Contribuenti e fisco, un’eterna relazione asimmetrica


Come ogni anno, in prossimità del termine di presentazione della dichiarazione dei redditi (scadenza per il 2026 fissata al 2 novembre), i mass media forniscono uno spaccato su quanto gli italiani guadagno (nel 2024 risultano prodotti 1.076 miliardi di euro di redditi) e su quanto gli stessi sono chiamati a versare nelle casse dell’Erario.

Le rilevazioni fornite dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali attraverso l’Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate presentano valori medi di categoria, con riferimento ai quali si deve anche tener conto delle cosiddette detrazioni d’imposta e/o deduzioni volte a rendere più equo e solidale l’onere in capo agli italiani chiamati a sostenere il fabbisogno pubblico, ma il focus sulle dichiarazioni per l’anno d’imposta 2024 mette in mostra una realtà alquanto “distorta”, dove ben il 78,67% dell’IRPEF (complessivamente pari a 235.564 milioni di euro) è versato da appena il 30,22% dei contribuenti, e il 65% del suo carico totale risulta gravare sulle spalle di appena il 18,78% dei cittadini, che dichiara un reddito uguale o superiore ai 35mila euro annui lordi.

Venendo, quindi, a richiamare quanto disposto dall’art. 53 della Costituzione “Il sistema tributario è informato su criteri di progressività”, ovvero il principio che chiede ai cittadini / contribuenti un sacrificio via via sempre più crescente all’aumentare del reddito prodotto, non si può tuttavia dimenticare come tale sacrificio sia chiaramente rivolto a tutti i cittadini, nella considerazione che non può essere un onere di pochi farsi carico dell’ingente spesa pubblica (nel 2025 pari a circa 915 miliardi di euro).

È sufficiente pensare come negli ultimi cinque anni (2020 – 2024), non solo il rapporto tra dichiaranti (compresi tra i 41,1 ml del 2020 e i 42,8 ml del 2024) e popolazione residente (stabile pari a circa 59 ml di persone) sia compreso tra un modesto 69,5% del 2020 e il 72,7% del 2024, ma soprattutto come anche il rapporto tra contribuenti versanti e popolazione residente risulti ancora modesto, ovvero pari a un 51,2% del 2020, 53,1% del 2021, 54,9% del 2022, 56,9% del 2023 e 57,9% del 2024.

Nel 2024, in particolare, non solo si è registrato un unico contribuente versante ogni 1,375 abitanti, ma, considerati i 34,1 milioni di italiani che hanno corrisposto almeno un euro di IRPEF, i restanti 24,8 milioni di cittadini, ovvero il 42,2% della popolazione, senza dichiarare redditi e/o pagare imposte, ha comunque puntualmente usufruito dei servizi (scuola, istruzione, prestazioni sanitarie, ecc.) forniti gratuitamente dallo Stato alla collettività.

Facendo un semplice raggruppamento per fasce di reddito, nella fascia 0 – 26.000 Euro rientra il 62,65% dei contribuenti, valore che sia allarga all’81,22%, considerando anche la successiva fascia 26.000 – 35.000, fino a raggiungere il 92,34% inserendo anche l’ulteriore fascia di reddito 35.000 – 50.000.

A tale squilibrio, si affianca poi l’“anomalia” che vede, a mero titolo di esempio, gestori di attività commerciali dichiarare un reddito inferiore rispetto a quello di taluni lavoratori dipendenti, come nel caso dei gioiellieri, che dispongono di un reddito più basso rispetto a quello degli insegnanti, ovvero dei ristoratori rispetto ai lavoratori che incontriamo ogni qualvolta andiamo alle Poste per ritirare una raccomandata o spedire un pacco.

Non è ultroneo, peraltro, soffermarsi sull’esito dei primi risultati che in questi giorni l’Agenzia delle Entrate sta rendendo in merito all’obbligo, in vigore da inizio 2026 ma pienamente operativo solo da marzo, per gli esercizi commerciali di collegare i registratori di cassa con i Pos, per i pagamenti con carta e bancomat. Come riportato dal “Sole 24 Ore”, nei primi otto mesi dell’anno il numero degli scontrini è cresciuto di circa 220 milioni rispetto allo stesso periodo di un anno prima, facendo emergere un maggior imponibile di circa 11,8 miliardi di euro, con un risultato che, nei soli mesi di luglio e agosto, ha portato “in dote quasi 60 milioni di scontrini in più e 2,7 miliardi ulteriori emersi“.

Interessante sarà, quindi, riscontrare quali effetti il nuovo strumento a disposizione dell’Agenzia delle Entrate potrà generare sulle dichiarazioni dei redditi da presentare nel 2027 per l’anno d’imposta 2026, atteso che il confronto fra scontrini e pagamenti elettronici permetterà al Fisco di avere dati più chiari, atti ad individuare con maggior precisione le situazioni da sottoporre a controllo, e ciò al fine di ridurre quelle anomalie fino ad ora difficilmente accertabili.

Fino a quando potranno, pertanto, ritenersi “veritiere” le dichiarazioni dei redditi presentate dai contribuenti italiani, considerato che, al costo della vita in costante aumento, capace di assorbire, se non anche superare, le disponibilità dei lavoratori, si affianca un’imponente economia sommersa per oltre 197,6 miliardi di euro, pari al 9,2% del Pil italiano, da cui una stimata sottodichiarazione per oltre 100 miliardi di euro?

È evidente che, pur nella costante ricerca di equità volta a migliorare e incrementare gli strumenti a disposizione dell’Agenzia delle Entrate, onde addivenire ad un Fisco più vicino ai cittadini, se si vuole disporre di sempre migliori e più numerosi servizi a carico dello Stato, ovvero dell’intera collettività, è assolutamente necessario che proprio quest’ultima venga a condividere non solo i frutti, ma anche gli oneri di un vivere comune, nella considerazione che un comportamento “scorretto” si rileva, in primo luogo, gravare proprio su colui che lo ha posto in essere.

Ma questo è l’eterno dilemma dell’imposizione fiscale, tra contribuenti virtuosi ed evasori, tra comportamenti trasparenti ed egoismi di piccolo calibro alla ricerca tutt’altro che del bene comune.

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