Riforma fiscale,
si va nella direzione giusta

La proposta di riforma fiscale approvata dalle commissioni finanze di Camera e Senato è un primo passo importante e ambizioso che va nella direzione giusta.

Un primo passo a cui dovrebbe seguire, a fine luglio, la proposta di legge delega del governo.

La misura principale che le commissioni propongono è un taglio dell’IRPEF in primo luogo per i 7 milioni di contribuenti del terzo scaglione (quello di chi dichiara un imponibile tra 28 mila e 55 mila euro, che potremmo definire del “ceto medio”), maggiormente penalizzati dall’attuale struttura dell’imposizione. L’ipotesi è di riorganizzare l’IRPEF rivedendo scaglioni, aliquote e detrazioni. In alternativa si suggerisce, almeno per la fascia media dei contribuenti, un’aliquota progressiva continua (il cosiddetto “modello tedesco”), anche se questa proposta è meno preferita.

Qualunque sia il modello che verrà prescelto, la progressività dell’imposta sarà salvaguardata. L’idea di ristrutturare l’IRPEF trasformandola in un’imposta proporzionale (la “Flat tax” tanto sostenuta da Salvini) non è stata presa in considerazione e ciò per motivi di fattibilità (le stime sui costi di questo intervento erano nell’ordine di qualche decina di miliardi di euro), ma anche per la netta contrarietà di molte forze politiche, a partire dal PD, in relazione al carattere fortemente regressivo della Flat tax IRPEF rispetto alla situazione attuale.

La proposta delle commissioni si occupa delle donne e dei giovani, raccogliendo l’idea avanzata dal PD di una tassazione agevolata del secondo percettore di reddito, che in oltre il 90 per cento dei casi sono donne, ipotizzando una maggiorazione delle detrazioni per i lavoratori fino a 35 anni di età.

Viene riproposta l’IRI, l’imposta sul reddito d’impresa, introdotta dal centrosinistra e cancellata dal governo giallo verde, per incentivare gli imprenditori individuali e le società di persone a reinvestire gli utili in azienda.

Viene mantenuto il regime forfettario per le partite IVA, con l’introduzione di un meccanismo per mitigare transitoriamente il salto di aliquota oltre la soglia dei 65 mila euro.

La proposta delle commissioni contiene una ipotesi di riforma fiscale “green” per la quale il PD si è battuto, superando i veti e le perplessità della destra.

Si ipotizza la progressiva riduzione dei sussidi dannosi per l’ambiente e il contestuale potenziamento degli incentivi per la decarbonizzazione. Si chiede il riordino e la stabilizzazione degli incentivi per la riqualificazione energetica e antisismica degli edifici, conservando la cedibilità dei relativi crediti fiscali. Si propone una maggiore detraibilità IVA per i veicoli a basse emissioni. Entra nell’agenda anche la revisione della tassazione ambientale per renderla coerente con gli obiettivi UE di riduzione delle emissioni di CO2, compensando le famiglie e le imprese più vulnerabili.

La transizione ecologica “giusta” (cioè attenta alla tutela dei più deboli) diventa a pieno titolo uno dei punti qualificanti della proposta di riforma fiscale delle commissioni.

Importanti sono alcune misure contenute nel paragrafo dedicato alla lotta all’evasione, dalla piena estensione della fatturazione elettronica al potenziamento del fisco digitale, cercando un equilibrio più efficace con le regole di privacy.

La proposta delle commissioni cambia in più parti l’imposizione sui redditi di natura finanziaria. Non l’aliquota, che rimane al 26%, ma alcuni meccanismi come la tassazione della previdenza integrativa, per la quale si propone un regime analogo a quello della maggior parte dei Paesi europei (EET anziché ETT, tassando solo i realizzi e non anche l’accumulo, come avviene oggi).

Sono due i punti di debolezza di un documento complessivamente positivo.

Il primo riguarda le coperture finanziarie. Le commissioni non le hanno specificate, se non in modo implicito e parziale. Spetterà al governo indicare le opzioni possibili di reperimento delle risorse per una riforma che di risorse ne chiederà tante.

Il secondo elemento di debolezza è la parte relativa alle imposte sul patrimonio, su cui le commissioni non hanno espresso alcun indirizzo.

Nel corso del confronto era emersa l’ipotesi di un intervento a parità di gettito per la sola revisione degli estimi catastali. Anche questa parte è stata però espunta dal testo finale perché la destra, nonostante le sollecitazioni di sindaci della Lega e di Forza Italia, ha preferito mettere la testa sotto la sabbia.

Così facendo, però, abbiamo perso una doppia, importante occasione. L’occasione di alleggerire il carico sui proprietari di immobili più recenti, penalizzati da estimi catastali che favoriscono le case ristrutturate dei centri storici, spesso accatastate come alloggi popolari e, più in generale, quella di dare indirizzi precisi al governo sulla riorganizzazione dell’imposizione sul patrimonio. Lasciando bianca questa pagina del documento, le commissioni hanno lasciato un amplissimo margine di manovra al governo, abdicando alla propria funzione.

Antonio Misiani

Senatore, responsabile economico della Segreteria nazionale del Partito Democratico