Una missione sociale, da giuristi: l’ECRI e i diritti umani

L’emergenza bellica, con la contemporanea presenza di due conflitti che, seppure in modo diverso, toccano il cuore dell’Europa, ha acuito la riemersione di episodi di intolleranza verso persone la cui “colpa” è soltanto quella di appartenere a comunità in qualche modo collegate con i soggetti belligeranti. Si tratta – con particolare riferimento ad episodi antisemiti – di un atteggiamento di profonda ignoranza che, non ha tratto alcun insegnamento dall’immane tragedia dell’Olocausto. Di questa situazione, ma anche di altre – come l’islamofobia, le condizioni delle comunità Rom e l’intolleranza verso i cattolici in Irlanda del Nord – si è parlato nell’Assemblea della European Commission against Racism and Intolerance del Consiglio d’Europa (ECRI), di cui sono onorato di far parte e che si è tenuta a Strasburgo dal 4 all’8 dicembre. Si tratta di un organismo, composto da esperti indipendenti, in prevalenza giuristi – uno per ciascuno dei 46 Stati membri – che monitora i fenomeni di razzismo, xenofobia, antisemitismo, intolleranza e discriminazione ed esprime giudizi sulla legislazione, le politiche e le misure antidiscriminatorie e formula raccomandazioni per specifici interventi, anche normativi, rivolte ai Paesi appartenenti al Consiglio d’Europa.
È di assoluta importanza per la tenuta della coesione sociale ed economica dell’Europa, e dei Paesi che la compongono, che esperti e legali discutano e segnalino comportamenti, best practices e azioni in grado di tutelare pienamente i diritti umani di fasce di popolazione che convivono in un territorio complessivo di quasi ottocento milioni di abitanti. Il Consiglio d’Europa, che li rappresenta quasi tutti – l’adesione della Russia è sospesa – proprio perché segna confini geografici ben più estesi dell’Unione Europea, evidenzia al suo interno, inesorabilmente, maggiori distanze di quante non ce siano nell’Europa “stretta” dei 27 membri della Commissione europea.
La costante e progressiva condivisione di punti in comune, che non possono che ancorarsi ai diritti fondamentali di ciascun individuo, sono passi decisivi per centrare l’obiettivo di rafforzare un processo di unione e di reciproca integrazione che converga definitivamente nell’adesione di altri Stati europei all’UE, unico spazio continentale dove non si registrano guerre da quasi ottant’anni – il più lungo periodo di pace tra i Paesi che vi appartengono.
Prima ancora di parlare di mercato, di diritti economici e commerciali, occorre riavvicinare i Paesi sull’ethos del popolo, sui punti cardinali indicati dai valori e i principi sottostanti ai diritti inviolabili della persona, fondamenta per una pacifica convivenza comunitaria e, soprattutto, collaudato viatico per l’uso della diplomazia al posto delle armi.
Non sfugge a nessuno che il Consiglio d’Europa, quando è nato, nel 1949, veniva da una storia recente di aberrazioni e già nelle nuove Carte costituzionali degli Stati membri si era consolidata l’esigenza di contrastare le discriminazioni. Ora, a distanza di oltre settant’anni, i testimoni oculari di tante crudeltà stanno scomparendo e diventa esiziale, soprattutto agli occhi delle nuove generazioni, tenere alta la guardia e verificare i comportamenti, le omissioni normative, le cattive pratiche che contrastano con i diritti soggettivi delle minoranze e di quella parte della popolazione esposta a possibili discriminazioni. I giuristi e gli esperti europei dell’ECRI svolgono così una profonda azione di cultura giuridico-sociale rivolta agli attori istituzionali, richiamandoli al pieno recupero del parametro universale e costituzionale della dignità di ogni essere umano per scongiurare quell’indifferenza collettiva che, davanti a comportamenti e atti d’intolleranza, diventa complice silenziosa di abusi e violenze. Il rispetto del principio legale della centralità della persona comincia all’interno della comunità nella quale si vive, il cui livello di progresso si misura da come – anche con lo strumento del diritto – viene protetta e promossa la dignità dei soggetti socialmente più deboli.
Un tema di cui si è anche discusso riguarda l’impegno dei legislatori europei a contrastare i discorsi d’odio e il proselitismo intollerante sui social e nelle piattaforme digitali dove l’anonimato talvolta induce a dare il peggio di sé, specie tra i più giovani. Tanti, troppi diritti fondamentali vengono conculcati colpendo in modo esiziale i gruppi sociali più deboli e indifesi. Lo dimostrano i fatti di cronaca. La cultura e il rispetto dell’inviolabilità dei diritti umani nasce sui banchi di scuola, cresce in famiglia e si confronta con una comunicazione massiva e prepotente che attraversa i media con messaggi stereotipati ed edonistici. Ma si può discriminare anche impedendo la fruizione dei servizi essenziali alla persona; è un capitolo dolorosissimo che riguarda l’approvvigionamento diffuso delle risorse idriche ed energetiche e, sempre più nel nostro Paese, l’accesso alla sanità da parte delle fasce svantaggiate della popolazione.
L’Italia può fare la sua parte, con coraggio e consapevolezza, memore dell’unicità delle sue radici giuridiche plurimillenarie, che hanno segnato nel bene e nel male la storia dell’umanità e che oggi responsabilizzano tutti e in special modo i cultori del diritto a non dimenticare il drammatico campionario di errori, anche da parte del legislatore, proprio nell’ambito cruciale delle discriminazioni e dell’intolleranza.