Riflessioni e proposte sulla questione generazionale*

L’Italia non è un paese per giovani. Le risorse economiche e le leve del potere sono saldamente nelle mani delle persone anziane.
L’indagine sui bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2016 della Banca d’Italia (ultima disponibile) evidenzia come la ricchezza netta degli italiani (pari a Euro 208.000 a famiglia nel 2016) e la parte più consistente del reddito (sempre di più costituito da pensioni) sono appannaggio di chi ha più di 65 anni, sia pure in calo negli ultimi anni e con notevoli e crescenti disparità nella distribuzione. Le generazioni più giovani sono quelle a maggior rischio di povertà e finanziariamente povere: il 29,5% delle famiglie con capo famiglia di età inferiore ai 40 anni, rispetto al 12,5% delle famiglie con capo famiglia di età maggiore di 65 anni.
Elaborando i dati del MEF sulla legge di bilancio 2021 emerge che le politiche previdenziali incideranno per il 10,3% sulla spesa pubblica e quelle del sistema sanitario per l’11,8%, spese di cui beneficiano innanzitutto gli anziani. All’istruzione scolastica è destinato solamente il 4,7%, mentre a quella universitaria lo 0,9%.
Si è venuto così a creare un circolo vizioso: la bassa (o nulla) crescita porta a un aumento del debito in relazione al reddito, mentre la spesa sociale, ignorando le istanze dei giovani, concentrandosi sul trasferimento di reddito agli anziani, favorisce un declino demografico che va avanti da anni, ma che nell’ultimo decennio ha conosciuto un’accelerazione tale da rappresentare la più grande sfida che abbiamo di fronte.
I numeri li snocciolava sulle colonne del Corriere della Sera Walter Veltroni qualche giorno fa, ricordando come l’indice di vecchiaia della popolazione italiana – il rapporto tra chi ha più di 65 anni e chi ne ha meno di 15 – è passato dal 33,5% del 1951 al 180% del 2019. Il numero di anziani per bambino è passato, nello stesso periodo, da meno di uno a cinque. In pochi anni, dal 2011 al 2019, la percentuale delle persone che hanno più di 45 anni è salita dal 48,2% al 53,5%.
E negli ultimi anni è ripresa intensa la migrazione degli italiani all’estero, passati dai 39.000 del 2009 a quasi 117.000 del 2018, di cui il 73% con meno di 40 anni; un numero pari agli abitanti di un grosso capoluogo di provincia; e a questi numeri vanno aggiunti gli stranieri che hanno deciso di lasciare il nostro Paese, pari a 40.000 nel 2018 (Fonte ISTAT).
E più anziani ci sono rispetto ai giovani, maggiore è il loro peso politico e minore è la probabilità che le riforme necessarie a favorire i giovani, precondizione per un’inversione del declino demografico, vengano attuate.
Il problema è che invertire questa tendenza è difficile e richiede un mix di politiche sociali, educative e fiscali condite da un’inversione delle aspettative che portino a creare fiducia nel futuro, i cui effetti si vedono solo molti anni dopo.
Ma di fatto, nessun governo di qualsiasi schieramento e colore politico ha mai provato seriamente a mettere in campo una politica tesa a contrastare il declino demografico. Il risultato è che il potere politico degli anziani è sempre più preponderante, impedendo di fatto le riforme che, inevitabilmente, dovrebbero aiutare i giovani a scapito degli anziani.
Che fare dunque, in attesa di grandi riforme legislative che difficilmente arriveranno?
Penso che un contributo possa arrivare da piccole riforme, che non necessariamente richiedono interventi legislativi, ma che potrebbero cambiare profondamente la nostra società, favorendo i giovani e per questa via – auspicabilmente – invertire il trend demografico.
Con uno slogan si potrebbe dire “largo ai giovani”. Ad esempio, si potrebbe prevedere che nei Consigli di Amministrazione delle aziende (a partire da quelle quotate, ma allargabile nel tempo anche a quelle di una certa dimensione), delle banche, delle fondazioni non possano sedere persone che abbiano oltre i 70 anni. Così come gli opinionisti dei grandi giornali, i membri dei comitati scientifici e in generale di tutte quelle istituzioni che detengono, nel loro insieme, le leve del potere dell’economia, della cultura, della scienza.
A questa riforma se ne potrebbe accompagnare un’altra ancora più radicale ed urgente, per cui nessun incarico esecutivo (amministratore delegato, direttore generale, ecc.) possa essere detenuto dalla stessa persona per più di dieci anni. Questo non escluderebbe la possibilità di ricoprire un incarico esecutivo presso una differente organizzazione, o anche nella stessa, ma in una posizione diversa.
Nel silenzio delle norme e in tal caso direi positivamente, queste due semplici proposte di riforma potrebbero essere introdotte attraverso un’integrazione degli statuti delle istituzioni interessate, senza appunto che sussista una specifica previsione di legge che obblighi a farlo, confidando, quindi, nella logica del cambiamento che dovrebbe illuminare chi è deputato a condurre imprese e in generale organizzazioni che nelle loro attività hanno un impatto pubblico.
