Riflessioni sul futuro dell’Europa*

Le parole pronunciate dal Papa il giorno di Pasqua prima di impartire la benedizione “Urbi et Orbi” hanno avuto vasta eco in tutto il mondo, confermando, se ancora ce ne fosse stato bisogno, la statura etica del Pontefice, in un mondo in cui i capi politici di tutti gli Stati stentano a tracciare una via per il futuro dell’umanità.
Tra i tanti passaggi e richiami (alla tutela dei più poveri, all’allentamento delle sanzioni internazionali per alleviare il peso delle stesse sulle popolazioni, a fare cessare le guerre, alla tutela dei migranti) intendo soffermarmi su quello che in qualche modo è il più “politico” e legato al dibattito di questi giorni: “Oggi l’Unione Europea ha di fronte a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero. Non si perda l’occasione di dare ulteriore prova di solidarietà, anche ricorrendo a soluzioni innovative. L’alternativa è solo l’egoismo degli interessi particolari e la tentazione di un ritorno al passato, con il rischio di mettere a dura prova la convivenza pacifica e lo sviluppo delle prossime generazioni.”
Molto si discute in Europa circa gli strumenti per finanziare l’immane costo che la pandemia ha provocato e provocherà. La stessa quantificazione di tale costo è soggetta a diverse stime e previsioni, ma certamente si tratta di cifre mai viste prima. In particolare, si assiste da settimane a un dibattito / scontro tra gli “Stati del Nord”, capeggiati dai Paesi Bassi e “quelli del Sud” alla cui testa si è messa l’Italia. Quest’ultima rivendica la necessità di una mutualizzazione di parte del nuovo debito dei diversi Stati, attraverso l’emissione dei così detti “Eurobond”. Mentre scrivo tale proposta è stata respinta dal “fronte del Nord” il cui esponente di maggior peso è, ovviamente la Germania. Senza volere entrare nei meccanismi tecnici con cui dare attuazione a questa soluzione, che, tra l’altro, è stata da alcuni autorevolissimi economisti valutata non conveniente per il nostro stesso Paese, ritengo che essa possa essere davvero una soluzione a vantaggio di tutti i cittadini europei e non solo. Vediamo perché.
Il progetto che ha portato alla costituzione dell’Unione Europea è essenzialmente politico. Si è voluto, attraverso una serie di trattati economici – da quello della CECA, a quelli di Roma, Maastricht e Lisbona – creare un soggetto che fosse più forte dei singoli Stati. Tale progetto è stato concepito da leader lungimiranti nell’immediato dopoguerra, quali Adenauer, Shuman e De Gasperi e poi portato avanti da Capi di Stato e di Governo che, pur appartenendo a una generazione successiva, avevano ancora viva nella loro memoria e formazione la tragedia della seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti hanno appoggiato questo disegno con convinzione nella sua prima fase, perché era visto come un baluardo eretto a protezione dell’occidente di fronte alla minaccia sovietica. Nel tempo, tale appoggio è però venuto attenuandosi, fino alla vera e propria ostilità mostrata nei confronti dell’Europa e in particolare della Germania da parte dell’amministrazione Trump.
Se tale ricostruzione storica è valida, pur nella sua schematicità che tralascia i tanti errori e contrasti che ci sono stati lungo il cammino, ecco allora che si apre una grande opportunità / responsabilità per gli Stati europei e in particolare per il Paese più forte economicamente (e non solo), ovvero la Germania.
La creazione di strumenti di debito comune dovrebbe essere accettata, ma direi, guidata dalla Germania, non sulla base di calcoli ragionieristici (è evidente infatti che alla Germania la mutualizzazione del debito non convenga, perché si può finanziare a tassi bassissimi senza dover ricorrere a uno strumento garantito dagli altri Stati), né del principio della solidarietà, bensì sulla base del fatto che tale strumento rappresenterebbe un importantissimo passo nella costruzione di un’Unione Europea quale soggetto politico internazionale capace di ergersi a baluardo di quei valori che ne costituiscono la ragione d’essere: libertà personale, di opinione e di informazione, rifiuto di qualsiasi forma di discriminazione su base etnica, di genere o credo religioso, uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, separazione dei poteri, “rule of law”, rifiuto della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Certamente non sarebbe sufficiente la creazione degli eurobond a fare dell’Unione Europea un soggetto politico compiuto e tante sono le ulteriori riforme che sarebbero necessarie, prima tra tutte quelle di un bilancio federale robusto e la devoluzione di sovranità nella politica estera e di difesa.
Sarebbe quindi necessario rivedere i trattati, processo che sappiamo essere lungo, tortuoso e dagli esiti incerti e che richiede innanzitutto un’opera di promozione delle riforme proposte presso le opinioni pubbliche dei singoli Paesi. Molto dipende dalle riforme proposte e dalla capacità di spiegarle e condividerle con i cittadini dei diversi Stati.
