Riforma del sistema penitenziario. Non bastano le buone intenzioni

Abbiamo accolto l’invito del Direttore di questa attenta ed attiva rivista, Dimensione Informazione, per condividere alcune riflessioni, che come Organizzazione sindacale abbiamo in diverse occasioni comunicato anche in documenti scritti sia ai vertici del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria che a quelli del Ministro della Giustizia.
Nello scorso numero di questa rivista Ugo Utopia, nell’articolo Marta Cartabia, una ministra dal volto umano”, commentava il lavoro svolto dalla “Commissione innovazione” (anche nota come Commissione Ruotolo) istituita nel settembre 2021, che ha consegnato la sua relazione nel dicembre 2021.
La FP CGIL fin dal 2019 sta avanzando proposte per una riforma del sistema penitenziario, inviando un progetto complessivo ai Ministri della Giustizia che si sono succeduti in questi anni e, di recente, alla stessa Commissione Ruotolo, senza però ricevere alcun riscontro.
Sul tema penitenziario, ogni Ministro della Giustizia che ha lavorato a via Arenula non ha potuto evitare di occuparsi di carcere. Il tema è salito all’onore delle cronache con connotazioni emergenziali. Sempre e nonostante le buone intenzioni è stato difficile, spesso impossibile, sciogliere quei nodi gordiani che ostacolano la comprensione dei problemi e quindi l’individuazione della loro possibile soluzione.
Nel rispetto e nella stima che rinnoviamo alla Ministra Cartabia anche in questa occasione, dobbiamo affermare che le soluzioni proposte, pure in questo lodevole esercizio, non sono sufficienti per aiutare il sistema penitenziario ad uscire dalla sua ormai congenita emergenza.
Lo diciamo in ragione dei dati oggettivi dei quali disponiamo (piante organiche inadeguate, mancata immissione in ruolo di nuove professionalità, aumento dei carichi di lavoro).
Non siamo certo noi che dobbiamo ricordare che ogni organizzazione per poter adempiere adeguatamente al suo mandato deve poter contare su una politica delle risorse umane aggiornata e coerente con gli obiettivi che quella organizzazione intende perseguire.
Il modello organizzativo dell’esecuzione penale, di cui il carcere è parte, non è stato modernizzato.
Non possiamo parlare di ammodernamento solo perché sono state introdotte nuove tecnologie per la sorveglianza/sicurezza e non possiamo certo dire che la video sorveglianza consente di diminuire il numero degli agenti impiegati all’interno delle sezioni. I numeri non devono diminuire e il servizio deve essere ancor più specializzato per riuscire sempre meglio ad intercettare i bisogni delle persone ristrette.
La presenza all’interno delle sezioni detentive non può essere limitata a quella dei soli agenti di polizia penitenziaria, ma deve arricchirsi di funzionari pedagogici, di mediatori, di psicologi e di volontari.
Su questo la Commissione innovazione non dice nulla.
Cosa è necessario fare in carcere per rendere più umana la detenzione è tema che gli operatori penitenziari conoscono molto bene e ogni giorno vivono la frustrazione di non potere svolgere il proprio compito con efficienza, perché spesso si ritrovano da soli a dovere rispondere alle richieste quotidiane legittime di 50 o spesso anche di 100 detenuti in contemporanea.
I bisogni sono i più diversi: dalla richiesta di una telefonata aggiuntiva alla famiglia, dall’aggiornamento della relazione da inviare al magistrato per ottenere un permesso premio o la liberazione anticipata, dalla richiesta di partecipare alle attività ricreative, alla necessità di poter essere ascoltato. Insieme a questo, ci sono le procedure burocratiche, che pure vanno assicurate (relazioni con la scuola, università, progetti da costruire con le associazioni di volontariato, monitoraggio di quelli in corso).
La pianta organica dei funzionari giuridico pedagogici, incaricati di seguire le attività trattamentali in carcere, oggi è di 998 unità in servizio attivo nei 189 istituti penitenziari del territorio nazionale, ma ne risultano presenti 782 (con un disavanzo in negativo di 216 unità).
È normale che in un istituto penitenziario risultino in servizio 1/2 unità soltanto, che spesso devono fare fronte ed assicurare accuratezza nell’azione trattamentale per 150/200 detenuti ciascuno!
Nel 2021 è stato bandito (finalmente dopo 10 anni) un concorso che prevede l’assunzione di 210 unità (che non sono sufficienti a coprire l’attuale fabbisogno).
Il concorso è in corso di svolgimento (si sono svolte le prove scritte e la commissione sta procedendo alla correzione dei compiti) e nella rosea previsione le assunzioni sono previste per gli inizi del 2023 all’esito di un corso di formazione di tre mesi.
Nel frattempo, l’urgenza/emergenza continua a fare registrare episodi che denunciano l’inefficienza del sistema. Si è parlato già con legittimo allarme del numero dei suicidi registrati solo in questi primi giorni dell’anno.
Per questo motivo la FP CGIL ha chiesto lo scorrimento delle graduatorie degli idonei dei precedenti concorsi per accelerare il reclutamento ed evitare così le assunzioni tardive che non permettono lo scambio di esperienze tra pensionandi e neo assunti.
Difficile poter pensare che, con le esigue unità di operatori presenti sia possibile prevedere e quindi prevenire il disagio e sostenere chi legittimamente lo manifesta, perché arrestato e tradotto in carcere o perché è stato raggiunto da una notizia ferale che lo abbandona all’angoscia, ovvero perché è a fine pena e non sa cosa succederà della sua vita fuori perché non ha affetti, ovvero non è stato possibile rintracciare un percorso trattamentale di reinserimento.
