
La Legge di Bilancio 2026 ha introdotto novità di grande rilievo destinate a modificare in modo strutturale il secondo pilastro previdenziale, il suo peso e la sua efficacia a beneficio dei lavoratori. La Legge ha infatti previsto l’adesione automatica di tutti i neoassunti del settore privato a previdenza complementare con destinazione delle risorse in percorsi d’investimento cosiddetti Life Cycle.
Una premessa necessaria prima di entrare in argomento. La Legge di Bilancio contiene anche disposizioni sulla portabilità del contributo datoriale. Il tema esula da questo contributo, ma un ripensamento appare indispensabile. Così com’è, se non correttamente interpretata, la norma rischia di scardinare un sistema che assicura l’allineamento di interessi tra lavoratori e datori di lavoro, vanificando quanto di buono costruito negli anni, da ultimo proprio con le riforme oggetto di questo contributo.
Tornando alle novità della Legge di Bilancio, come anticipato, è previsto che, a partire dal 1° luglio 2026, tutti i lavoratori neoassunti del settore privato aderiscano automaticamente alla previdenza complementare con il conferimento del TFR e, ove esistente, della contribuzione prevista a carico del datore di lavoro e del lavoratore. Il lavoratore può ovviamente effettuare una scelta diversa, ma in assenza di una esplicita manifestazione di volontà l’adesione al fondo pensione individuato dalla contrattazione collettiva è automatica.
L’obiettivo è ampliare e anticipare la partecipazione alla previdenza complementare, rafforzando il secondo pilastro e il suo contributo all’adeguatezza dei redditi e alla protezione delle persone nella fase successiva alla vita lavorativa. Un’esigenza ancora più rilevante nell’attuale contesto, caratterizzato da uno scenario demografico complesso e da limitati spazi di finanza pubblica, con il rischio concreto di riduzione dei livelli di assistenza e protezione dello Stato.
La riforma introduce inoltre, come accennato, un secondo elemento altrettanto, se non più, rilevante. Per le adesioni automatiche è previsto, salvo diversa indicazione del lavoratore, un investimento di default in percorsi Life Cycle.
Il Life Cycle è un programma automatizzato che modifica nel tempo la composizione del portafoglio di investimenti dell’aderente in coerenza con gli anni che lo separano dalla pensione. In altri termini, la posizione e i nuovi contributi vengono riallocati gradualmente da comparti con maggiore componente azionaria verso comparti a rischio più contenuto man mano che si avvicina il pensionamento.
Il cambiamento introdotto dalla Legge di Bilancio interviene su due ostacoli allo sviluppo della previdenza complementare: il basso livello di educazione finanziaria e previdenziale, che può produrre scelte poco consapevoli e non coerenti con obiettivi di lungo periodo, e l’inerzia, cioè la tendenza a rinviare decisioni che producono i maggiori benefici quando vengono assunte per tempo.
Il principio alla base del Life Cycle è semplice: nell’investimento previdenziale il tempo conta. Le esigenze di chi ha davanti a sé trenta o quarant’anni di vita lavorativa sono diverse da quelle di chi è prossimo al pensionamento. Non è quindi efficiente mantenere la stessa allocazione per tutto il periodo di permanenza in un fondo pensione.
Un orizzonte lungo consente di affrontare consapevolmente le oscillazioni dei mercati e ricercare rendimenti attesi più elevati, attraverso una maggiore esposizione al rischio. Avvicinandosi la pensione, aumenta invece l’esigenza di contenere la volatilità e proteggere la posizione.
In questa prospettiva il Life Cycle consente anche a chi non ha competenze finanziarie di scegliere un livello di rischio coerente con il proprio orizzonte temporale, evitando scelte non razionali.
