attrarre e trattenere talenti.

L’innovazione non è un’opzione, è il fondamento stesso della competitività. L’industria elettrotecnica ed elettronica dimostra che l’Italia dispone delle eccellenze e delle competenze necessarie per essere protagonista nelle tecnologie chiave della transizione, ma affinché questo potenziale si traduca in leadership occorrono politiche stabili, risorse adeguate e filiere collaborative capaci di generare valore condiviso. In un contesto globale in rapida evoluzione, investire in R&S significa investire nella capacità del Paese di competere e guidare le trasformazioni del domani.

Renato Martire

Vicepresidente ANIE Confindustria

Registrato al Tribunale di Roma il 19/09/2018, n. 155
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