Perché mi ricandido alla presidenza della FIGC

Avanti nella continuità d’azione è il comun denominatore della piattaforma programmatica, che ho presentato per concorrere alla carica di presidente della FIGC per il quadriennio 2021-2024. Significa che in due anni e mezzo è stato fatto molto, con determinazione, passione ed efficacia, ma anche che il lavoro svolto fino ad ora non è finito. Questa consapevolezza, cui si aggiunge l’entusiasmo trasversale che ho riscontrato nelle componenti federali sulla mia candidatura, mi ha spinto a chiudere il cerchio, a rimettermi in gioco per realizzare compiutamente la mia idea di calcio, inteso come: Coesione, Azione, Lungimiranza, Competenza, Innovazione, Opportunità.
Sono convinto, infatti, che per avere un calcio di tutti e per tutti, sia necessaria una Federazione che non si limiti ad esercitare un ruolo di controllo nei confronti del movimento, ma si faccia carico dell’impegno riformatore e ispiratore di una profonda rivoluzione culturale. Quel cambiamento che abbiamo iniziato a realizzare concretamente prima che la diffusione della pandemia da Covid-19 non mettesse al centro del nostro agire quotidiano la sopravvivenza stessa del sistema.
La governance federale, che si è insediata nel 2018, ha messo fine a un lungo periodo di Commissariamento, che è coinciso con la ‘grande depressione’ del nostro calcio a seguito della mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali in Russia, ha sostenuto e compattato il movimento durante la crisi più grave dal dopo guerra ad oggi, ha rigenerato l’entusiasmo che mancava alle nostre Nazionali e inaugurato un nuovo ‘Rinascimento Azzurro’, ha investito nello sviluppo del calcio femminile, ha rivitalizzato il brand della FIGC e inaugurato una più convinta azione di responsabilità sociale.
Il nuovo governo federale dovrà vincere ‘La partita del futuro’, che non è solo il titolo del mio programma, piuttosto un impegno nel delineare il calcio del domani, che non può prescindere dal dare finalmente un significato concreto alla parola sostenibilità.
Per farlo ho scelto si schierare la formazione migliore. Perché il presidente federale lo immagino come un allenatore che realizza il suo preciso piano strategico di gioco. Il calcio come metafora della vita rappresenta al meglio la mia volontà di raggiungere la vittoria, la necessità di ottenerla attraverso il gioco di squadra e la determinazione di farlo con una manovra entusiasmante. Infatti il mio è un modulo offensivo, un 4-3-3 tutto votato all’attacco.
Ho messo in porta i codici e le azioni controllo (da rafforzare) a tutela dell’integrità del sistema. In difesa ho schierato gli strumenti fondamentali per un’efficace costruzione del gioco dal basso: formazione (intensificare l’attività del Settore Tecnico per qualificare la dirigenza e creare corsi, se non addirittura un vero e proprio ateneo, destinati all’istruzione dei calciatori del professionismo di base); giustizia sportiva (sempre più digitalizzata, veloce e indipendente); brand (deve diventare l’emblema del calcio italiano, un prodotto da veicolare sempre meglio soprattutto all’estero); relazioni esterne (confermare la credibilità, affidabilità e centralità conquistati negli ultimi due anni). Nella zona nevralgica del campo ho scelto giocatori con i ‘piedi buoni’: governance (ridefinire ruoli e mission delle varie componenti, anche con una diversa rappresentanza e pesi elettorali più congrui), attività della FIGC (rafforzamento delle attività sportive di settore giovanile e scolastico, del calcio femminile, del calcio paralimpico e sperimentale e l’ideazione di un nuovo progetto di sviluppo anche per il Calcio a 5) e in quella del Club Italia (continuare nel percorso vincente intrapreso attraverso un potenziamento della struttura). In attacco, invece, mi sono affidato ad un tridente aggressivo, sulla cui capacità realizzativa è affidato il successo dell’intera azione di governo. Raggiungere la sostenibilità è impossibile senza la realizzazione della riforma dei campionati e una valorizzazione convinta dei nostri giovani (cui si aggiunge l’investimento convinto nell’ammodernamento e nella costruzione di infrastrutture moderne).
Da troppi anni si sente parlare di riforma delle competizioni, nel frattempo il calcio italiano si è fossilizzato su due sistemi, uno professionistico e uno dilettantistico, che vanno completamente ripensati. Attraverso la definizione di una nuova filiera tra i vari campionati, più funzionale e sostenibile dal punto di vista economico-finanziario, si deve lavorare per l’introduzione del semiprofessionismo e un parallelo raffreddamento del sistema, con una revisione del numero delle retrocessioni, per impedire che il salto di categoria non comporti per un Club il rischio del fallimento. La mia idea di riforma dei campionati non è quantitativa ma qualitativa: bisogna ridisegnare i principi della mutualità, studiare la flessibilità degli emolumenti e trovare nuove risorse da distribuire. Solo così metteremo in sicurezza il gioco più amato dagli italiani e contribuiremo a renderlo ancora di più uno degli spettacoli più belli al mondo.