PMI italiane: indizi gravi, precisi e concordanti di una ripresa, anche grazie al Moltiplicatore Emozionale di Crescita (MEC)

A ben vedere gli indizi che mostrano una ripresa italiana stabile e non “di rimbalzo” iniziano ad essere, come nelle aule di giustizia, gravi, precisi e concordanti e quindi tendono gradualmente a trasformarsi in prove di una ripresa dalle connotazioni strutturali. “Gravi” (nel senso di ponderosi), in quanto ormai le previsioni di crescita dell’Italia per il 2021 puntano con decisione verso un + 6% come evidenziato nel NADEF appena presentato. Oltretutto, questo dato è sostenuto dal fatto che la crescita acquisita nel primo semestre è stata del 4,7%. Ma poiché anche il terzo trimestre è atteso in crescita di oltre il 2%, anche un quarto trimestre non brillante non potrebbe compromettere il citato target del 6%. E, a questo proposito, da evidenziare che il ministro Brunetta ha di recente iniziato a parlare di una crescita 2021 in marcia verso il 7%. “Precisi” (nel senso di attendibili), in quanto si tratta di dati di crescita ben supportati da elementi oggettivi sia sul fronte dell’export, sia sul fronte dei consumi interni. Sul primo fronte la crescita dell’export italiano nei primi 6 mesi del 2021 è stata del 14%, ben al di sopra della media dell’Eurozona e della Germania (export +10%). Sull’altro fronte, la domanda interna, prima sorretta dal comparto edilizio stimolato dalle agevolazioni, negli ultimi mesi sta ricevendo una ulteriore spinta dai consumi prettamente privati e dal turismo. “Concordanti” (nel senso di condivisi), perché ormai tutti gli osservatori istituzionali internazionali collocano la crescita del PIL italiano per il 2021 in una forchetta compresa tra il 4,9% del Fondo Monetario ed il 5,9% dell’OCSE. Ed è bene evidenziare che si tratta non solo di dati ben al di sopra della media europea (5,3% secondo l’OCSE), ma anche assolutamente impensabili sino a pochi mesi fa.
Ciò detto, non bisogna assolutamente trascurare che la descritta ripresa potrebbe rafforzarsi anche più rapidamente del previsto grazie all’attivazione di un “booster”: il “Moltiplicatore Emozionale di Crescita (MEC)”. In buona sostanza si tratta di un fattore che tende a manifestarsi solo nella way out da scenari di eccezionale impatto emotivo come, appunto, potrebbe essere l’attuale fase “post pestilenza”. Ed è un moltiplicatore in grado di imprimere alla ripresa una accelerazione particolarmente forte non individuabile, ad esempio, all’uscita di una lunga crisi economico-finanziaria strisciante come quella del 2008-2015. Ovviamente, non avendo natura tangibile, il Moltiplicatore Emozionale non trova spazio nei rating, nei motori intelligenti e negli algoritmi. Piuttosto, lo si vede nella forza di volontà dell’imprenditore che usa tutto il suo genio per ideare soluzioni inedite che gli consentano di recuperare ciò che il lock down gli ha tolto. Non lo dimostreremo mai, ma è assai probabile che sia stata proprio una qualche forma di “moltiplicatore emozionale” a portare anche la staffetta alla vittoria olimpica dopo l’incredibile impresa di Marcell Jacobs.
Ovviamente, però, l’uscita da una crisi così profonda è anche lastricata da insidie non trascurabili. E una di queste è sicuramente costituita dal rischio che le nostre aziende, specie le PMI, si trovino all’inizio della ripresa con una struttura aziendale profondamente alterata rispetto al passato. Da una parte, con costi fissi resi ancora più rigidi a seguito delle misure di emergenza quali le limitazioni ai licenziamenti. Dall’altra, con costi variabili fuori controllo a causa degli insostenibili prezzi delle materie prime e dell’esplosione dei costi di gas ed energia elettrica. Oltretutto, in un contesto in cui le aziende italiane già pagavano l’elettricità tre volte di più dei competitor tedeschi. Ora, in questo scenario particolarmente delicato per le PMI, diventa fondamentale l’atteggiamento che assumerà la BCE. Infatti, nei momenti più delicati della crisi, BCE ed EBA (European Banking Authority) avevano correttamente assunto un atteggiamento più soft nei confronti delle banche vigilate, sia per quanto concerne i requisiti patrimoniali, sia per quanto riguarda le moratorie sui prestiti concessi dalle banche alle imprese. Relativamente a quest’ultimo punto, ad esempio, era stato “congelato” l’obbligo di classificare automaticamente le moratorie in credito Forborne (credito tollerato) con pesanti conseguenze per le aziende “marchiate”. Il punto è che, poiché come visto l’emergenza delle imprese non è affatto finita, la conferma di un atteggiamento “accomodante” da parte della vigilanza nei confronti delle banche diventa fondamentale. E questo perché concede agli Istituti quell’elasticità necessaria per valutare le aziende in difficoltà caso per caso, senza automatismi che impongano riclassificazioni massive a credito deteriorato. Con tutte le conseguenze negative sia per la banca in termini di maggiori accantonamenti a conto economico, sia per le imprese in termini di ulteriori difficoltà nell’accesso al credito.