Dopo il secolo americano

Negli ultimi cento anni, gli Stati Uniti hanno coltivato un’immagine di sé come dispensatore di democrazia in tutto il pianeta, spesso presentandosi come liberatore dalle forze dell’oppressione e dell’ingiustizia. Iraq e Afghanistan sono esempi recenti di come l’applicazione con metodi militari di tale convincimento abbia trasformato la storia dei suddetti paesi (e non solo). Gli Stati Uniti attualmente mantengono 800 basi militari in aree considerate di interesse strategico. Alcuni sostengono che tale capillare presenza militare sia determinata dalla responsabilità americana di proteggere democrazia e libertà; altri sospettano che l’interesse primario sia l’estensione di influenza e potere; altri ancora ritengono che il secondo obiettivo sia in realtà una funzione del primo.
Nelle parole degli strateghi del Pentagono, l’ordine internazionale ed il futuro della democrazia e del capitalismo liberale dipendono dall’estensione dell’influenza americana nel mondo. Tradizionalmente gli imperi hanno consolidato il proprio potere con l’acquisizione ed il controllo di nuovi territori. Gli Stati Uniti hanno compreso l’inevitabilità del processo di decolonizzazione progressiva, sempre più evidente a partire dal periodo successivo alla fine della seconda guerra mondiale. Hanno quindi deciso di definire una diversa dottrina: la costruzione di miriadi di basi nei quattro continenti, per proiettare la propria potenza militare evitando le rischiose responsabilità di una diretta annessione territoriale. Da tali basi sono state lanciate o sostenute guerre che hanno ridefinito ordini nazionali, provocato un imprecisabile numero di morti e soprattutto protetto un sistema capitalista che ha principalmente beneficiato le classi abbienti, minacciando ogni potere indisponibile ad essere parte di tale strategia. A posteriori tali conflitti si sono dimostrati spesso evitabili, talvolta superflui, quasi sempre onerose distrazioni rispetto alle reali, grandi sfide globali; soprattutto, hanno lasciato tristi eredità di longeve inquietudini politiche e divisioni sociali. In ultima analisi, tali guerre di scelta, hanno sempre assolto alla loro funzione primaria di tutela e consolidamento della egemonia politico-finanziaria americana.  
Alla fine del ventesimo secolo, gli Stati Uniti, nazione sorta dal turbine di una delle prime rivoluzioni anticoloniali, celebrò il completamento della sua paradossale metamorfosi nell’ ultima, incontrastata potenza egemonica mondiale.  
Nello stesso tempo, due eventi cominciavano a trasformare il ruolo americano nel mondo. Il primo era l’ascesa della Cina come potenza economico-militare, che per la prima volta metteva apertamente in discussione la supremazia globale statunitense. La Cina oggi dispone delle forze armate più numerose al mondo ed in una generazione l’economia cinese potrebbe superare quella americana per la metà del secolo corrente. La Banca Asiatica per gli Investimenti nelle Infrastrutture (AIIB) e la Nuova Banca per lo Sviluppo (NDB), entrambi istituzioni finanziarie multilaterali volute dalla leadership cinese e sostenute vigorosamente dai paesi in via di sviluppo (G77 e BRICCS in particolare), offrono oggi un’alternativa concreta ai paesi del Sud, che hanno raramente mostrato sentimenti amichevoli verso istituzioni multilaterali più tradizionali come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale.  
Il secondo evento è stato determinato dalla elezione di Donald Trump come Presidente degli Stati Uniti ed il consolidamento del suo controllo sul partito repubblicano, ora in larga parte rimodellato a sua immagine. La conseguenza primaria di tale elezione (con il rischio che venga rieletto nel 2024), è che la leadership globale degli Stati Uniti non sia più considerata di interesse americano vitale. Invece che riaffermare l’inviolabilità dei valori della democrazia liberale e del suo sistema economico capitalista, Trump considera le relazioni internazionali come un qualsiasi affarista che tenti di ottenere il massimo da ogni relazione internazionale, concedendo il minimo. La sua retorica bellicosa ha promosso il ritiro americano da alcuni tra i principali trattati e organismi internazionali, dimostrando che il mondo non può più assumere che gli Stati Uniti siano ancora dedicati a difendere lo status quo internazionale.
Saremo costretti ad affrontare le conseguenze della rivalità nella competizione tra due superpotenze, oppure siamo all’alba di una nuova era di collaborazioni e una diversa configurazione dell’ordine mondiale? In realtà è bene sottolineare che il declino dell’egemonia americana non sarà certo un processo improvviso o uniforme.  Soprattutto, nessuno può oggi garantire che un nuovo ordine mondiale sarà necessariamente più stabile o più giusto di quello attuale. Anzi.
Fondamentalmente, oggi la classe politica americana è divisa in due scuole di pensiero: la prima protegge lo status quo, asserendo la necessità che gli Stati Uniti continuino a difendere e possibilmente rafforzare la propria posizione di supremazia militare globale; la seconda ritiene invece indispensabile una ridefinizione radicale dell’attuale dottrina militarista verso una strategia che prediliga una visione più moderna, guidata da un diverso dialogo diplomatico e da un modello di genuina partnership, piuttosto che dal dominio della deterrenza militare. Il risultato della contrapposizione delle due diverse visioni determinerà se gli Stati Uniti continueranno a guidare una politica estera atavistica, o se l’America rifletterà con sincera introspezione sulla storia delle ultime decadi e sarà finalmente capace di affrontare le complesse sfide del XXI secolo con una nuova, grande visione internazionalista.

Paolo Lembo

docente presso L'Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica di Milano e presso l’Istituto Sciences Po di Parigi, già capo missione per l’ONU e Direttore Generale WGEO

Registrato al Tribunale di Roma il 19/09/2018, n. 155
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