Vaccinazioni obbligatorie o facoltative?
Solo pubbliche o anche ai privati?

L’attenzione degli italiani nelle prime settimane di questo 2021 si concentrerà sicuramente sulla possibilità di accesso al vaccino anti Covid. È oramai fuori dal dibattito la certezza che la strada principale per uscire da questa tragica Pandemia sia quella della diffusione del siero immunizzante. Malgrado ciò, si sono levate molte voci di dissenso all’ipotesi di rendere la vaccinazione obbligatoria. Su questo tema si pronuncia l’art. 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività (…) nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”.

È chiaro, dunque, che un provvedimento legislativo (legge o decreto che sia) potrebbe imporre l’obbligo a tutela dell’interesse superiore della salute della collettività.

Nella storia della sanità italiana tante importanti patologie si sono estinte o sono state controllate grazie a questo tipo di pronuncia legislativa, basti pensare al vaiolo (oramai scomparso nel mondo), alla poliomelite (estinta dal continente africano nel 2020), alla difterite, al tetano, per citare solo le principali.

Negli ultimi anni, dato per assodato lo straordinario valore di profilassi del vaccino, il legislatore ha ritenuto superfluo l’imposizione dell’obbligo stesso, in quanto superato da una consapevolezza generalizzata.

Il relativismo comparso prepotentemente nella nostra cultura si è recentemente insinuato anche nelle scienze sanitarie, ben sostenuto dal poter di opinione del “dottor Google”.

Nel 2016 per il diffondersi del pericoloso morbillo nella nostra nazione, il Ministero della Salute è dovuto tornare sui suoi passi reintroducendo l’obbligo per l’accesso ai nidi e alle scuole.

Nel caso del Covid, comunque, il dibattito sarà certamente rimandato a causa del basso numero di dosi disponibili, che rendono attualmente “facoltativa” la somministrazione del siero. Discorso differente sarà per gli operatori sanitari ed in particolare per i medici, che difficilmente, stando in contatto con pazienti fragili ed essendo loro stessi veicoli di contagio, potrebbero esimersi dall’obbligo vaccinale. Questo rifiuto porterebbe, secondo il mio parere, ad una seria valutazione di carattere deontologico.

In questa fase di partenza della vaccinazione in Italia ci stiamo scontrando con un grave ritardo dell’organizzazione legata alla somministrazione.

L’Italia detiene il triste primato del numero di morti in relazione al numero della popolazione e una disastrosa situazione economica che vede il rapporto debito/PIL al 159%, attestandosi al terzo peggior posto tra le principali trenta economie mondiali.

Per ottenere un’immunità di gregge si dovrà raggiungere il numero di 42 mln di italiani vaccinati, per poter così uscire dalla crisi sanitaria ed economica che ci attanaglia da quasi un anno.

Visti gli attuali ritmi di somministrazione del vaccino l’auspicato traguardo appare assai difficile da raggiungere in tempi relativamente brevi. Pertanto tutte le forze disponibili dovranno scendere in campo. Non appare quindi un tabù il coinvolgimento anche dei privati. Questo potrebbe avvenire con l’attivazione delle strutture sanitarie (case di cura, centri polispecialistici, etc…), che potrebbero ampliare notevolmente la rete di somministrazione. Inoltre bisognerebbe dare la possibilità ad imprenditori privati di acquistare sul mercato estero le dosi vaccinali al fine di immunizzare i loro dipendenti. Pensiamo ad esempio ad un’industria che possa non interrompere la produzione mettendo in sicurezza i propri operai.

Stefano De Lillo

Vice Presidente Ordine dei medici di Roma