Se l’esecuzione penale deve, come appare, restare appannaggio privilegiato del carcere, il carcere va qualificato attraverso una politica che volga lo sguardo alle risorse umane.
Serve l’istituzione di nuove figure professionali, di nuovi concorsi e modalità innovative per il reclutamento, proprio per potere dare avvio a quel percorso riformatore che dovrebbe davvero e finalmente dare al carcere la connotazione di estrema ratio, privilegiando le misure alternative.
Infine non possiamo non sottolineare come l’indicazione, sempre contenuta nella relazione della Commissione innovazione, di ristrutturare gli edifici penitenziari, con particolare riguardo ai servizi igienici all’interno delle camere detentive, ma anche le condizioni di quelli ubicati nelle caserme del personale (anche queste da ristrutturare), ci lasci perplessi.
Per anni si è denunciata la carenza di fondi assegnati all’amministrazione penitenziaria per le manutenzioni ordinarie e straordinarie. Da tre anni il tema dei fondi appare superato, ma i programmi non paiono avviarsi.
La carenza di personale riguarda anche i funzionari contabili incaricati di assicurare la gestione amministrativa e di istruire i procedimenti di gara per gli appalti dei lavori di ristrutturazione. Sono 952 i funzionari e contabili annoverati nella pianta organica. In servizio effettivo sono 711 e la carenza è determinata in 241 unità.
Non è infrequente che in molti istituti il funzionario responsabile dell’area contabile, che è anche incaricato della rendicontazione, debba altresì fare il responsabile del materiale e responsabile della cassa (compiti questi che per la legge di contabilità penitenziaria del 1920 ancora in vigore non sono sovrapponibili).
Anche in questo caso, nel corso dell’anno sarà bandito un concorso per 140 unità di funzionari contabili, che entreranno in servizio forse agli inizi del 2024.
Quindi molto verosimilmente i fondi stanziati per le ristrutturazioni non potranno essere spesi, perché non ci sono le risorse umane in grado di assicurare lo svolgimento di gare e delle aggiudicazioni.
Da ultimo non possiamo non ricordare la gravissima carenza che si registra nella pianta organica dei dirigenti penitenziari. L’ultima procedura concorsuale si è svolta nel 1997 e solo nel 2021 sono state avviate le procedure per l’assunzione di 46 dirigenti. Anche in questo caso è verosimile prevedere che l’immissione in ruolo avverrà non prima del primo semestre del 2024 (secondo la norma, l’immissione in ruolo deve essere preceduta da un corso di formazione della durata di 18 mesi). Nel frattempo, sono 76 i posti di dirigenza vacanti. Su un totale di 345 dirigenti in pianta organica solo 266 sono in servizio con la conseguenza di avere in alcune regioni del territorio nazionale dirigenti penitenziari responsabili di due, ma anche di tre istituti penitenziari in contemporanea. Il dirigente penitenziario è per mandato responsabile della sicurezza, del trattamento dei detenuti, della gestione del personale e della gestione finanziaria dell’istituto.
La gestione contemporanea di due istituti e anche tre (come avviene in Sardegna dove sono in servizio 4 dirigenti per 11 istituti penitenziari, 4 dei quali destinati alla gestione di detenuti di alta sicurezza e sezione di 41 bis) rende complesso l’adempimento del mandato in tutte le sue diverse funzioni. Il rischio di errore è possibile.
Una dirigenza, quella penitenziaria che, istituita nel 2006, risulta ancora essere l’unica categoria professionale non disciplinata da contratto! Non esiste tutela assicurativa per i rischi professionali, non esiste disciplina sulla reperibilità che di fatto è H24. Non esiste alcuna previsione contrattuale tale da definire i livelli di retribuzione in ragione delle funzioni svolte e responsabilità assunte.
Potremmo andare avanti ancora descrivendo le discrasie di un sistema in affanno e che negli ultimi due anni ha fatto fronte anche all’emergenza pandemica. Le note vicende, che tanto sono risuonate nelle cronache, sono fatti gravissimi, riguardano comportamenti umani (giustamente oggi all’attenzione dell’Autorità Giudiziaria), che segnalano un profondo malessere dell’intero sistema dell’esecuzione penale intramuraria.
Ma anche in tema di esecuzione penale esterna deve essere rivisto l’assetto organizzativo degli Uffici dell’esecuzione in comunità. Il servizio sociale registra una carenza di organico di mille unità. L’esecuzione in misura alternativa e la messa alla prova impegnano le assistenti sociali in lavoro di indagine sociale preventiva e di monitoraggio dell’esecuzione della misura che richiede accuratezza nei tempi e nella conoscenza delle persone e dei contesti dove la misura viene svolta. La rarefatta presenza all’interno degli istituti penitenziari delle assistenti sociali, impegnate prevalentemente sulle numerose pratiche di messa alla prova della libertà, ha contribuito ad alzare le tensioni tra i detenuti che, pur potendo essere nelle condizioni di fruire di misura alternativa, non riescono a costruire il programma di uscita.
Apprezziamo le visioni, i programmi, ma le prospettive di attuazione devono essere concretizzate con azioni coraggiose e innovative che, a nostro avviso, sono necessarie per sostenere tutto il personale penitenziario nel complesso lavoro di garanzia e tutela delle persone private della libertà.
L’umanizzazione della pena detentiva passa attraverso decisioni concrete, che devono tenere conto dei bisogni delle persone (di tutte quelle che fanno parte della comunità penitenziaria) in una prospettiva di equilibrio tra chi lavora per l’istituzione e chi invece ne è ospite temporaneo.