Tetto al prezzo del gas: la proposta della Commissione indebolisce

Pochi giorni fa l’ISTAT ha confermato che il PIL italiano è cresciuto nel terzo trimestre dello 0,5%, portando così la crescita acquisita per il 2022 al 3,9%. Un dato confortante visto che sia l’Area Euro, sia l’intera UE hanno segnato un più modesto incremento dello 0,2%. Tuttavia, appare del tutto evidente che la vera partita per la nostra economia e, soprattutto, per le nostre PMI, si giocherà nel 2023. E qui la faccenda si complica perché praticamente tutti gli osservatori prevedono una crescita molto modesta del nostro PIL nel prossimo anno compresa tra lo 0,1% di Prometeia e lo 0,3% di Banca d’Italia. Esistono poi previsioni eccessivamente pessimistiche come quelle di Moody’s, che arriva ad ipotizzare un PIL 2023 a -1,4% e previsioni più confortanti come quelle di Gregorio De Felice, capo economista di Intesa. De Felice prevede che, dopo una breve recessione tecnica, si assisterà ad una ripartenza già nella seconda parte del 2023 grazie agli investimenti del PNRR ed alla grande vitalità delle nostre PMI, cui si deve ben il 50% dell’export manifatturiero. Dunque, tirando le somme, nel 2023 potremmo dover convivere con un periodo di stagnazione, ma non necessariamente con uno scenario di profonda recessione come temuto da più parti. Ciò che invece è sicuro è che i prossimi periodi, più o meno bui, saranno comunque dominati dalla “grande incertezza” derivante dall’evoluzione dell’emergenza energetica. A titolo di esempio, Cerved Rating evidenzia in un recente studio che il tasso di default delle nostre PMI si è attestato a novembre intorno al 5,70% in linea con l’analogo dato del 2021. Ma evidenzia anche che il dato potrebbe salire nel 2023 fino all’8% in presenza di un grave peggioramento della situazione delle fonti energetiche. Dunque, il futuro delle nostre PMI appare legato a doppio filo a ciò che succederà su questo fronte. E qui il problema nasce dal fatto che l’Europa appare del tutto incapace di trovare un accordo su quella che potrebbe essere la vera risposta strutturale a questa emergenza: un tetto europeo al prezzo del gas. Tanto è vero che la recente proposta presentata dalla Commissione è stata subito rigettata sia dai “popoli del nord” contrari al tetto (Germania. Olanda, etc), sia dai 15 Paesi, tra cui l’Italia, favorevoli al tetto. Il bello è che, in questo caso, potrebbero avere ragione entrambi gli schieramenti perché la proposta della Commissione appare davvero inutile, pericolosa e anche potenzialmente dannosa.
Inutile, perché la condizione che il tetto al prezzo del gas scatti, tra l’altro, al superamento per due settimane consecutive della soglia dei 275 euro al Megawattora è decisamente troppo alta ed in grado di vanificare l’efficacia della soluzione prospettata. Infatti, si tratta di soglie ad oggi mai raggiunte neanche nell’estrema emergenza di agosto e, comunque, considerate raggiungibili solo a fronte di eventi improbabili e catastrofici. Peccato, però, che lo scopo principale del tetto non sia quello di proteggere le aziende da picchi estremi connessi ad eventi del tutto catastrofici, ma quello di abbassare stabilmente il prezzo del gas ad un livello sostenibile dal tessuto produttivo.
Pericolosa, perché fissando un tetto così alto, si corre il rischio che si mettano in moto perversi meccanismi speculativi in grado di spingere il prezzo del gas verso il limite dei 275 Euro al Megawattora, quasi a testare, per dirlo in gergo borsistico, questa “resistenza”. Molto più interessante a questo punto la proposta italiana di fissare “un tetto dinamico al prezzo del gas”. Secondo questa impostazione, invece di fissare un unico tetto massimo in grado di mortificare totalmente l’incontro di domanda ed offerta nella fissazione del prezzo del gas, si fisserebbe un corridoio all’interno del quale il prezzo del gas potrebbe fluttuare intorno ad un parametro base. In questa ipotesi, ovviamente, diventerebbe fondamentale la scelta di un parametro che sia più stabile rispetto al TTF di Amsterdam che, pur funzionando bene in tempi normali, nei momenti di emergenza si è mostrato isterico ed in balia della speculazione.
Dannosa, perché la sua formulazione, rendendo impossibile il raggiungimento di un accordo tra i due schieramenti, tende a danneggiare la stessa impalcatura europea. Infatti, da una parte, costringe le diverse nazioni europee a muoversi in ordine sparso applicando misure di emergenza di breve respiro, spesso divisive e in grado di rallentare la soluzione strutturale all’emergenza energetica. Dall’altra, ancor più grave, accentua il divario tra i Paesi europei più indebitati che non hanno margini di bilancio per intervenire efficacemente sul problema energetico ed altri Paesi che, al contrario, hanno le risorse necessarie per trovare soluzioni autonome. Esemplificativo, a questo riguardo, il discusso intervento del governo tedesco per ben 200 mld. di euro che, tra le altre cose, farà evaporare la bolletta di dicembre di consumatori ed aziende tedesche.
Peccato che faccia evaporare anche i concetti di equa concorrenza tra imprese di nazioni diverse e di solidarietà a livello europeo.