No al suicidio assistito

Siamo ancora in attesa del testo della sentenza, ma conosciamo già da un anno l’orientamento della Corte Costituzionale in merito al suicidio assistito: chi aiuta qualcuno che chiede di darsi la morte, in alcuni casi non può essere punito.
I fatti sono noti: siamo all’interno del processo a Marco Cappato, leader radicale che si è autodenunciato dopo aver accompagnato Fabiano Antoniani (noto come dj Fabo) in Svizzera, in una clinica dove è possibile far morire chi lo chiede.
Fabiano Antoniani vuole morire perché è diventato tetraplegico e cieco dopo un gravissimo incidente stradale: non ha speranze di miglioramento e vive in condizioni di sofferenza fisica e psicologica. Potrebbe farla finita anche in Italia interrompendo i sostegni vitali che lo tengono in vita, come gli consente di fare la Legge 219/2017 (quella sul cosiddetto biotestamento), ma vuole seguire un percorso diverso, più breve, e per questo sceglie il suicidio assistito, in Svizzera. Morirà dopo aver morso uno stantuffo che ha messo in moto un meccanismo per iniettarsi un farmaco letale: in Svizzera, dal punto di vista legale, non è consentita l’eutanasia ma il suicidio assistito, cioè è possibile far morire una persona che lo chiede, ma deve essere il malato a compiere l’atto che lo porterà alla morte, e non il medico. Ma è evidente che si tratta sostanzialmente dello stesso atto, che lo si voglia chiamare suicidio o eutanasia: non ci sono differenze morali fra chi porge un bicchiere o attiva una macchina per somministrare il prodotto letale (suicidio), e chi invece fa un’iniezione mortale (eutanasia). È una distinzione solo procedurale.
In Italia la legge punisce allo stesso modo chi aiuta qualcuno a suicidarsi e chi invece istiga al suicidio. La Corte di Assise di Milano, processando Cappato, ha chiesto alla Consulta se sia coerente con la nostra carta fondante punirlo, considerando anche che lui non ha spinto Fabiano Antoniani a morire ma lo ha aiutato. La Consulta lo scorso anno ha risposto con una ordinanza, la n. 207, nella quale osserva che – in sintesi – già con la Legge 219 si può scegliere di morire, e lo si può fare interrompendo sostegni vitali. Ma non c’è motivo di escludere altre modalità più veloci, osserva la Consulta: in altre parole, se si può decidere di farla finita, perché consentirlo solo in un modo?
La Corte ha quindi specificato che i reati di istigazione e aiuto al suicidio vanno mantenuti, ma per quest’ultimo si fa eccezione per alcune circostanze, cioè quelle in cui si trovava il dj Fabo: condizione irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, dipendenza da sostegni vitali, capacità di decidere liberamente. In questi casi, secondo la Consulta, l’aiuto al suicidio non va sanzionato: di conseguenza, il suicidio assistito nelle condizioni individuate dai giudici è lecito. La Corte nell’ordinanza chiedeva al parlamento di legiferare in merito, e per la prima volta nella sua esistenza ha indicato una data limite entro la quale farlo: il 24 settembre di quest’anno. Se entro quel termine il legislatore non si fosse pronunciato, lo avrebbero fatto i giudici costituzionali.
E così è avvenuto.
Nessun partito si è realmente impegnato a legiferare in merito, nei mesi passati, a partire dalle forze politiche dell’allora governo giallo-verde, che hanno invece remato contro il procedere dei lavori parlamentari, e da qui il pronunciamento della Corte che, a quanto pare dal comunicato stampa rilasciato, conferma l’ordinanza 207.
Le conseguenze di questa sentenza sono enormi perché si tratta di una pronuncia costituzionale, che quindi nessun parlamento potrà cambiare, a meno di provvedimenti dello stesso rango, praticamente impossibili.
Le parole della Corte significano che d’ora in poi nel nostro Paese portare alla morte una persona non sempre è reato, al contrario: in alcune condizioni la scelta di vivere ha lo stesso valore di quella di morire, e quindi lo stato deve tutelare entrambe, in pari modo. Curare e procurare la morte saranno considerati atti equivalenti, in certi casi.
Ma se morire e vivere sono parimenti espressione della propria libertà personale, la prima conseguenza è che non c’è motivo di prevenire i tentativi suicidari, spesso portati avanti lucidamente e consapevolmente. L’importante è che chi chiede di morire sia correttamente informato su tutti gli aspetti della vicenda.
Un medico potrà dare la morte su richiesta, in alcune circostanze, rovesciando così la natura stessa della sua professione, nata per combattere la morte e non per procurarla: in questo modo un atto eutanasico – cioè un disvalore, finora – diventa un atto medico, cioè qualcosa di positivo.
La morte come rimedio alla sofferenza e alla disabilità: va notato che le quattro condizioni descritte dalla Consulta non descrivono il fine vita, ma una situazione di grave disabilità, e d’altra parte Fabiano Antoniani non era un malato terminale, ma un grave disabile.
E se spetta a un medico aiutare qualcuno a suicidarsi, allora bisognerà pure che questo medico sia in grado di farlo: come negli altri paesi in cui è consentita la morte medicalmente assistita, anche in Italia gli studenti in medicina dovranno formarsi a riguardo. E non basterà essere obiettori di coscienza, per chiamarsi fuori: inevitabilmente cambierà la mentalità, come è accaduto altrove, dove i decessi per eutanasia sono sempre in aumento, negli anni. In Olanda nel 2017 le morti per eutanasia sono state il 4,4% di quelle totali, pari a 6.585 in numero assoluto. Se proiettiamo la stessa percentuale su quelle italiane nello stesso anno, abbiamo che su 647.000 decessi, nel 2017 sarebbero morte per eutanasia 28.468 persone: un numero pari alla popolazione della cittadina di Assisi, per intenderci, in un solo anno.