Basta parlare di picchi del Covid-19, è disinformazione

La prossima settimana è previsto il picco. Questo weekend il picco. Settimana decisiva, si raggiunge il picco. Picco raggiunto, ci sono riscontri dai modelli matematici. Si allontana il picco.
Queste ed altre dello stesso tenore sono le informazioni che da un mese politici, amministratori pubblici e istituzioni varie continuano a propinare alla popolazione attonita di fronte a tanta approssimazione.
Perché creare aspettative, illusioni e, quindi, disillusioni e sconforto, comunicando picchi presunti, regolarmente smentiti? E poi, il picco di cosa: del numero dei decessi, degli ingressi nei nosocomi, degli intubati, dei guariti?
È un caos. È uno di quei momenti in cui la disinformazione la fa da padrona, infettando quelli che dovrebbero essere dati e notizie certi. Abbiamo assistito a disposizioni (DPCM) annunciate, ma formalmente emanate solo il giorno dopo, quando nelle more della pubblicazione del Decreto, in tanti nella notte hanno preso d’assaltato i treni per raggiungere i parenti nel sud Italia. È stato anticipato e poi decretato (malamente) che le corsette intorno casa sarebbero state consentite, ma la comunicazione è risultata così contraddittoria e fallace, che il giorno dopo una parte della stampa apriva come se questo fosse un passo verso il superamento della crisi, mentre altra scriveva “niente corsetta intorno a casa”. È stato annunciato il click day per la richiesta delle agevolazioni, attesa l’insufficienza dei fondi disponibili, poi smentita.
Non c’è nessun pregiudizio di ordine politico nell’evidenziare una criticità obiettiva, ma sono il dovere sociale e l’obbligo morale, che impongono di intervenire acché non si perpetrino errori di comunicazione dagli effetti devastanti.
La sottovalutazione del Covid-19, l’inadeguatezza delle strutture e l’emergenza iniziale sono tutte attenuanti che si possono concedere nel constatare le tante falle degli interventi, ma ora l’emergenza è diventata l’ordinarietà, per cui necessitano ancora di più informazioni chiare e messaggi univoci al Paese.
Si comunichino i numeri e non si creino illusioni. I numeri dei contagi, dei decessi e dei guariti sono neutri, freddi, ma rappresentano la realtà, danno concretezza al problema coronavirus e alla sua evoluzione, non serve aggiungere altro. Fa più rumore una previsione disattesa che un fatto.
Papa Francesco, per riprendere una delle sue memorabili frasi, ha detto: “Non abbiamo mai avuto più informazioni di adesso, ma continuiamo a non sapere cosa accade”. Aver sottovalutato il virus, come fosse qualcosa di estemporaneo, passeggero, un problema di altri, ci ha fatto perdere il vantaggio in una drammatica competizione, quando la Cina aveva già mostrato come vincere e, invece, per l’attendismo e la gradualità degli interventi si registrano oggi migliaia di morti. Si doveva agire subito con coraggio e risolutezza. È l’errore che stanno commettendo altri Stati, per non parlare poi dell’Unione Europea che, nonostante l’acclarata pandemia, si è presa ben 15 giorni di tempo per decidere con quali strumenti soccorrere finanziariamente un’Europa in ginocchio, quando in tanti, Mario Draghi in testa, avevano già tracciato la rotta per un’immissione di liquidità immediata e senza limiti. Dobbiamo ringraziare di vero cuore medici e operatori sanitari, nonché amministratori pubblici, che hanno agito prontamente, anticipando o andando contro le scelte del governo, attirandosi critiche e insulti, come il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, accusato di slealtà proprio per avere anticipato le decisioni del governo.
Encomiabili sono anche gli amministratori di comuni, di qualsivoglia area politica, che hanno responsabilmente interpretato il proprio ruolo di amministratori pubblici in un perimetro territoriale diventato poi zona rossa.
Di certo, quando tutto questo sarà finito, bisognerà ripensare a tante cose. Serviranno regole certe e chiare, senza compromessi di marca legulea, scritte non più per accontentare le parti politiche alla ricerca di consensi, per poi sconcertare i cittadini quando le istituzioni saranno chiamate a rispondere, spesso inadeguatamente, alle emergenze.
