Opere incompiute e legge morale

Il dibattito, sempre d’attualità, sulle opere incompiute (iniziate, ma non finite), affonda le sue radici tanto profondamente e tanto lontano nel tempo che se ne può scorgere una traccia, nel quadro di un’alta metafora, perfino nel Vangelo di Luca (14, 28-30): «Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.».
Porre l’accento sull’“iniziare senza finire” non è dunque approccio tipico del dibattito postmoderno, né questa è materia per soli economisti. Tutt’altro: usare male risorse scarse di tutti si rivela in contraddizione anche con la legge morale. Se l’opera incompiuta era inutile, si è sbagliato a iniziare. Ma se era invece utile – specie in rapporto a esigenze primarie e oggettive di una comunità di persone stanziata su un dato territorio – non averla finita è una sconfitta per tutti (anche perché l’incompiuto è sempre, e per definizione, inutile allo scopo).
Il punto è chiaro, e prescinde un po’ da considerazioni certo rilevanti, ma pur sempre di contorno: dal tipo di opera, dallo spirito con cui ci si propone di realizzarla (sviluppista o sostenibilista, per semplificare al massimo), dalla polemica politica quotidiana, da tanto altro ancora.
Dopo anni e anni di discussioni, sul tema, qualcosa di recente ha iniziato a muoversi anche a livello normativo. Nel Codice dei contratti pubblici, è stata infatti introdotta da qualche tempo una norma – tanto importante quanto, sinora, misconosciuta e negletta – che favorisce anzitutto il censimento delle opere incompiute, responsabilizzando al riguardo ciascuna stazione appaltante. L’art. 21, comma 2, del Codice, stabilisce infatti che «Le opere pubbliche incompiute sono inserite nella programmazione triennale di cui al comma 1, ai fini del loro completamento ovvero per l’individuazione di soluzioni alternative quali il riutilizzo, anche ridimensionato, la cessione a titolo di corrispettivo per la realizzazione di altra opera pubblica, la vendita o la demolizione».
Questa disposizione è un interessante punto di partenza, non certo di arrivo. Per giunta, ha sinora stentato a trovare piena applicazione (inserire nella programmazione ciascuna di esse equivale, del resto, all’ammissione di un fallimento), e a questa sorte ha dato a mio avviso un ampio contributo anche il fatto che essa deve ancora trovare uno spazio nel centro, e non ai margini, della discussione (e della narrazione) che nel nostro Paese si fa sul tema delle opere incompiute.
Perché prima del fare (questo o quello) viene il dire (sulle questioni di fondo). Perché? Per scongiurare il perpetuarsi di una cultura, densa, del non detto, del deficit di nitide distinzioni primarie (l’utile e il suo rovescio, l’inutile), del deficit di confronto (fra tesi contrapposte) sui dati oggettivi, magari assistito dallo spessore di qualificate valutazioni tecniche, e infine del ripudio (a tratti sembra proprio così, in nome di una indimostrata e indiscriminata supremazia della tecnica) delle categorie di base su cui si sono sviluppate le civiltà umane maggiori su questo pianeta (ad iniziare da buon senso, ragionevolezza, senso del limite e della misura).
Potevamo evitare tante opere inutili. Possiamo evitarne di nuove.
In ambedue i casi, la soluzione – quella primaria – per evitare questo tipo di esito è a mio avviso sempre la stessa: una discussione, viva e alta, nel Paese, guardandosi dritti negli occhi, sull’utile e sull’inutile, sul se l’apertura di un cantiere ha un valore in sé o per quello che resta ad una comunità di persone a lavoro finito e cantiere smobilitato, sul rinnovato significato, oggi, delle categorie (anzitutto morali) del buon senso, ragionevolezza, senso del limite e della misura.
È importante fare, ma per evitare di fare dell’altro inutile (perché incompiuto), occorre non fare a basta. Prima, e durante, occorre dire, o se si preferisce chiarire (meglio: chiarirci), sui “fondamentali”.