CONSOB, IVASS, Assonime, ABI, Borsa Italiana, le associazioni imprenditoriali e gli ordini professioni, (avvocati, commercialisti, medici, notai, giornalisti, ecc.), ecc. potrebbero emanare linee guida, ovvero raccomandazioni, affinché i soggetti loro associati o sottoposti al loro controllo aderiscono a queste buone pratiche tese a favorire il ricambio generazionale. Gli investitori istituzionali potrebbero inoltre decidere di inserire tra i propri parametri di valutazione le aziende che abbiamo adottato queste pratiche. E i bilanci sociali delle imprese potrebbero includere le azioni messe in campo per favorire l’assunzione di ruoli di responsabilità da parte dei dipendenti giovani.
Un’obiezione ovvia a detta riforma sarebbe che non necessariamente un management più giovane è più competente e si rischierebbe di disperdere un patrimonio di esperienza che i “senior” hanno accumulato nel tempo. Alla base della proposta sopra delineata vi è però la convinzione che con l’avanzare dell’età si tende a favorire sempre il mantenimento dello status quo e che cali la propensione al rischio, all’innovazione, alla sperimentazione.
D’altronde è noto che il cervello umano raggiunge il massimo delle sue capacità intellettive tra i 25 e i 30 anni e non a caso moltissime scoperte scientifiche e innovazioni siano state fatte da studiosi che, pensando in modo innovativo, fuori dagli schemi dominanti, avevano meno di 30 anni: nel 1905, l’anno mirabilis che ha cambiato la storia della fisica, Albert Einstein aveva 26 anni; Steve Jobs fondò Apple a 21 anni; Isaac Newton sviluppò il calcolo binomiale a 22 anni; Guglielmo Marconi trasmise con successo il primo segnale radio a 21 anni. E il discorso non si limita alla scienza e alla tecnologia: Ludwig Van Beethoven compose la prima delle sue nove sinfonie a 29 anni; Michelangelo Buonarroti scolpì la sua prima e più famosa Pietà a 24 anni; Pablo Picasso dipinse Les demoiselles d’Avignon – uno dei quadri che segna l’avvento del cubismo nell’arte – a 26 anni. E gli esempi potrebbero continuare.
Si potrebbe anche giustamente far osservare che molte persone a 70 anni godono di ottime capacità intellettuali e che privarsi di tali capacità ed esperienza sarebbe una perdita netta di capitale umano, di cui al contrario vi è particolare bisogno in Italia. Coloro i quali lo desiderano potrebbero mettere a disposizione parte o tutto il proprio tempo come mentori dei manager più giovani, come testimoni nelle scuole, come consulenti (non gestori) di trust e fondazioni di varia natura.
Si possono poi immaginare tante altre “piccole riforme” destinate a cambiare il modo di pensare e per questa via di agire delle persone, lungo una via che non esiterei a definire di “rivoluzione silenziosa”.
Ad esempio, si potrebbe decidere di non doppiare più le produzioni di intrattenimento in lingua straniera, oggi sempre più distribuite attraverso le tante piattaforme elettroniche, che sono tanto seguite in particolare dai giovani di tutto il mondo (con buona pace di chi ha preconizzato la fine della globalizzazione con la pandemia). Si favorirebbe così il diffondersi della conoscenza delle lingue straniere, così essenziali per un Paese che vive di esportazioni, turismo e manifattura in primis. La maggiore conoscenza di lingue straniere faciliterebbe inoltre l’attrazione di cervelli nelle università italiane (dove già oggi molti corsi sono tenuti in inglese), se la conoscenza dell’inglese fosse diffusa in ogni ambito, dai negozi alla pubblica amministrazione, rendendo più facile per gli stranieri vivere nel nostro Paese. D’altronde in molti stati europei da sempre i film non sono doppiati e moltissimi tedeschi, olandesi e abitanti delle nazioni scandinave e dell’Europa dell’Est sono sostanzialmente bilingui.
Altri provvedimenti tesi a favorire i giovani e a rendere più giusta la società italiana in termini di allocazione delle risorse richiedono approcci, che necessitano di un intervento legislativo. Il primo a cui pensare sarebbe quello di introdurre una seria imposta di successione. Piuttosto che ventilare un’imposta patrimoniale, che di fatto già esiste sotto forma di IMU, ovvero di bolli sui depositi bancari al verificarsi di certe condizioni, un’imposta di successione ben disegnata potrebbe finanziare una politica di sostegno ai giovani appartenenti alle famiglie meno abbienti. I modelli cui ispirarsi sono diversi, dal momento che imposte di successione sono presenti in tutte le economie avanzate, a cominciare dagli USA.
Ovviamente quanto sopra delineato è ben lungi dal dare una risposta alla complessa “questione generazionale” italiana, che richiede interventi a 360 gradi, a partire dal tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro e alla conciliazione del tempo casa – lavoro, che a sua volta richiede una vera rivoluzione culturale nell’assegnazione dei compiti tra uomini e donne all’interno della famiglia.
Se però non si assume la crisi demografica come uno dei grandi problemi dell’Italia (culturale, ancor prima che economico) e non si inizia a ragionare collettivamente su come affrontarla, la stessa nostra civiltà è destinata a tramontare, con buona pace dei paladini dell’italianità.

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(*) Le considerazioni espresse dall’autore sono a titolo personale e non impegnano il CASMEF.