
“C’era una volta, in un meraviglioso bosco del centro Italia”… sembrava poter iniziare così la storia della famiglia straniera che aveva trovato la sua dimensione idilliaca di vita nell’incantato borgo di Palmoli in Abruzzo.
E sembrava davvero una storia di Andersen o di Perrault, ma senza lupi cattivi e in un mondo fatato.
Peccato che si sia trasformata in un racconto noir, dai risvolti drammatici e dal finale, di grande tensione, ancora sconosciuto.
Nella storia della famiglia Trevallion sembra viversi l’eterno conflitto tra libertà e dovere, tra ius gentium e ius positum, tra diritto naturale e diritto positivo, di sofocliana memoria.
Non tutto ciò che è rimesso alla libera determinazione dell’Uomo e della Donna, in uno Stato di diritto, infatti, può essere consentito, specialmente quando esso riguarda il benessere dei figli.
Non si può negare il fascino di una scelta di vita che, almeno all’apparenza, rifugge il “superfluo” della società dei consumi, ma quando essa impatta sui bisogni primari di individui ancora privi della capacità di autodeterminazione, è dovere delle istituzioni intervenire a salvaguardia del benessere psicofisico dei soggetti deboli coinvolti. Ciò che è avvenuto nel caso di specie
Tra i principi fondamentali del diritto minorile in Italia, in ossequio alle convenzioni internazionali a tutela dell’infanzia, invero, vi sono il diritto all’istruzione, alla non discriminazione, alla vita e allo sviluppo, all’integrità fisio-psichica, all’ascolto e alla partecipazione.
Si parla di “interesse superiore del minore” per evidenziare la necessità di protezione del soggetto – solitamente- più debole all’interno della famiglia per garantirne la sua tutela, salute, istruzione e il diritto di essere assistito, materialmente e moralmente, fino a quando non diventi maggiorenne e pienamente capace.
Ecco perché la Legge italiana assicura, in caso di inadempimento dei genitori, un intervento diretto dei servizi sociali degli enti territoriali competenti e della magistratura, avendo persino previsto una giurisdizione specializzata ad hoc.
Nessuno scandalo, dunque, dovrebbe derivare dal provvedimento con il quale il Tribunale per i minorenni di L’Aquila ha disposto l’allontanamento dei tre figli della coppia straniera stabilizzata in Italia.
A seguito dell’osservazione e dei contatti assunti con l’assistenza sociale locale, le ragioni principali dell’intervento dei magistrati minorili sono consistite nella doverosa tutela dei tre figli della coppia australo-britannica, in considerazione delle “gravi e pregiudizievoli violazioni dei diritti dei figli all’integrità fisica e psichica, all’assistenza materiale e morale, alla vita di relazione e alla riservatezza”, del “pericolo per l’integrità fisica derivante dalla condizione abitativa, nonché dal rifiuto da parte dei genitori di consentire le verifiche e i trattamenti sanitari obbligatori per legge”, motivi che hanno determinato la sospensione temporanea dei genitori dalla responsabilità genitoriale.
Davvero scandaloso, invece, è stato il battage mediatico scaturito dalla vicenda, ma soprattutto la sua alimentazione da parte di importanti rappresentanti delle istituzioni parlamentari e governative del nostro Paese.
Si potrebbe parlare di “politicizzazione al contrario” dell’attività giudiziaria, nel senso di distorsione del significato di un provvedimento legalmente dato ad opera di esponenti di altre istituzioni statali (diverse dalla magistratura) per finalità del tutto differenti, oltre che strumentali ad altro genere di interessi.
Parlare di “un sequestro di tre bambini portati via in maniera indegna, preoccupante, pericolosa e vergognosa”, dicendo che “giudice e assistenti sociali non rompano le scatole”. Definire l’ordinanza dei magistrati “un atto di violenza ingiustificata” o una condotta volta a “strappare un bambino a una famiglia” è una gravissima menzogna sotto il profilo giuridico, ma segna anche un volontario attacco ad una delle principali funzioni dello Stato.
Queste condotte di “politicizzazione” del provvedimento giudiziario hanno un preciso senso, di certo non commendevole.
Non si tratta, infatti, dell’esercizio del diritto di critica, sempre libero, talvolta doveroso, nei confronti di un potere molto invasivo. Qui si tratta di un lucido attacco, ingiustificato e ingiustificabile, all’essenza stessa dello Stato di diritto, del quale è anche rappresentante – come il magistrato- colui che lo ha scagliato.
Lo scopo di questo, come dei precedenti altri attacchi a singoli provvedimenti giudiziari (si pensi, nei tempi più recenti, a quelli in tema di immigrazione), è molteplice.
In primis si parla alla “pancia” della gente per stigmatizzare provvedimenti sgraditi dei magistrati in un preciso momento storico, al fine di cavalcare per motivi di consenso elettorale qualsiasi argomento di grande rilievo sociale, sotto il profilo mediatico.
In secondo luogo si intende interferire con l’attività giudiziaria, provando a condizionarla e a delegittimarne la credibilità e la fonte di intervento. È un atteggiamento particolarmente odioso e vigliacco, specialmente perché il potere giudiziario si esercita in modo individuale (o al massimo ristretto ad un collegio di tre o cinque magistrati) e perché il giudice o il pubblico ministero non ha apparati mediatici alle spalle e non può difendersi pubblicamente, vigendo, al contrario, un preciso dovere (deontologico e disciplinare) di riserbo sugli affari trattati.
In terzo luogo, la cassa di risonanza dell’ambito social nel quale vengono canalizzati gli attacchi ai magistrati da parte di certi politici crea un clima di odio e di linciaggio del singolo o dei singoli giudici coinvolti nella vicenda, che è estremamente pericoloso per la sicurezza personale del redattore del provvedimento, ma anche per la sicurezza sociale, messa in difficoltà dal clima di scontro che è capace di introiettare l’interpretazione “politicizzata” dell’atto giudiziario da parte della Politica.
Last, but not least, vi è un’ulteriore finalità perseguita da questo genere di attacchi: orientare l’opinione pubblica e catalizzare la sua attenzione sul presunto “scontro Politica-Magistratura” in vista di imminenti consultazioni popolari su temi che hanno ad oggetto l’ordinamento giudiziario (mi riferisco ovviamente ai referendum sulla giustizia che si terranno nel mese di marzo del 2026).
Insomma, non esiste neanche un valido motivo per il quale gli attacchi verbali, violenti e aggressivi, rivolti dalla politica ai provvedimenti specifici dei magistrati possa avere effetti benefici per la democrazia e per lo Stato di diritto.
Ecco perché in tali circostanze appare necessario un intervento riequilibratore del Capo dello Stato, l’unica istituzione di garanzia in Italia capace, in tali frangenti, di riportare serenità ed equilibrio tra i poteri fondamentali dello Stato.
Alle favole si è smesso di credere da tempo. Alla giustizia terrena abbiamo, invece, il diritto ed il dovere di credere, insegnando ai cittadini il rispetto delle Istituzioni che esercitano un compito così difficile.
Con la piena consapevolezza che anche la vicenda, difficile e umanamente comprensibile, della famiglia Trevallion, troverà la sua soluzione giuridica e una sentenza che attuerà il diritto di famiglia, ossia quella legge, voluta dal Parlamento e dal Governo italiano, a tutela e nel pieno interesse dei minori.