È in questo numero che abbiamo voluto pubblicare lo Speciale Covid-19 – Testimonianze con gli spaccati di vita vissuta di chi combatte in prima persona, come amministratore o medico, la battaglia contro la pandemia. Sono storie, verità che ci aiutano a capire e riflettere, a guardare con occhi diversi il prossimo, a riconsiderare il senso della vita e la centralità dell’uomo.
Le testimonianze dei Sabatini, padre e figlio, entrambi medici ogni giorno presenti nei rispettivi ospedali di Brescia e Pavia, o dei Bonito, padre e figlio, ugualmente medici, impegnati negli ospedali di Bergamo e Brescia, o di Gulisano, medico presso l’ASST di Lecco, o dello stesso Fontana, presidente della regione più colpita con oltre 50 mila contagiati, ci danno la misura di quanti “grazie” dobbiamo rivolgere a chi si adopera per salvare la vita.
Lo stesso Papa Francesco, nella preghiera memorabile sul sagrato della Basilica di San Pietro, ha detto: “Signore, guarda i politici e gli amministratori che portano il peso delle scelte”.
Ma non sarà più come prima, o la natura umana ritraccerà gli errori e le contraddizioni che emergono oggi con virulenza? La crisi del mercato dei subprime con la deflagrazione della bolla immobiliare del 2007 sembrava dover cambiare radicalmente le regole di una certa finanza disinvolta e speculativa. In realtà, a distanza di oltre dieci anni, tutto è come prima.
L’attuale momento non è accostabile a niente di quanto già vissuto: è diverso da una guerra perché il nemico è invisibile, non abbiamo armi (vaccini) per sconfiggerlo, ma solo mezzi (mascherine) per difenderci, contiamo migliaia di morti e ci rintaniamo in casa, impotenti, come un tempo nei rifugi durante i bombardamenti, pregando di sopravvivere. Si muore perché non si agisce, sapendo che urge muoversi concretamente e presto per salvaguardare la salute e la vita dei cittadini. Ma anche l’economia produttiva, i servizi e l’occupazione devono essere salvati. L’Unione Europea, così com’è, si dimostra ancora una volta un’istituzione lenta, burocratica, divisa, non solidaristica, non compassionevole, non una comunità, ma l’egemonia di pochi sui molti. Sono un europeista convinto, ma è arrivato il momento di riscrivere le regole, anche per diffondere la percezione di un nuovo rinascimento, di un’Europa realmente solidale e inclusiva, o sarà la fine di questa Unione.
Bisognerà riformare profondamente anche le regole di una burocrazia, che con le sue lungaggini, i cavilli, i mille permessi, crea danni al progresso, allo sviluppo, alla velocità e alla trasparenza di interventi, di realizzazione di opere pubbliche nel nostro Paese, favorendo altresì il proliferare di fattispecie corruttive a causa delle strozzature degli iter autorizzativi.
Bisognerà rivedere le norme sul federalismo, per fare chiarezza e dare certezza alla divisione dei poteri fra centro e periferia, alla sussidiarietà, alla legislazione concorrente.
Bisognerà investire nella sanità e nella ricerca e non tagliare fondi in settori così vitali, come avvenuto in passato.
Bisognerà raggiungere un’armonizzazione fiscale all’interno dell’U.E., perché se l’Olanda si oppone ai coronabond garantiti da tutti gli Stati membri, forse non è malizioso pensare quanto sia interessata a mantenere  finanziariamente deboli paesi come l’Italia, che, scontando un alto indebitamento, non potranno diminuire la pressione fiscale, per cui conglomerati industriali (FCA, Mediaset, Luxottica e Campari) troveranno sempre conveniente avere la propria sede legale ad Amsterdam, dove utili e royalties beneficiano di trattamenti fiscali di favore con conseguente, ingente, perdita di gettito nella madrepatria.
Questi e altri sono i temi sui quali necessiterà intervenire al più presto ma, fuori retorica, è indubbio come il corona virus nel nostro Paese stia anche diffondendo quei sentimenti di solidarietà, compassione, altruismo, fratellanza, in parte sopiti. Spero che dalle macerie di un’esperienza così devastante possa nascere davvero un nuovo mondo, migliore per la convivenza sociale, sinceramente rivolto al bene comune e soprattutto con uno sguardo più amorevole al mondo degli invisibili, come i 60 mila carcerati e i 50 mila senzatetto, anche se, lasciatemi dire, ho un certo timore che questo potrebbe non accadere.