Regionalismo, unificazione economica e futuro dell’Italia

L’autonomia asimmetrica, ovvero il cosiddetto “regionalismo differenziato”, è un lascito che va gestito dal nuovo esecutivo appena insediatosi in modo chiaro e con l’obiettivo di dipanare il groviglio di un atto, fortunatamente incompiuto nelle modalità finora proposte. Infatti, gli schemi di intesa elaborati dalle tre Regioni proponenti (Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna) e dal Governo precedente presentavano aspetti assai preoccupanti, che avrebbero aumentato la distanza tra le aree più deboli e quelle più forti del Paese, avviato un meccanismo di progressivo sgretolamento delle istituzioni nazionali, aumentato i livelli di conflitto e di appesantimento burocratico, anziché semplificare e rendere più efficiente la pubblica amministrazione al Nord come al Sud. Tuttavia, non si trattava e non si tratta di lanciare allarmi su una presupposta “secessione dei ricchi”, che tenderebbe a far rinchiudere il Sud al suo interno e a dare voce a quegli orientamenti puramente rivendicazionisti, che già in altre epoche hanno sostenuto l’idea di un “Mezzogiorno all’opposizione”. Il tema vero, di fronte a un tentativo di accaparramento di risorse, poteri e competenze da parte di alcune Regioni, smembrando molte materie di primaria importanza per le istituzioni nazionali – va, nondimeno, riconosciuto all’Emilia-Romagna di essersi richiamata ai principi fondativi dell’Unità italiana –, è quello di comprendere la necessità dell’apporto di tutte le parti del Paese per l’affermazione delle sue capacità di crescita e di competizione e di individuare la reciprocità di interessi tra il Nord e il Sud, come l’unico modo per tornare a esaltare i diversi ruoli e caratteristiche delle aree territoriali in un quadro sistemico.
L’intervento straordinario e la riforma agraria hanno cercato di porre riparo a quel limite di fondo della storia nazionale, che Pasquale Saraceno aveva definito la “mancata unificazione economica italiana”. Con la Cassa per il Mezzogiorno, nel suo primo ventennio di attività, si riuscì a raggiungere una doppia convergenza tra il Nord e il Sud e tra l’Italia e i Paesi europei più avanzati, perché si erano contemperate le concrete esigenze dell’industria automobilistica ed elettromeccanica del Nord con quelle della creazione di un mercato e dell’avvio di una diffusa industrializzazione nel Sud, imperniata sui comparti di base. In questo modo, si contribuì in maniera sostanziale al “miracolo economico” italiano, allo sviluppo dell’industria meridionale e al graduale inserimento del nostro Paese nel novero delle principali economie mondiali, grazie alla consistenza della sua base produttiva e alla sua capacità di esportazione e internazionalizzazione, ma soprattutto grazie al riconoscimento della vicendevole essenzialità e possibilità di interazione tra le due parti fondamentali dell’Italia. In questo modello, la diversificazione settoriale degli impianti industriali e la diversità di natura e dimensioni delle imprese tra Nord e Sud fecero da collante per favorire una crescita più equilibrata, che vedeva nel “keynesismo dell’offerta” e nell’ampliamento degli sbocchi di mercato nazionali – in particolare nel Mezzogiorno – ed esteri i suoi punti di riferimento preminenti. In quegli stessi anni, negli Stati Uniti si affermava una spinta fondata sul federalismo e sull’equità fiscale, a opera dell’economista James M. Buchanan (divenuto Premio Nobel nel 1986 per il suo lavoro sulla “Teoria della scelta pubblica”), che nel 1950 aveva introdotto il concetto di “residuo fiscale”, per la prima volta, non tanto per sostenere un ulteriore isolato sviluppo delle aree più feconde e produttive, quanto a fini redistributivi, per promuovere uno spostamento di risorse dai territori più prosperi a quelli meno dotati economicamente, facendo sì che l’iniziativa pubblica assicurasse, in base a un principio di equità orizzontale, parità di condizioni a tutti i cittadini. Solo in questo quadro di omogeneità, integrazione e pari opportunità, quel Paese è riuscito a creare la struttura necessaria per imporsi come potenza mondiale per tutta la seconda metà del Novecento.
