
Negli ultimi anni, con una frequenza senza precedenti, le cronache riferiscono del dilagare di episodi di inaudita violenza che vedono protagonisti prevalentemente soggetti di età assai giovane. Oltre al ripetersi di episodi di inaccettabile violenza di genere, è di poche settimane fa, ad esempio, la terribile notizia addirittura di una strage compiuta nella piazza di una cittadina siciliana a seguito di un contrasto insorto tra due gruppi di giovanissimi con età ricompresa tra i diciannove e i ventisei anni.
Costoro affidano ad armi di ogni tipo aggressioni o spropositate reazioni, spesso nei confronti di coetanei, con un disprezzo per il valore della vita umana che genera inquietanti interrogativi sul contesto sociale nel quale tali efferatezze maturano.
Siffatti interrogativi interpellano direttamente, come genitori e come educatori, gli appartenenti alle generazioni adulte, primi responsabili del vuoto di valori che caratterizza il mondo che abbiamo costruito, soprattutto nelle cosiddette società del benessere, nell’ambito delle quali le relazioni vanno sempre più dissipando quei connotati di umanità e di solidarietà imprescindibili per una piena e corretta crescita della persona e per l’affermazione della sua dignità.
È così dato di confrontarsi con analisi sociologiche le più varie, assai spesso condizionate, com’è facile constatare, da pregiudizi di tipo ideologico sulla base dei quali frequentemente si conclude per una assunzione collettiva di responsabilità, laddove, in linea col motto ‘tutti colpevoli, nessun colpevole’, si finisce col trascurare la dimensione soggettiva del principio, in una prospettiva che somiglia più che altro a un maldestro tentativo autoassolutorio.
Si pone così variamente l’accento sulle plurime ragioni di disagio che caratterizza la posizione dei giovani in questi anni: l’incertezza del futuro, la difficoltà di accesso al mondo del lavoro, l’instabilità delle relazioni familiari e così via.
Tutti fattori indiscutibilmente rilevanti. Sennonché un elemento spesso volutamente trascurato da queste dotte analisi – ma che sembra determinante sotto il profilo della ricostruzione del contesto psichico in cui tanta violenza trova sfogo – è quello del dilagante consumo tra i giovanissimi di sostanze psicotrope.
È pacifico invero che l’abuso di alcol e soprattutto di droghe altera sempre più la capacità percettiva dei nostri giovani e incide sui più elementari meccanismi inibitori, anche se molti sottovalutano tale evidenza in nome di una cultura pretesamente libertaria che preferisce rinvenire le cause altrove, in fattori – come accennato – spesso non parimenti determinanti.
Il consumo di droghe è un fenomeno che indiscutibilmente determina gravi conseguenze sulla salute delle persone e su quella delle società. Tra le varie problematiche associate all’uso di sostanze stupefacenti, la violenza rappresenta però una delle manifestazioni più preoccupanti.
La relazione tra consumo di droghe e violenza è complessa e multifattoriale. È fuori discussione che alcune sostanze contribuiscono in modo determinante ad alimentare aggressività e paranoie, aumentando il rischio di comportamenti violenti. Altre sostanze, seppure inducono comportamenti più passivi e apatici, possono tuttavia moltiplicare le occasioni per scatenare violenza laddove l’individuo è esposto a crisi di astinenza.
È quasi banale far riferimento agli innumerevoli studi secondo i quali gli effetti più comuni di molte sostanze sulla mente e sul comportamento, alterando la percezione della realtà, si rivelano determinanti per generare l’aggressività di chi le assume. Senza contare che l’ambiente in cui si consumano può essere in sé caratterizzato da contiguità con violenza e criminalità e che il consumo stesso è spesso associato a problematiche di tipo psicologico e sociale, come la depressione, l’ansia e la povertà, elementi che hanno chiara attitudine ad aumentare il rischio di violenza.
