Ora servono scelte per la crescita: priorità a lavoro ed investimenti

Lo scorso mese di agosto ha segnato l’inizio di una fase politica complicata per il nostro Paese, con l’apertura della crisi di governo, che ha determinato inevitabilmente un clima di stallo e di incertezza per il Paese, perdurato fino all’avvio del nuovo Esecutivo. Ciò è avvenuto in una congiuntura economica non facile per altri fattori di natura esogena, ovvero dovuti al contesto internazionale.
In primis, la disputa commerciale ingaggiata negli scorsi mesi da USA e Cina a colpi di dazi, che rischia ora di degenerare in una guerra valutaria, dalle conseguenze imprevedibili e sicuramente deleterie. Le tensioni commerciali tra i due giganti mondiali stanno già determinando, nel complesso, una debolezza dei mercati globali. La nostra economia, essendo essenzialmente esportatrice, risente subito di tali trend.
A questa escalation si aggiunge la frenata della Germania, la cui produzione industriale negli ultimi mesi appare in affanno. Un rallentamento certificato dal dato sulla variazione del prodotto interno lordo nel secondo trimestre del 2019, che ha fatto registrare una contrazione dello -0,1%.
I dati tedeschi rappresentano per il nostro Paese un campanello d’allarme. L’economia tedesca è il primo mercato di sbocco per l’Italia: esportiamo in Germania il 12,5% del totale del nostro export, un quarto di quanto esporta l’Italia in tutta l’Unione Europea, secondo recenti calcoli del Centro Studi di Confindustria. I sistemi di produzione italiano e tedesco sono, in altre parole, fortemente integrati tra di loro: una parte importante del manifatturiero italiano fornisce semilavorati, componenti e macchinari al manifatturiero tedesco. Così, la ricaduta sull’Italia di un’eventuale recessione tedesca rischia di essere molto forte.
A ciò si aggiunga Brexit, il cui rinvio al 31 ottobre prossimo ha prolungato il clima di incertezza politica su tempi e modalità del divorzio tra Gran Bretagna e Unione Europea. Tutto ciò impatta evidentemente sulla fiducia delle famiglie e delle imprese britanniche, con conseguente riduzione dei volumi d’affari e degli investimenti per le nostre imprese che operano in quel mercato.
È a questi tre fattori esterni che si sommano le numerose criticità insite del nostro sistema produttivo. Ed è qui che si giunge al cuore della questione perché, a differenza del contesto esogeno sul quale abbiamo limitate capacità di influenza, è responsabilità della politica nazionale intervenire con strumenti adatti sugli aspetti problematici del nostro sistema produttivo.
Volendo citare un tema su tutti, la questione industriale, ovvero la capacità del nostro sistema economico di rimanere competitivo migliorando la produttività, rappresenta uno dei temi chiave per il futuro del nostro Paese che ci trasciniamo da molto tempo.
A questo fine, le linee di politica economica sono chiare. Bisogna incentivare il lavoro di qualità, in primis per i giovani; supportare la diffusione e l’intensità di utilizzo (widening and deepening) delle nuove tecnologie; avvicinare il mondo dell’istruzione e delle Università a quello del lavoro; rafforzare la competitività delle imprese italiane – che continuano ad essere il motore della crescita del nostro Paese –, favorendo il legame tra produttività e salari; implementare investimenti per il potenziamento delle infrastrutture del Paese ed il superamento dei divari territoriali esistenti.
Tutto ciò va perseguito nella cornice europea. Troppo spesso, di recente, in particolare negli anni difficili della crisi economica, quella stessa cornice unitaria, che nel frattempo si era conformata come Unione Europea, è stata raccontata solo quale fonte di politiche di austerity, come qualcosa di molto lontano dalle comunità alle quali quelle politiche si rivolgevano. La soluzione a questo, però, non può essere il disfattismo. Si tratta, invece, di affrontare insieme problemi comuni, che non avranno soluzione se non a livello europeo, tramite strumenti con cui l’Europa può tornare a creare benessere e giustizia sociale.
Rimanendo su un orizzonte di più breve respiro, le sfide che già nel prossimo autunno abbiamo di fronte sono molto rilevanti.
Innanzitutto, l’approvazione della Nota di Aggiornamento del DEF è solo la prima tappa del processo complessivo che porterà all’approvazione della Legge di Bilancio per il 2020, la legge più importante dell’anno. In questa sede, infatti, vanno assunte decisioni di politica economica che hanno effetti decisivi sulla capacità del nostro paese di crescere e affrontare le sfide che il mondo di oggi pone. È, in questo senso, fondamentale partire da alcune linee guida: l’obiettivo ultimo degli interventi deve essere quello di promuovere la crescita economica, come precondizione per generare posti di lavoro di qualità e, in un’ottica di medio periodo, intraprendere un percorso di miglioramento dei conti pubblici.
Un occhio di riguardo dovrà essere rivolto alle clausole di salvaguardia sull’IVA, il cui aumento andrebbe a pesare maggiormente sulle classi di reddito medio-basso in termini di minori consumi.
La discussione della Legge di Bilancio dovrà essere anche il momento in cui misurare l’efficacia delle politiche economiche attualmente in essere ed eventualmente aggiustarne i meccanismi. In questo senso, non si può non pensare a Quota 100 e Reddito di Cittadinanza, le due misure principali della scorsa Legge di Bilancio, la cui efficacia rispetto agli obiettivi da raggiungere è ancora tutta da valutare e che hanno riscontrato molti problemi di implementazione pratica, che andrebbero risolti.
Mettendo insieme queste considerazioni, risulta che il momento che stiamo vivendo è delicato: il rischio è che l’Italia si trovi ad affrontare questa difficile situazione senza un preciso orientamento e senza idee.  In questo senso è auspicabile che il nuovo governo sia capace di decidere,  per dare un grande contributo a ridurre l’incertezza, da sempre nemica delle decisioni che servono per crescere.
Ciò che serve al nostro Paese, infatti, è la definizione di chiari obiettivi di politica economica, che siano coerenti con il contesto italiano ma anche con il quadro delle regole europee. Serve un quadro programmatico che definisca le priorità per il Paese per i prossimi anni: si deve ripartire da lavoro, istruzione, investimenti ed infrastrutture, per creare una società davvero inclusiva, attenta al benessere delle persone e orientata a promuovere la capacità di lavorare e fare impresa.