Il richiamo alla storia non è rituale, in questo caso, ma serve a intendere con maggiore nitidezza quali siano i compiti di questa nuova fase di governo, quando occorre dirimere la questione del regionalismo differenziato. Innanzitutto, una risposta speculare, di tipo “sudista”, a quell’idea di privilegio e chiusura nell’ambito di alcuni territori settentrionali, sarebbe esiziale per il Mezzogiorno e per il Paese. Come è indicato anche dalle vicende passate del Sud, la possibilità di realizzare un sistema delle autonomie giusto, responsabile e cooperativo può inverarsi unicamente se si accorciano le distanze, anche culturali e di mutuo riconoscimento, tra le due parti dell’Italia e se i meridionali, in primo luogo, rifuggendo da ogni forma di ripiegamento assistenziale, si mostrano pronti a misurarsi con i problemi che ancora li affliggono e a dare prova di operosità ed efficienza, puntando a uno sviluppo produttivo e innovativo dei propri territori. In questo contesto, il Governo dovrebbe riscrivere insieme a tutte le Regioni i testi finora predisposti, trovando la sede per un confronto aperto, al di fuori delle segrete stanze degli incontri a livello bilaterale. La Conferenza delle Regioni e le Commissioni parlamentari sembrano essere i luoghi istituzionalmente più confacenti, ove trasferire e far vivere una discussione così impegnativa.
Inoltre, se si vuole veramente perseguire l’obiettivo di una maggiore democrazia e di una più forte efficienza delle amministrazioni, occorre coinvolgere Regioni ed Enti Locali, oltre che le principali forze sociali del Paese, per inaugurare una nuova stagione delle autonomie, in grado di esprimere la forza dell’unità e della partecipazione, della collaborazione e della competizione nell’unico quadro che può rendere sempre più forte il nostro Stato. La velleità di qualche Regione di muoversi da sola è un errore per i suoi stessi abitanti. Come dimostrano tutte le graduatorie europee in termini di competitività territoriale, anche le aree del Nord si trovano in posizioni del tutto marginali e non hanno alcuna speranza accentuando il proprio isolamento. Inoltre, in un mondo sempre più intrecciato, seppure in una globalizzazione ad arcipelago, solo aree geografiche e complessi sociali e produttivi solidi, estesi e integrati possono farsi largo e non soccombere sotto i colpi della concorrenza economica. Per queste ragioni è del tutto auspicabile che si riprendano con il piede giusto anche i contenuti del regionalismo. Innanzitutto, vanno definiti i fabbisogni standard e i livelli essenziali delle prestazioni (LEP), previsti per legge, che possono far cessare l’ignominia della spesa storica nella ripartizione delle risorse pubbliche e indurre tutti gli Enti territoriali a ragionare in termini di costi uniformi e di efficienza, oltre che di omogeneità, dei servizi forniti dalle amministrazioni pubbliche in tutte le loro forme. Inoltre, nel mentre si vaglia l’attribuzione di nuove competenze alle Regioni, all’interno delle funzioni che è ragionevole abbia un ente di programmazione e non di gestione, è indispensabile costituire il fondo di perequazione, che deve servire a fare quello che Buchanan proponeva negli anni Cinquanta, determinando condizioni di eguaglianza per tutti i cittadini, e che è una parte fondamentale della nostra Costituzione, certamente non meno rilevante della concessione di autonomia.
Il disegno regionalista è di notevole valore per il nostro Paese e non può continuare a essere tema di acceso scontro o di inerte attesa. Proprio per questo, va affrontato coraggiosamente e in tutti i suoi aspetti, anche attraverso un ripensamento di fondo dell’esperienza delle Regioni. Si può, con equilibrio e intelligenza, trovare la strada per istruire e approvare provvedimenti che servano a rafforzare le autonomie e il loro ruolo, ben saldo nel contesto nazionale e unitario, attuando la Costituzione; si può operare una profonda riforma delle amministrazioni pubbliche, per semplificare le procedure e accelerare le scelte, facendole diventare un supporto e non un ingombro per i cittadini e le imprese; si possono incrementare i livelli di efficienza e di produttività delle istituzioni, potenziando le strategie e gli strumenti di iniziativa pubblica. Tuttavia, si deve anche avviare una riflessione impegnativa sul futuro del regionalismo, senza demonizzare l’eventualità di un maggiore coordinamento, di una diversa organizzazione e di una presenza più incisiva di queste istituzioni nel corpo dei territori e della nazione, senza per forza essere condannati a restare perennemente in bilico tra centralismo burocratico e frammentazione assistenziale e particolaristica. L’Italia è un grande Paese e può tornare a esserlo pienamente.