Magistrati, non siete al di sopra di ogni sospetto

Tremano le vene ai polsi per quanto sta accadendo all’interno della magistratura.
La vicenda Palamara apre uno spaccato inquietante sul sistema di nomine negli uffici giudiziari e sulle lotte di potere fra le correnti dell’Associazione Nazionale Magistrati. Si impone una profonda riflessione e un intervento in tempi brevi sul criterio di nomine e composizione del Consiglio Superiore della Magistratura, quale organo di autogoverno, a tutela dell’autonomia dell’ordine giudiziario.
Luca Palamara, Pubblico Ministero, ex Presidente dell’ANM e del CSM è indagato per corruzione. Indagato anche Luigi Spina, componente togato del CSM, per violazione di segreto e favoreggiamento proprio nell’inchiesta a carico di Palamara. Ugualmente indagato il PM romano Stefano Rocco Fava per rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento. Spina si è dimesso dal CSM e, a memoria, è la prima volta che un membro togato presenta le proprie dimissioni dal Consiglio Superiore. A ciò si aggiunge l’autosospensione di altri togati del CSM, per quanto non indagati, Corrado Cartoni, Antonio Lepre, Paolo Criscuoli, tutti appartenenti alla corrente di Magistratura Democratica e Gianluigi Morlini di UNICOST.
Dall’indagine della Guardia di Finanza emergono rapporti di corruttela, comunque in corso di accertamento, fra magistrati, politici, professionisti e lobbisti, una presunta mazzetta di 40.000 euro, regali e dossier, abitazioni e uffici di magistrati perquisiti ed il tutto per assicurarsi la nomina del Procuratore Capo in importanti Uffici giudiziari e promuovere inchieste contro avversari di corrente.
Sarà il tempo a dire cosa c’è di vero e di illecito all’esito delle indagini in corso, ma questo è quanto emerge oggi con straordinaria virulenza, rendendo attuale e improcrastinabile aprire una questione morale all’interno della magistratura, perché molti, forse troppi, sono i casi di coinvolgimento di giudici in procedimenti penali, conclusi con la loro condanna.
Patrizia Pasquin, ex Presidente del Tribunale Civile di Vibo Valentia, condannata in Cassazione per corruzione in atti giudiziari; Giuseppe Caracciolo, magistrato della Corte di Cassazione, condannato in primo grado con l’accusa di favoreggiamento della prostituzione; Carlo Alberto Indellicati, magistrato in servizio a Palmi, condannato dal GUP per falso in atto pubblico; Antonio Savasta, giudice del Tribunale di Roma e Michele Nardi, Pubblico Ministero a Roma, arrestati a gennaio 2019 con l’accusa di associazione per delinquere e corruzione in atti giudiziari; Franco Angelo Maria De Bernardi, giudice del TAR del Lazio, condannato in primo grado per corruzione in atti giudiziari; Vincenzo Ferrigno, magistrato a Genova, condannato in primo grado per abuso d’ufficio; Alberto Cisterna, magistrato della Direzione Nazionale Antimafia, condannato in primo grado per il reato di falso; Maurizio Musco, PM a Siracusa, condannato definitivamente in Cassazione per abuso d’ufficio; Gaetano Maria Amato, giudice in servizio presso la Corte d’Appello di Reggio Calabria, arrestato e condannato dal GUP per produzione e diffusione di materiale pedopornografico; Giorgio Alcioni, giudice a Milano, condannato per concussione; Pino Siciliano, ex Procuratore Aggiunto a Messina, condannato dal Tribunale di Reggio Calabria per tentata concussione; Roberto Staffa, PM a Roma, condannato in primo grado dal Tribunale di Perugia per concussione; Fabio Licata, magistrato della sezione Misure di Prevenzione a Palermo, condannato dal GUP per falso materiale.
Alcune delle suddette vicende si sono concluse in Cassazione, per le altre l’iter giudiziario degli appelli è in corso. Da garantista, mi auguro che in sede processuale emerga una realtà dei fatti che palesi assenza di responsabilità in capo a questi giudici, così da riportare serenità di opinione e rispetto nei confronti di un’istituzione, il cui buon funzionamento è fondamentale per il vivere democratico.
