Regionalismo differenziato e federalismo fiscale, servono prudenza e pazienza

La riforma del Titolo V della Costituzione, ex Lege n. 3/2001, nel dare attuazione ai dettami dell’art. 5 della Costituzione, ha riconosciuto le autonomie locali, per cui comuni, città metropolitane, provincie e regioni assurgono ad un ruolo più importante e incisivo nell’azione di governo e nella regolamentazione di alcune materie.
Il principio di sussidiarietà verticale, volto ad avvicinare il livello di governo preposto alla soluzione del problema al problema stesso e al cittadino per garantire maggiore efficacia di intervento, è alla base della riforma.
Da allora sono seguite importanti novelle normative, in primis la Legge n. 42 del 5 maggio 2009, meglio nota come la legge sul federalismo fiscale che, fra l’altro, ha previsto in favore di comuni e regioni la possibilità di fissare entrate e tributi propri.
A distanza di oltre vent’anni dalla riforma costituzionale, si sta discutendo di autonomia differenziata delle regioni, muovendo da quanto nell’art. 116, comma terzo della Costituzione, che prevede la possibilità di attribuire particolari situazioni di autonomia alle regioni a statuto ordinario, per cui alcune di esse possono avere poteri diversi da altre, maggiore autonomia finanziaria, ecc.
Tanta acqua è passata sotto i ponti e il tema politico-finanziario che si pone è quello di riempire di contenuti l’autonomia differenziata, sia in un’ottica delle materie di competenza regionale, sia per quanto riguarda il trasferimento delle risorse finanziarie “dal centro alla periferia” attraverso la compartecipazione ai tributi erariali di carattere generale.
La legge n. 111 del 9 agosto 2023 muove in tal senso, prevedendo sostanzialmente la revisione delle norme sul federalismo fiscale regionale e del sistema fiscale degli enti locali.
È stato istituito un Comitato pletorico di sessanta esperti per la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP), che ha predisposto un elenco di ben 223 livelli essenziali di prestazioni con ulteriori livelli non quantificabili al proprio interno. Da questo qualificato gruppo di lavoro si sono defilati, AmatoBassaniniPajno e Gallo. Dimissioni di ordine “politico”, essendo tutti intellettuali chiaramente di sinistra, o una presa di distanza “tecnica” dagli intendimenti del Ministro Calderoli fautore della riforma? Per completezza d’informazione, prima di loro, anche Violante e Finocchiaro si erano dimessi.
La battaglia tra tecnici, Governo e politici di opposta estrazione ideologica è sui LEP, sull’autonomia finanziaria delle regioni, sui tributi propri, sulle materie da trasferire alle regioni (potenzialmente 23 materie) e non solo.
Ma credo che il tema di fondo sul quale confrontarsi debba essere quello della priorità di interessi da perseguire, più che il confronto/scontro sulle singole soluzioni “tecniche”.
Quale obiettivo si intende perseguire col regionalismo differenziato? L’unità del Paese, o la differenziazione delle regioni, per cui quelle che già corrono correranno sempre di più a discapito di altre? Viene garantita la coesione territoriale? La crescita del sistema Paese include de facto il Mezzogiorno d’Italia? Viene mantenuto un sistema di perequazione per ridurre il divario nord-sud? E poi, è stato responsabilmente e correttamente considerato quanto la compartecipazione delle regioni ai tributi erariali per finanziare i trasferimenti di competenze verrà a “costare” allo Stato?
Secondo il disegno di legge sull’autonomia differenziata, i costi aggiuntivi andrebbero coperti con “gli obiettivi programmati di finanza pubblica”, in pratica aumentando le entrate o intervenendo sulla spesa.
E come si inquadra questo tra le misure allo studio nella prossima legge finanziaria, già annunciata “lacrime e sangue”, essendovi altre priorità da garantire?
In definitiva, lo Stato potrà responsabilmente stanziare i soldi necessari per i LEP?
Il tempo è un fattore di successo, se ben gestito, e accelerare su questi provvedimenti quando le incognite sono diverse e le problematiche di non agevole soluzione, è opportuno? Forse la fretta muove dal desiderio di appuntarsi una medaglia in vista del prossimo appuntamento con le elezioni europee?
La competitività, la locomotiva del nord, la maggiore efficienza di alcune regioni (la Lombardia ha il bilancio della sanità in equilibrio ed ha impegnato completamente i fondi europei della programmazione 2014/2020) sono elementi sufficienti per giustificare fughe in avanti?
L’intesa tra lo Stato e ogni singola regione su competenze e trasferimenti è razionale e coerente nello spirito di promuovere l’unità nazionale?
Uno Stato che si definisce solidale e che costituzionalmente vuole lo sviluppo di tutti i cittadini e con essi i territori, deve varare norme in tal senso. Bisogna avere una visione d’insieme del Paese e delle sue diversità territoriali, perché la sussidiarietà sia effettiva e non opportunisticamente sbandierata per essere poi accantonata per dare spazio a percorsi agevolati di regioni storicamente più progredite.
Da uno studio apparso sul sito dell’Autonomia differenziata della Regione Veneto, a seguito del trasferimento di competenze per finanziare l’autonomia differenziata, il Tesoro dovrebbe rinunciare a circa 112 miliardi di euro.
Alta inflazione, tassi europei in crescita, finanziamento del debito pubblico, spread in aumento e peggioramento della congiuntura internazionale come possono agevolare l’assunzione di ulteriori e più gravosi impegni per coprire i LEP?
Il ministro Giorgetti nel presentare la NADEF (Nota di aggiornamento al DEF) ha chiaramente detto che per favorire la crescita dell’economia bisogna, fra l’altro, ridurre le tasse. Ciò avverrebbe principalmente col taglio del cuneo fiscale (circa 12 miliardi di euro) e la riduzione dell’IRPEF (circa 4 miliardi di euro). Il NADEF prevede che il deficit aumenterebbe dal 3,6 % del 2023 al 4,3% del 2024 e che il rapporto debito-PIL passerebbe dal 140,2% del 2023 al 140,01% del 2024, risultando sostanzialmente invariato.
Ci sono priorità fissate dal Governo, che portano a una revisione al rialzo degli obiettivi del deficit pubblico per 15,7 milioni di euro, fra questi anche l’adeguamento ISTAT delle pensioni e degli stipendi dei dipendenti pubblici.
Aggiungiamo che lo spread è a quota 200 e che le risorse per avviare i cantieri del Ponte sullo Stretto ammonterebbero a circa 2 miliardi di euro nel 2024.
Mi sembra che ce ne sia abbastanza per riflettere, affinché una decisione frettolosa di marcato sapore elettorale non contribuisca a peggiorare i conti pubblici, incidendo pesantemente su una situazione economica nazionale già critica.
L’invito, quindi, è alla prudenza, perché quello che può essere, anzi è, un obiettivo condivisibile di dare maggiore autonomia ai comuni e alle regioni, finanche di natura finanziaria, non diventi un boomerang, che infici quanto di buono e di auspicabile ci sia nei principi di riforma federal-fiscale, ma anche alla pazienza, perché la legislatura in corso sembra destinata a durare, quindi ci sarà tempo e modo per varare una riforma regionalistica che risulti davvero equa e solidale.

Roberto Serrentino

Direttore di Dimensione Informazione