Testimonianza di Paolo Gulisano – medico specialista in igiene ed epidemiologia, ASST di Lecco

Uno spettro si aggira per il mondo: ne parlano i media, gli scienziati, i politici. Un nemico invisibile minaccia l’umanità e non si tratta di terroristi o “scontri di civiltà”, ma di qualcosa di molto piccolo e terribile, di nome virus.
C’è un altro nome che sta diventando sinistramente familiare a molte persone: pandemia. Con questo termine si definisce una epidemia (ovvero una malattia che colpisce una collettività di persone) che interessa un’area geografica di vaste proporzioni. Affinché si sviluppi un’epidemia è necessario che il processo di contagio tra le persone sia abbastanza facile. Epidemie e pandemie sono dunque manifestazioni collettive di una determinata malattia con implicazioni sociali significative. Il termine pandemia si applica solo a malattie o condizioni patologiche contagiose. Di conseguenza, molte delle patologie che colpiscono aree molto grandi o l’intero pianeta, come per esempio il cancro, non sono da considerarsi pandemiche.
La malattia nella nostra civiltà è solitamente avvertita come un problema individuale, personale, un confronto tra una persona e un evento negativo che viene a turbarne l’equilibrio, la quotidianità, a minacciare la vita stessa. Nell’Occidente contemporaneo la mortalità dovuta a malattie infettive, ossia trasmissibili, è percentualmente inferiore all’uno per cento. Di fatto si muore per malattie cronico-degenerative, come i disturbi cardiocircolatori, le malattie respiratorie, i tumori. Gli incidenti costituiscono la prima causa di morte tra i giovani al di sotto dei venticinque anni, seguita al secondo posto dai suicidi. Questo è ciò per cui si muore oggi in Italia, in Europa e nel mondo occidentale.
Eppure nessun dato sulla mortalità da tumori, da infarti, da ischemie cerebrali o da incidenti del traffico è in grado di determinare il panico collettivo suscitato dalla sola possibilità che ci si possa ammalare di una malattia infettiva e quello che sta accadendo col coronavirus lo conferma. Perché l’uomo teme tanto le malattie trasmesse da virus? Cosa rappresenta il timore del contagio? Cosa realmente è accaduto nella storia e perché nel 2000 – terzo millennio – le malattie trasmissibili rappresentano ancora una minaccia così sconvolgente? Ci sono inoltre ipotesi inquietanti rispetto all’emergere di nuovi virus letali, come Ebola, SARS, Coronavirus, o altri possibili microrganismi killer. Esistono legami col bioterrorismo, con la manipolazione genetica, o si tratta di strani scherzi della natura? Sono interrogativi che ci si deve porre, che è inevitabile porsi in particolare quando ci si ricorda che nella storia si sono verificate numerose pandemie, dagli esiti culturali e sociali spesso gravi e imprevedibili. Non parliamo solo delle memorabili pestilenze dell’antichità, ma anche di eventi molto vicini a noi, fra cui la celebre influenza spagnola del 1918 e di minacce recentissime se non addirittura ancora incombenti, come l’AIDS, la tubercolosi, i virus africani.
Oggi è il coronavirus che ha scatenato un’autentica psicosi collettiva, come ho potuto constatare direttamente sul campo. Ho visto persone terrorizzate, probabilmente anche a causa di una strategia comunicativa fatta dalle istituzioni sbagliate, che in un primo tempo non ha fornito con chiarezza le indicazioni preventive da attuare e poi ha trasmesso paura allo scopo di obbligare le persone ad osservare le misure costrittive di isolamento. Ho visto anche un rischio pericolosissimo di aprire la strada ad una mentalità eugenetica con indicazioni di non assistere le persone al di sopra dei 75 anni col pretesto dell’insufficienza di risorse. L’auspicio è che tutto questo rimanga come uno degli effetti collaterali di una epidemia, che ha trovato impreparate le forze che si dovevano imporre e non diventi tragicamente un nuovo paradigma.
La medicina, anche in tali circostanze, deve salvaguardare l’etica e la deontologia e per far questo non deve dimenticare le lezioni del passato.
Nel corso della sua storia, l’umanità ha dovuto affrontare più volte la minaccia delle infezioni, delle stragi causate da un responsabile microscopico e sconosciuto e la nostra memoria ancestrale conserva forse ancora tracce del terrore antico delle pestilenze. Dalle citazioni della Bibbia alle descrizioni di Tucidide e Lucrezio, dalla “morte nera” medievale fino alla peste del ’600, per giungere infine al ’900 con le speranze suscitate da una scienza medica che sembrava destinata a trionfare su virus e batteri grazie a farmaci e vaccini, ma che si ritrova oggi ad affrontare nuovi ed inquietanti pericoli, la storia delle pandemie ci racconta della difficile coesistenza tra l’uomo e i virus. Una storia fatta anche di casi di cui si è persa memoria, antiche micidiali e misteriose epidemie come quella che colpì l’Inghilterra nel XVI secolo, chiamata “malattia del sudore”, un morbo più temibile della stessa peste bubbonica, che uccideva chi ne rimaneva colpito nel giro di poche ore. Moltissime sono le epidemie di cui restano testimonianze storiche, ma delle quali è impossibile identificare l’eziologia, ossia l’origine, il microrganismo responsabile. Questi virus killer sono scomparsi, si sono estinti, o potrebbero tornare a colpire, magari mutati geneticamente? Le pandemie sono un problema reale. Non potremo mai sapere esattamente in che misura abbiano segnato l’umanità più antica, anche se le prime testimonianze scritte a noi pervenute tracciano dei quadri terribili e desolanti. La preoccupazione circa future pandemie, nonostante tutto, resta alta. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la più importante autorità scientifica e organizzativa preposta al controllo delle malattie e alla promozione della salute, le condizioni perché si possa verificare una pandemia propriamente detta sono tre: la comparsa di un nuovo agente patogeno; la capacità di tale agente di colpire gli uomini, creando gravi patologie; la capacità di tale agente di diffondersi rapidamente per contagio. Il coronavirus ha le caratteristiche per essere ritenuto tale? Ancora non possiamo dirlo. Siamo entrati in un clima di incertezza. Da anni gli esperti avvisavano sull’arrivo di una possibile grande pandemia, la “Big One”. Le autorità sanitarie dei vari Paesi occidentali si sono sempre dette convinte di essere pronte a fronteggiare l’emergenza, ma ora queste certezze sono venute meno. A complicare le cose c’è il fatto che, rispetto al passato, assistiamo oggi, con gli attuali mezzi di trasporto, a spostamenti quanto mai rapidi di persone potenzialmente infette, in grado di veicolare il virus in ogni continente, diffondendo il contagio con rapidità e vastità inusitate.
Le pandemie dunque sono un problema reale: uno spettro che si aggira per il mondo, che occorre imparare a fronteggiare, ma senza catastrofismi e senza utilizzare il pretesto della malattia per soffocare, limitare o addirittura cancellare i diritti e le libertà personali.