Vitalizi e pensioni dei senatori, un ritorno al passato

Il Consiglio di Garanzia del Senato, organo giurisdizionale che si occupa delle controversie interne in applicazione del principio costituzionale dell’autodichia, nella seduta del 5 luglio scorso (l’ultima prima di essere sostituito) ha deliberato a maggioranza di ripristinare i vitalizi dei senatori nella misura piena che era in vigore prima della delibera del Consiglio di Presidenza del 2018, la quale aveva applicato retroattivamente il sistema contributivo anche a coloro che erano andati in pensione prima del 2012. Come noto, infatti, i vitalizi sono stati abrogati nel 2012 e sostituiti da una pensione commisurata ai contributi versati, ma senza toccare i diritti acquisti in precedenza. In sostanza, fino al 2012 continuava ad essere in vigore il sistema retributivo, ben più vantaggioso. Nel 2018 invece si decide, come detto, di ricalcolare le pensioni col sistema contributivo anche retroattivamente, con l’effetto che molti tra gli ex parlamentari più anziani si sono visti ridurre l’emolumento anche del 75-80%. Ovviamente tutti gli interessati hanno immediatamente proposto ricorso per chiedere l’annullamento della delibera che li penalizzava.

In effetti, detta delibera presentava alcune manifeste iniquità, risolte nel tempo dall’organo di giurisdizione interna del Senato con sentenze parziali. La correzione più importante è stata ad esempio quella di applicare il coefficiente di trasformazione per attualizzare la pensione non al momento in cui il beneficiario aveva iniziato a percepirla, ma al momento dell’entrata in vigore della nuova delibera, cioè nel 2018.

Questa semplice correzione, giusta e indiscutibile, aveva fin dal 2020 consentito di ridimensionare in maniera equa il taglio, in particolare nei confronti dei più anziani, per ovvie ragioni tra i soggetti più penalizzati.

La decisione del 5 luglio di ripristinare tout court il trattamento previgente per tutti gli ex senatori, adottata tra l’altro da un organo in regime di prorogatio e proprio nell’ultima seduta prima di cessare dalle funzioni, è stata quindi una forzatura indebita, sia perché le iniquità più gravi erano state già corrette da tempo, sia perché le motivazioni adottate sono più di natura politica che giuridica.

Il Consiglio di Garanzia ha infatti ritenuto, a maggioranza, che il taglio operato nel 2018 potesse ritenersi legittimo soltanto se limitato nel tempo e non applicato in maniera definitiva come invece prevedeva la delibera, che quindi sul punto è stata cassata. Tuttavia, è di tutta evidenza che stabilire la durata di questo tempo limitato non può esser prerogativa di un organo giurisdizionale, ma si tratta di una valutazione politica che compete all’organo politico, cioè al Consiglio di Presidenza del Senato, dove sono rappresentati tutti i gruppi politici. Che senso ha infatti affermare, come ha fatto il Consiglio di Garanzia, che la durata congrua deve essere stabilita in 5 anni. Perché non 4 o 6 o anche 10? È chiaro che si tratta di una decisione del tutto arbitraria, che non spetta ad un organismo giurisdizionale.

Immediatamente si sono levate voci scandalizzate di protesta e condanna, tra le quali le più violente sono state quelle dell’ex premier Conte e di molti esponenti del Movimento 5 Stelle, che hanno accusato il governo Meloni e la maggioranza di centrodestra di essere i responsabili di questo colpo di mano.

Peccato che: 1) il governo non c’entra assolutamente nulla perché la decisione è stata presa da un organo giurisdizionale interno al Parlamento; 2) nemmeno la maggioranza di centro destra c’entra granché, considerato che sia il sottoscritto che il collega della Lega sen. Pepe hanno votato contro, mentre a favore hanno votato il sen. Vitali (ex Forza Italia) ed il sen. Grassi (ex M5S); ed il voto che ha fatto la differenza è stato quello della senatrice Valente (PD), che si è astenuta ben sapendo che, in base al regolamento, il voto del presidente Vitali avrebbe contato doppio e quindi avrebbe fatto pendere la bilancia per il pieno ripristino dei vitalizi.

A questo punto, l’auspicio è che la politica si assuma le proprie responsabilità e decida di regolamentare in modo equo ed equilibrato una materia che non può più essere lasciata in preda a speculazioni di parte e alla propaganda di chi come Conte mistifica la verità pur di aggredire gli avversari.

Alberto Balboni

senatore Fratelli d’Italia – Presidente Commissione Affari Costituzionali

Registrato al Tribunale di Roma il 19/09/2018, n. 155
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