Le conseguenze del sempre più diffuso e sempre meno stigmatizzato consumo di droghe sono sotto gli occhi di tutti, nella misura in cui si associano, come rilevato, all’aumento della criminalità e della percezione di insicurezza, con innegabili ricadute anche sulle relazioni familiari, contesto in cui sempre più spesso la violenza in discorso trova sfogo.
Si tratta insomma, qualunque opinione si abbia al riguardo, di una vera e propria piaga sociale che esige di essere affrontata adottando possibilmente un approccio multidisciplinare che deve contemperare politiche di prevenzione, attraverso una capillare opera di informazione in ordine ai rischi, politiche di supporto adeguato, offrendo trattamenti e sostegni, e politiche repressive, applicando le leggi e garantendo l’ordine pubblico. Il tutto senza trascurare la continua esigenza di ricerca e studio del fenomeno finalizzati a sviluppare strategie efficaci di prevenzione e intervento.
Si tratta, giova ribadire, di un fenomeno complesso che esige non solo – come detto – un approccio multidisciplinare ma, soprattutto, uno sforzo continuo di aggiornamento e analisi dei dati, la carenza dei quali spesso è la causa di sottovalutazione del problema anche da parte degli esperti.
Ma ciò che preme di più mettere in rilievo è quanto il fattore culturale possa giocare un ruolo importante nella percezione e nell’accettazione del consumo di droghe in una data società. È esperienza di questi anni quella di approcci culturali più permissivi o tolleranti, che non senza una buona dose di autocompiacimento si definiscono, come si diceva, ‘libertari’: alcune ‘subculture’ giovanili tendono addirittura a glorificare l’uso di droghe, come simbolo di ribellione o di appartenenza a un gruppo. Sempre, in prevalenza, tra i giovani, alcuni eventi o generi musicali, come il rave o l’hip-hop, sono normalmente associati all’uso – meglio, all’abuso – di ogni tipo di droga quale fattore che agevolerebbe la socializzazione o il rilassamento (forse, meglio, il cosiddetto ‘sballo’ – per tale dovendosi proprio intendere la caduta degli schermi inibitori alla ricerca di emozioni sempre più intense – atto a vincere la noia e l’apatia così diffuse in molte generazioni soprattutto in quei contesti economicamente più avanzati).
Nessun dubbio che la percezione culturale rispetto al consumo delle droghe ha attitudine ad influenzare anzitutto le politiche di controllo, in ragione del diverso atteggiamento verso i consumatori, atteggiamento più o meno stigmatizzante, a seconda delle diverse impostazioni. Inoltre, anche l’accesso ai trattamenti per la dipendenza può essere influenzato dai fattori di cui si discorre, nella misura in cui essi incidono sulla consapevolezza dei soggetti, a maggior ragione se, per gli stessi motivi, si stenta a porre in atto efficaci programmi di prevenzione.
In conclusione, il problema, sempre attuale, si pone ora in termini, se possibile, ancor più allarmanti. Ne è riprova uno studio commissionato recentemente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri dal quale emergerebbe addirittura che quasi un ricovero su tre nelle strutture del servizio sanitario nazionale sarebbe conseguenza, diretta o indiretta, del consumo di sostanze che alterano le capacità percettive, al punto che membri autorevoli del Governo hanno avviato una campagna di comunicazione tesa a rendere noti questi dati proprio al fine di realizzare quell’approccio multilivello di cui si diceva, per sensibilizzare l’opinione pubblica in vista delle necessarie iniziative anche sul piano della prevenzione, dopo aver mostrato di voler intervenire sul piano della repressione, nella verosimile consapevolezza che la pur necessaria azione sanzionatoria non è sufficiente per affrontare conducentemente un fenomeno così complesso.
Ci si augura che l’aver posto in evidenza le gravi ricadute del problema anche sul piano della spesa sanitaria possa costituire una ragione determinante per coinvolgere il più possibile ogni componente sociale, nella convinzione che è venuto il momento di modificare definitivamente l’approccio culturale a questioni gravi che toccano una parte sempre crescente della popolazione.