A fronte di pochi colpevoli, sono molti i danneggiati nell’immagine e nel decoro, come spesso accade. Alle toghe citate, se ne potrebbero aggiungere altre e non finiremo mai di stupirci per le tipologie diverse di reati contestati. Ma a questi nomi mi piacerebbe aggiungere le migliaia di giudici, sono 9000, quindi la stragrande maggioranza, che svolgono seriamente e con impegno il loro mestiere, con responsabilità e trasparenza, così da poter continuare a dire con convinzione di essere fiduciosi nell’operato della magistratura.
Quando un imprenditore, un manager, un politico risulta indagato, è pacifico come dichiari di “avere piena fiducia nella magistratura”, quasi un mantra a voler esorcizzare una cattiva giustizia!
Ma oggi si può ancora essere sereni, perché certi di essere giudicati da una giustizia obiettiva, scevra dal coltivare interessi diversi, se non la ricerca della verità dei fatti, senza condizionamenti di ordine politico o, peggio ancora, affaristico? Possiamo dire di essere tutti uguali di fronte alla legge?
Il caso Palamara ha buttato la magistratura nel caos. Deferimento al Collegio dei probiviri dei quattro consiglieri autosospesi e del quinto che si è dimesso. La corrente MI fa quadrato intorno ai colleghi di corrente autosospesi, spingendoli a rientrare nelle funzioni consiliari. Con le loro eventuali dimissioni salterebbero i rapporti di forza all’interno del CSM e potrebbero entrare i giudici Ilaria Pepe e Giuseppe Marra di Autonomia e Indipendenza (corrente di Piercamillo Davigo) e Bruno Giacomo di Area (corrente di sinistra). Proprio Area sottolinea l’esistenza di una questione morale, appellandosi al rigore. Il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede manda gli ispettori e ipotizza l’introduzione del whistle-blowing (spiate anonime) per segnalare, su una piattaforma informatica, casi di irregolarità, malaffare e corruzione all’interno degli uffici giudiziari, che vedrebbero coinvolti magistrati. L’Unione delle Camere Penali denuncia un avvilente spaccato della magistratura e dei suoi meccanismi di governo, sottolineando il formidabile festival dell’ipocrisia nazionale. Altri, rispolverando un vecchio progetto, evocano l’introduzione di un sistema a sorteggio per nominare i membri del CSM. Più o meno come avviene per i revisori legali degli enti locali. E il Ministro della Pubblica Amministrazione, Giulia Bongiorno, lancia l’idea del test psicoattitudinale per accedere alla magistratura, dovendosi accertare dati caratteriali di equilibrio e buon senso.
Come detto, è il caos, ma potrebbe essere finalmente l’occasione per mettere mano a riforme invocate da tempo e da più parti.
Mi rivolgo, quindi, al Vice premier Matteo Salvini, perché capo del partito più votato dagli italiani (1 su 3), di proporre e portare a compimento una profonda riforma della giustizia penale, che interessi separazione delle carriere, rivisitazione sia dell’operatività dell’Ufficio GIP (perché esplichi effettivamente funzioni di controllo), sia dell’obbligatorietà dell’azione penale, una diversa disciplina dell’avviso di garanzia, perché a garanzia solo del danno che procura a chi lo riceve per essere posto alla gogna mediatica e una diversa regolamentazione della prescrizione dei reati, essendo inaccettabile l’ultima prevista con entrata in vigore il 1° gennaio 2020.
Servono strumenti nuovi che diano certezza ai cittadini di avere una giustizia penale equa, una parità di rapporti di forza fra accusa e difesa, una magistratura trasparente e un nuovo CSM non palesemente schierato a tutela di interessi di casta. Se Salvini si facesse portavoce e paladino di queste richieste, che vengono indistintamente da tutti i ceti sociali, si assicurerebbe un consenso elettorale ancora più ampio e soprattutto del tutto trasversale.
Peraltro, nel contratto di Governo si legge: “Il Consiglio Superiore della Magistratura deve operare in maniera quanto più indipendente da influenze politiche di potere interne o esterne. Sarà pertanto opportuno operare una revisione del sistema di elezione, sia per quanto attiene i componenti laici che quelli togati, tale da rimuovere le attuali logiche spartitorie e correntizie in seno all’organo di autogoverno della magistratura”.
Presidente della Repubblica, quale Presidente anche del CSM, tocca a lei adesso dare un segnale forte a tutela di un’istituzione sulla cui credibilità si fonda la democrazia e la fiducia dei cittadini, più che mai smarrita, contribuendo autorevolmente a una riforma sistemica del CSM, delle correnti all’interno dell’ANM e del processo penale.