Referendum e legge elettorale. Ennesimo pasticcio

Ancora una volta un passaggio fondamentale della nostra Costituzione viene piegato e involgarito alle ragioni di una fase politica, che fatica a trovare una prospettiva duratura e stabile.
La riduzione dei parlamentari, il cui percorso legislativo inizia con il governo Salvini-Di Maio, arriva al suo traguardo finale per via di un ricatto politico del M5S al Pd come condizione per far nascere il Conte 2.
Nel testo di quell’accordo per cercare di bilanciarne gli effetti distorsivi della democrazia e della rappresentanza viene inserita la necessità di approvare una legge elettorale proporzionale e di modificare i regolamenti di Camera e Senato.
Per un anno non si fa alcun passo in questa direzione e solo negli ultimi giorni si arriva all’approvazione di un testo base, che addirittura peggiora i risultati pericolosi della riduzione dei parlamentari.
Verrebbe da dire “dalla padella alla brace” della democrazia.
Infatti, quel testo base approvato dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera contiene sbarramento al 5% e liste bloccate e senza preferenze.
In poche parole, si taglia ulteriormente la rappresentanza, si concentra il potere di nomina degli eletti ai capi di 4, massimo 5 partiti, si riduce il ruolo di legislatore alle Camere come anticamera del superamento del bicameralismo.
Siamo di fronte ad un vero e proprio cambio formale della democrazia costituzionale, che adegua la forma giuridica a quel cambio sostanziale già in atto da almeno 20 anni e che nell’emergenza Covid 19 ha avuto la sua definitiva accelerazione (vedi l’uso improprio del Dpcm come surrogato delle diverse forme di produzione di atti legislativi).
Da queste considerazioni proprio sulla legge elettorale in itinere nasce la ragione a mio avviso più forte e motivata al voto contrario da esprimere il 20 e 21 settembre sulla riforma costituzionale di riduzione del numero dei parlamentari.
Proprio il combinato disposto tra questa riduzione e la nuova legge elettorale rischia di chiudere con uno stravolgimento definitivo della democrazia liberalsociale la lunga fase di transizione istituzionale che caratterizza il nostro Paese.
Proprio per questo appare del tutto irragionevole, anche nel campo del centrosinistra e quindi del Pd, chi si ostina a non vedere questo rischio e anzi si prepara ad assecondarlo.