Le professioni: quali regole e quale futuro?

Una delle maggiori responsabilità da imputarsi alla politica nell’ultimo decennio è, a parer mio, la strategia di intervento sulle professioni, intervento palesemente dettato, in parte, da pregiudizi e stereotipi, in parte, dalla finalità di uniformare la disciplina delle nostre attività professionali a modelli e tradizioni culturali nelle quali tuttavia non sempre riusciamo a riconoscerci.
Mi rendo conto che la mia appartenenza al ceto professionale, a quel ceto che da tempo esprime, peraltro in forme non sempre appropriate, un evidente disagio e incertezza per il futuro, mi espone a facili obiezioni. Nondimeno, proverò ad esporre alcune riflessioni nel modo più distaccato e obiettivo di cui sono capace.
I pregiudizi che hanno ispirato e continuano ad ispirare molte scelte sono sotto gli occhi di tutti. I professionisti, si dice, producono (o, sarebbe meglio dire, producevano) ricchezza eccessiva, con costi pesanti per i consumatori dei loro servizi e, soprattutto, per le imprese. Spesso questa concentrazione di ricchezza, che di per sé appare ingiusta a molti, sarebbe anche frutto di pratiche illecite, soprattutto sul piano fiscale, come evidenzierebbero i dati comuni un po’ a tutto il comparto del lavoro autonomo. Ci troveremmo dunque di fronte ad un fattore di squilibrio sociale sul quale sembrerebbero urgenti interventi correttivi.
I modelli di riferimento, poi, sono quelli propri delle logiche più squisitamente mercantili, quelle stesse logiche che tendono a sminuire la componente intellettuale (quella che in un tempo ormai remoto connotava le cosiddette arti liberali), per enfatizzare gli aspetti organizzativi ed imprenditoriali, con connesse esigenze di applicare alle professioni in larga misura lo statuto dell’impresa.
I risultati, cui la combinazione di questi fattori ha condotto, non sembrano tuttavia in linea con le finalità perseguite. Il dato è che le professioni sono oggi in grande sofferenza e alimentano la sacca del risentimento (quello che si continua acriticamente a definire ‘populismo’) e il cospicuo valore aggiunto da esse prodotto, in un contesto di crisi profonda di altri comparti dell’economia – penso alla crisi del settore manifatturiero –, si sta progressivamente erodendo, contribuendo in maniera decisiva ad aggravare il disagio di quel ‘ceto medio’, le cui incertezze pesano in modo decisivo sull’andamento generale della nostra comunità.
Una prima riflessione: è impensabile che l’opera di chi esercita le professioni intellettuali possa ridursi ad una serie di attività fungibili, sì che risulti indifferente che a renderla sia Tizio piuttosto che Caio. Si tratta, per contro – e la notazione è tanto ovvia nella sua banalità – di prestazioni connotate da imprescindibile componente di fiduciarietà e il dettare regole che, dietro il suggestivo argomento della tutela del fruitore del servizio con gli strumenti della concorrenza, tendano ad imporre meccanismi di scelta fondati prevalentemente su quegli strumenti, rappresenta una inaccettabile mortificazione dell’apporto intellettuale e di esperienza di ciascun professionista.
Ci sono avvocati che le cause le vincono e altri meno capaci, notai che rinvengono soluzioni più ingegnose e medici che hanno con la scienza e con l’umanità un rapporto diverso da altri.
Affermare, ad esempio, con riferimento alla nuova orribile disciplina della responsabilità medica (l’ineffabile ‘Legge Gelli-Bianco), che il medico all’interno della struttura sanitaria debba essere considerato “un anello nella catena di erogazione di un servizio” mi pare vada esattamente nella direzione denunciata di mortificare il ruolo di chi esercita la professione di Ippocrate, sia pure in un contesto che tende apparentemente ad alleggerirne le responsabilità in caso di errore.
Non può sfuggire che il più delle volte la scelta della struttura sanitaria da parte del paziente è orientata in modo decisivo dalla considerazione che in quella struttura, pubblica o privata che sia, operi proprio quel professionista e non altri, sì da non poter essere considerato indifferente, per l’ammalato, affidarsi alle cure di quel medico e non di altri perfino operanti all’interno della stessa struttura.