In particolare, per un lavoratore molto giovane, una scelta garantita o eccessivamente conservativa mantenuta per tutta la vita lavorativa può comportare rendimenti mediamente più bassi e, di conseguenza, penalizzare la prestazione pensionistica e il tasso di sostituzione (cioè il rapporto percentuale tra la pensione integrativa e l’ultimo reddito da lavoro). Un investimento più orientato al mercato azionario, che genera rendimenti maggiori pur esponendo a maggiori oscillazioni nel breve periodo, può risultare coerente con un orizzonte di uno o più decenni, a patto di ridurla gradualmente man mano che ci si avvicina al pensionamento.
Scegliere consapevolmente significa valutare l’orizzonte temporale, adottare un’asset allocation adeguata e modificarla negli anni. Il Life Cycle rende sistematico questo processo: l’iscritto non deve decidere periodicamente come riallocare posizione e contribuzione, perché gli switch avvengono secondo regole predefinite. L’automatismo, come detto, non limita la possibilità di scegliere diversamente; traduce alcuni principi della pianificazione previdenziale in una strategia di lungo periodo, riducendo il peso dell’inerzia e della componente emotiva.
C’è poi un effetto indiretto: le nuove risorse, destinate ai percorsi Life Cycle, aumenteranno i flussi verso i comparti finanziari, più esposti ai mercati dei capitali, pubblici e privati. Potranno così crescere gli investimenti dei fondi pensione in infrastrutture e imprese, anche non quotate: la cosiddetta economia reale.
Gli schemi Life Cycle sono già diffusi a livello internazionale e considerati una best practice nelle politiche di investimento di numerosi sistemi pensionistici. In Italia non si parte da zero, ma la diffusione è ancora limitata: secondo i dati COVIP, a fine 2025, sul totale degli oltre 270 fondi esistenti, percorsi Life Cycle erano offerti da 11 fondi pensione negoziali, 11 fondi pensione aperti e 23 PIP. La riforma compie quindi un salto di scala, trasformando una soluzione già presente nel mercato in un elemento strutturale del secondo pilastro previdenziale.
Un esempio concreto di questa strategia di investimento viene da Previndai, che ha introdotto il Life Cycle dal 1° luglio. I dati osservati nei primi 2 mesi di operatività del percorso sono interessanti: oltre all’iscrizione dei nuovi dirigenti, abbiamo registrato, tra i dirigenti già iscritti, una tendenza allo spostamento verso il Life Cycle dai comparti garantiti. Questo comporta investimenti più orientati al mercato azionario e soprattutto ai mercati dei capitali privati; per quanto riguarda questi ultimi – che rappresentano una fonte di finanziamento rilevante per le imprese, specie piccole e medie, impegnate in percorsi di crescita – Previndai destina all’Italia il 50% delle risorse.
A beneficiare della riforma introdotta quest’anno sono comunque i lavoratori, in termini di maggiore protezione e benessere. Bastano pochi numeri per esplicitare il concetto. Secondo l’ultima relazione annuale di Covip il rendimento medio degli ultimi 10 anni dei comparti garantiti fondi pensione negoziali è stato dello 0,7% contro il 4,8% dei comparti azionari: una differenza di 4,1%. Se proiettiamo questi numeri su un orizzonte di 25 anni, ipotizzando un versamento annuo pari al contributo medio ai fondi negoziali (secondo gli ultimi dati Covip pari a 2.390 euro), si ottiene che un investimento in comparti garantiti porterebbe a una posizione finale di circa 65mila euro, mentre investendo nei comparti azionari la posizione finale sarebbe pari a 116mila euro, dunque con un incremento del 78%.
In conclusione, la riforma della Legge di Bilancio 2026 rappresenta un cambiamento di paradigma per la previdenza complementare. Amplia la platea. Cambia il modo in cui il risparmio viene investito nel tempo. La prospettiva è particolarmente rilevante per i più giovani, per i quali la durata dell’investimento è una risorsa. Iniziare per tempo, contribuire con continuità e adottare un profilo coerente con gli anni che mancano al pensionamento sono parti di una stessa strategia che consente di costruire maggiore protezione e benessere futuro.