Se, ad esempio, si prefigurasse l’elezione del Presidente della Commissione a suffragio universale, questa godrebbe di maggiore legittimità democratica e, per la forza dei numeri dei votanti, i cittadini degli stati più popolosi (Germania e Francia) avrebbero maggiori probabilità di vedere eletto il rappresentante di un loro Paese, piuttosto che quello scelto dai Governi sulla base di una spesso non edificante trattativa tra governi. E ancora, si potrebbe proporre un ulteriore rafforzamento delle decisioni che possano essere prese a maggioranza sulla base del peso dei singoli Stati e il restringimento del diritto di veto, rispetto a quanto non già previsto dal Trattato di Lisbona.
Né si può nascondere come un altro elemento che di fatto rende un tale percorso irto di ostacoli sia rappresentato dalla oggettiva non adesione ai valori fondanti l’Unione Europea sopra richiamati, che molti Stati dell’Est stanno dimostrando, Ungheria e Polonia in primis. D’altronde questi stessi Stati sono i primi beneficiari dei fondi strutturali europei e i più esposti alle minacce internazionali che vengono dall’Est e potrebbero aderire al progetto di riforma, se non per convinzione, per convenienza.
Per questo ritengo che un’accelerazione sulla mutualizzazione del debito possa rappresentare un primo passo importante. In termini molto grezzi, dovrebbe essere la Germania a indicare il meccanismo più adatto per la condivisione del debito, nonché a proporre un tetto a tale strumento, a patto che l’importo non sia palesemente insufficiente rispetto alle dimensioni della sfida.
L’Italia, da parte sua, dovrebbe avviare un serio programma di riforme, non in quanto “ce lo impone l’Europa”, ma perché lo richiedono le circostanze oggettive. L’elenco delle cose da fare è assai lungo e noto: dalla qualificazione della spesa pubblica, al consolidamento del sistema produttivo con l’incentivazione della crescita delle micro imprese che oggi dimostrano tutta la loro fragilità, alla digitalizzazione del Paese, alla vera semplificazione amministrativa e del sistema fiscale, alla spesa in ricerca e sviluppo e nell’istruzione, a una politica dell’immigrazione che parta dalla constatazione che gli immigrati sono essenziali per il funzionamento della nostra economia, come la crisi della pandemia ha mostrato, uscendo dalla retorica dell’”invasione”.
In particolare, riuscire a dimostrare la nostra seria volontà di sconfiggere le mille forme di illegalità, dall’evasione fiscale alla commistione tra politica, spesa pubblica e criminalità organizzata, potrebbe convincere gli olandesi (presi come prototipi degli “egoismi del Nord”) che la mutualizzazione del debito non finirebbe per alimentare i “vizi dei Paesi del Sud”. Se l’Italia sarà capace in modo convincente e non a parole di incamminarsi su questo sentiero, potrà con maggiore credibilità chiedere che vengano corrette quelle distorsioni del mercato interno rappresentate dai regimi fiscali di Olanda, Irlanda e Lussemburgo, o dagli aiuti concessi dai Land tedeschi alle banche locali.
In conclusione, se la Germania si ponesse a guida del percorso sopra abbozzato di costruzione di un’Unione Europea soggetto politico, fondata sui valori sopra richiamati ne ricaverebbe vantaggi per sé, in virtù del proprio ruolo di guida, innanzitutto ideale, aiutando i Paesi tradizionalmente più fragili a superare le loro storiche debolezze, sia economiche che istituzionali.
Uno scenario di questo genere, con un’Unione Europea forte a “guida tedesca” d’altronde, non sembra gradito né a Trump, che non a caso ha annunciato aiuti economici e sanitari all’Italia nel momento della massima contrapposizione tra il nostro Paese e la Germania sugli Eurobond, né alla Russia di Putin che non vuole alcun argine alle sue mire espansionistiche in quello che un tempo era il suo impero europeo, né alla Cina e al suo progetto di “nuova via della seta” con le acquisizioni di aziende europee nel momento in cui queste versano in condizioni di grande difficoltà.
Il percorso è stretto e difficile, ma il momento di agire è ora, sia perché le circostanze lo richiedono, sia per sfruttare al meglio la “finestra di opportunità” rappresentata dalla decisione della Banca Centrale Europea di lanciare il Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) a sostegno dei titoli emessi da Stati ed aziende dell’Unione, di fatto una monetarizzazione temporanea del debito.
Oggi la classe politica europea ha l’opportunità di essere all’altezza degli statisti che, nel dopoguerra, hanno posto le basi per un progetto politico ambizioso che ponesse fine alle guerre ed accrescesse il benessere dei suoi cittadini. Se ciò non accadrà, non solo ci attende un futuro ancora più difficile di quanto già non sia, ma l’Europa avrà definitivamente perso la sua anima, come ha più volte ricordato Papa Francesco in passato.

____________
(*) Le considerazioni espresse dall’autore sono a titolo personale e non impegnano il CASMEF, né la Santa Sede.