Analogo ragionamento, mutatis mutandis, è a farsi con riferimento alla scelta dell’avvocato, apparendo, ad esempio, umiliante, sia per il professionista che per il consumatore, che la scelta debba essere vincolata al meccanismo della offerta economicamente più vantaggiosa per il cliente e che non possano entrare in gioco valutazioni relative alla maggiore o minore capacità dell’avvocato, nella prospettiva del conseguimento del risultato più utile.
Senza contare che non è affatto scontato che questo sia il modo più appropriato per assecondare i meccanismi del mercato concorrenziale, giacché, nel contesto ideale, il prezzo dovrebbe essere determinato dalla legge della domanda e dell’offerta e nel caso in discorso la domanda è quella dettata dal bisogno del cliente non certo da quello del professionista. E tra i bisogni del cliente va prima di tutto considerato l’interesse al conseguimento del risultato più utile, non certo l’acquisizione di un servizio purché sia.
Oltretutto, dettare regole generali, modellate sulle presunte esigenze del mercato, presupponendo che le esigenze del mercato siano ovunque e sempre le medesime rappresenta un altro grave elemento di distorsione. Il mercato dei servizi legali, ad esempio, non può essere considerato nello stesso modo con riferimento al ruolo ed ai rapporti affidati alle grandi law firm, rispetto, ad esempio al ruolo e agli interessi affidati all’avvocato della provincia del mezzogiorno d’Italia, il cui tessuto economico non può certo offrire ai professionisti le stesse chances e dove le attività professionali hanno rappresentato, tra l’altro, una sorta di ammortizzatore sociale cui ricorrevano molti giovani, anche capaci, respinti dal mercato del lavoro. Mi pare evidente che se si dettano regole pensando al mercato dei grandi studi internazionali si corre il concreto rischio che quelle regole finiscano col distruggere le già limitate possibilità dell’avvocato di Castrovillari (e non a caso cito Castrovillari, consapevole delle grandi tradizioni culturali di quel Foro). Ma tant’è, in nome del Mercato e della ipocrisia della tutela della concorrenza, ben consci che il rischio che si corre è che in nome di essa la faccia da padrona la regola dettata dal soggetto economicamente più forte.
Sennonché, è agevolmente immaginabile l’obiezione cui paiono prestarsi le considerazioni fin qui svolte: come si può pensare che nell’ambito delle relazioni socio-economiche del Villagio Globale trovino ancora spazio e tutela strutture corporative (questa la più ricorrente accusa rivolta alle professioni) con i connessi privilegi che esse rivendicano?
A nessuno può venire in mente di negare questa elementare e palese realtà e nessuna ragionevolezza avrebbe non voler prendere atto dei profondi mutamenti nelle dinamiche sociali che si sono prodotti negli ultimi decenni.
Ma il punto è proprio questo. Come sono stati gestiti questi mutamenti? L’inadeguatezza di chi ha governato questi fenomeni, dall’apertura della grande crisi finanziaria in poi, mi pare evidente e non si può pretendere di sottrarsi a responsabilità incommensurabili.
Se nel contesto attuale è impensabile difendere l’idea stessa delle corporazioni, i modelli di riferimento, anche in tempi di ‘pensiero unico’, non possono certo prescindere dalla considerazione del valore aggiunto che alle nostre relazioni soltanto la Cultura può recare (e le professioni dovrebbero essere Cultura), nella più piena prospettiva di realizzazione della persona umana.
E qui che si pone, semmai, l’obiezione più seria alle riflessioni fin ad ora svolte: all’impoverimento culturale della nostra Società hanno, ahinoi, contribuito proprio le professioni, con l’intollerabile abbassamento del livello di preparazione dei loro esponenti. Il problema della responsabilità medica, ad esempio, è certamente anche un problema di inadeguatezza di molti sanitari, sì che l’attacco di cui stiamo discorrendo è reso più semplice dalla stessa incapacità dei difendenti.
Di qui una serie di ulteriori considerazioni che la sede non consente di sviluppare. Mi limito, per concludere, ad accennarne una, che poi è quella che costituisce lo sfondo generale di contesto del nostro Paese: senza che si ponga in essere il massimo sforzo, anche finanziario, per investire nella formazione dei giovani non può esserci futuro per nessun settore della nostra esperienza sociale.
Solo la conoscenza può contribuire a migliorare una situazione al limite della irrecuperabilità. Ma, guardiamoci intorno; a chi possiamo rivolgere questo appello?