Tutti contro tutti nel referendum per il taglio del numero dei parlamentari

Come ampiamente noto, il 20 e 21 settembre 2020 gli italiani saranno chiamati a votare sulla modifica di tre articoli della Costituzione, ovvero, sulla riduzione del numero dei parlamentari, in uno scenario che vede il passaggio referendario caratterizzato dalla contraddizione e dall’incoerenza dei maggiori partiti politici.
Muovendo dalla coalizione di governo, il PD è ufficialmente per il SÌ, ma tanti suoi esponenti come Arturo Parisi, Rosy Bindi, Giuseppe Fioroni, Laura Boldrini, Gianni Cuperlo, Matteo Orfini, finanche Romano Prodi e Luigi Zanda si sono già espressi in favore del NO.
Sono per il SÌ i Cinque Stelle, ma con diversi parlamentari apertamente posizionati sul NO, come Andrea Coletti, Andrea Vallascas, Elisa Siragusa, Mara Lapia, Matteo Mantero. Lo stesso Luigi Di Maio ha mutato argomentazioni nel sostenere il SÌ, passando da quelle (deboli) di opportunità “tecnica” come il risparmio su rimborsi e indennità, l’adeguamento del numero dei parlamentari rispetto ad altre democrazie europee, la facilitazione nell’ottenere una nuova legge elettorale, ovvero la maggiore snellezza dell’iter parlamentare di approvazione delle leggi, a quelle politiche, sottolineando la vittoria del SÌ come un successo dei 5 Stelle, alla luce del programma di riforme lanciato e strappato al PD, come se questa fosse la madre di tutte le riforme.
I LEU si schierano per il SÌ, ma Pietro Grasso, Rossella Murani e Paolo Cento voteranno NO.
Passando ai partiti all’opposizione, anche la Lega è ufficialmente per il SÌ, ma calibri da novanta come Giancarlo Giorgetti, Attilio Fontana, Armando Siri, Gianmarco Centinaio e Claudio Borghi sono per il NO.
Pure Fratelli d’Italia è per il SÌ, ma Giorgia Meloni sottolinea come nessuno dei suoi senatori sia stato tra i 71 firmatari per la richiesta del referendum.
Infine, Italia Viva e Forza Italia lasciano libertà di voto ai propri elettori. Ma Matteo Renzi non era il promotore del referendum del 2016 (bocciato) con il quale si voleva superare il bicameralismo partitario e già ridurre il numero dei parlamentari? E comunque anche in Forza Italia c’è chi è apertamente per il SÌ come Mariastella Gelmini e chi per il NO come Renato Brunetta, Simone Baldelli, Osvaldo Napoli e Andrea Cangini.
Tutti contro tutti, in ordine sparso dentro e fuori i partiti, per significare, in primis, il vulnus e la vergogna di come una riforma importante della carta costituzionale, che dovrebbe essere ampiamente condivisa dalle forze politiche, in realtà non lo sia.
I partiti sono formalmente schierati per il SÌ, atteso anche il parziale distinguo di Forza Italia e Italia Viva, e ciò unicamente per populismo, demagogia e nella considerazione che la probabile vittoria del SÌ non andrebbe in tal modo ad appannaggio di nessuno, anche se i 5 Stelle sono pronti a mettersi la medaglietta da primi della classe.
I politici fanno il gioco delle parti, apparentemente coerenti nel condividere le posizioni ufficiali dei propri partiti, risultano di fatto dissociarsi, lasciando campo aperto agli elettori nel dirazzare dagli input delle segreterie.
L’ipocrisia che emerge è sconcertante. Tutti sono consapevoli di quanto sia strumentale questo referendum che porta a risparmi irrisori, crisi di rappresentanza, assoluto potere in capo ai segretari di partito.
Ancora una brutta figura di una classe politica poco affidabile, che della sopravvivenza fa mestiere e la propria ragion d’essere.
E le recenti esternazioni di Saviano e Travaglio sul PD e il referendum, del tutto deprecabili nei toni, ma fondate nella sostanza, altro non sono che l’ennesimo spaccato del degrado e della delegittimazione del nostro ceto politico.
Vincerà il SÌ o il NO, poco importa, poiché nulla cambierà a livello di tenuta del governo, che resterà in carica fino al termine della legislatura, finanche se la partita delle concomitanti elezioni regionali dovesse finire 5 a 2, 6 a 1, o con altro risultato.
Purtroppo la gestione del potere viene prima di tutto, anche prima degli interessi del Paese e del bene comune.
Il timore (fondato) è che saranno sempre le segreterie dei partiti con i listini bloccati, o altri tecnicismi a scegliere chi candidare a danno di una democrazia sempre più mutilata.
Una cosa però è certa: se al referendum costituzionale dovesse vincere il SÌ, com’è probabile che sia, noti i sondaggi, i 5 Stelle rivendicherebbero il risultato e cercherebbero un rilancio dei consensi in calo; se invece dovesse vincere il NO, i 5 Stelle potrebbero implodere con seri problemi di leadership interna.
Se, quindi, si volesse misurare il risultato del voto referendario a livello politico/partitico come una manifestazione di consenso o meno per i 5 Stelle, gli elettori avrebbero un significativo tema di riflessione in più per votare SÌ, oppure NO.